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L'URBANISTICA È QUANTISTICA
Commento al libro di Alberto Secchi
Bianca Bottero
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È con molto piacere che dico qualcosa in questa sede amica – la rubrica Città Bene Comune del sito web della Casa della Cultura – di un testo di Alberto Secchi: Milano. Due o tre cose che so di lei. Ciò che ho visto e ciò che vedo (Planum Publisher, 2024). L’autore è un mio antico compagno di università diventato, negli anni ’70 e ’80, un importante urbanista.
Parlare di un urbanista oggi fa nostalgia, richiama tempi passati, quando dove, come e perché costruire pareva dover rispondere anche a esigenze di natura sociale e umana, che avevano un legame con la memoria profonda della città e il benessere dei suoi cittadini. Oggi che siamo ormai costretti a leggere di quanto avviene a Milano attraverso i rapporti della Procura e a constatare esterrefatti e impotenti quanto suolo e quanto verde vengono sacrificati attraverso oscuri programmi di “rigenerazione urbana”, il testo di Secchi – che ha collaborato fino agli anni ’80 col Comune di Milano alla Variante del Piano regolatore e al progetto della spina verde del Gallaratese – ci trasmette una fragile speranza che sia ancora possibile individuare nuove regole, nuove forme di relazione, inedite prossimità per la costruzione di quella “società stretta” che già Leopardi indicava come il più profondo valore di una città.
Il testo non propone un programma politico né un metodo tecnico compiuto: non vuole essere questo, ma nella stessa forma scelta per la sua costruzione, alternando a considerazioni teoriche il ricordo di amicizie e pensieri nati nel corso degli studi e durante la vita professionale, e soprattutto la rievocazione di una adolescenza felice in paesaggi liberi e naturali, vuole suggerire quelle che dovrebbero essere le regole per agire sull’ambiente, città o territorio, nel quale abitiamo e al quale noi intimamente apparteniamo anche attraverso i movimenti e la fisicità’ del corpi, anche nel percorrere il suolo, calpestare le foglie, scrutare le asperità dei tronchi, interrogare le sottili, misteriose evoluzioni delle radici, ascoltare, nel silenzio, le voci: atti non solo fisici, ma psicologici e ricchi di memoria.
Come si sostiene nella fisica quantistica – quale esposta dal fisico Carlo Rovelli di cui Secchi condivide il pensiero – esistono complesse e biunivoche relazioni tra la natura e gli oggetti materiali che costruiamo, usiamo, consumiamo ma che apprezziamo solo per quanto risultano utili al nostro vivere, rispetto ai quali abbiamo un rapporto di puro possesso. “La fisica quantistica – sottolinea Secchi – ci chiede di vedere le cose da un altro punto di vista, di considerare anche l’umanità come una componente elementare della materia dell’universo che, come qualsiasi altro elemento, ha valore ed esiste soltanto nei suoi rapporti relazionali con tutte le altre cose materiali” (p.7). Se dunque la città è un sistema di elementi fisici e di funzioni che hanno valore soprattutto nel rapporto tra loro e con chi li vive, abitare una città non è solo occuparne le case e percorrerne in automobile le strade, ma saperle guardare, riconoscervi un paesaggio, godere dei luoghi di incontro e di sosta che offrono, scoprirvi i silenzi, le ombre. Le immagini, eloquenti, che accompagnano il testo – foto da Secchi stesso scattate. con la grande perizia esercitata fin dalla giovinezza – inquadrano dunque aspetti non convenzionali del paesaggio urbano. Accanto alle macrostrutture che si ergono arrogantemente nella città e ai suoi bordi, o a interventi edilizi più ridotti, ma incongrui e offensivi rispetto al contesto in cui sono inseriti, troviamo soluzioni spaziali anche apparentemente marginali ma delle quali si sottolinea la precisione e il benessere dell’uso. E sempre ritorna il valore dell’orizzonte, la pulizia di un limite tra città e campagna, la felicità dello scambio anche casuale degli sguardi.
Di tutto ciò non si curano certo gli operatori immobiliari, interessati solo al profitto, che propongono densificazioni sopralzando edifici e saturando cortili nel corpo storico della città., edificando al suo intorno grattacieli. E l’abitare dei cittadini viene ridotto in spazi sempre più artificiali ed esclusivi, isolato negli alti palazzi o chiuso dentro a recinti; scompare il gioco libero dei bambini al piede delle case, sui prati, nelle strade; e lo spazio pubblico, dove incontrare l’altro, dove parlare e ridere con gli amici, quello spazio pubblico che Hannah Arendt riteneva la qualità più preziosa della polis, si frantuma, si privatizza; e l’orizzonte si chiude in cerchi sempre più stretti tra un ascensore e un supermercato ed è quasi pauroso incontrarsi.
La città si divide socialmente e fisicamente, perde la sua complessità, le sue sfumature: “A Milano – scrive Secchi – sono scomparse molte sale cinematografiche e persino piccoli teatri di quartiere, sono scomparse le sale da ballo, le bocciofile, i bar con il biliardo, gli spazi sociali di ritrovo con giardino… si sono rarefatte le botteghe di prossimità, anche con le piccole attività artigiane…Abbiamo diffuso i centri commerciali… unico obbligato luogo di ritrovo…” (p.53). Di fronte a questo profondo cambiamento del nostro ambiente di vita, di anno in anno più accelerato, operare si fa difficile e non consente modelli, ma richiede, come la fisica quantistica suggerisce, una processualità attenta e una azione che si adegui e riesca a interpretare positivamente il moto continuo delle trasformazioni urbane. A queste il testo richiama nella seconda parte, che affronta molto criticamente la politica urbanistica della città, di cui lamenta l’assoluta mancanza di una regia istituzionale sulle scelte edilizie, che ne sottragga il dominio ai grossi gruppi finanziari e che, soprattutto, non separi l’architettura dall’urbanistica, ritrovando nella cura dell’ambiente, nel disegno ampio, attento del territorio, nella volontà di un rapporto con le risorse materiali che ancora ci appartengono, nella maggiore integrazione sociale, nel coinvolgimento dei cittadini in una non formale partecipazione, il senso di un ancora possibile abitare.
Vi sono qui moltissime indicazioni su come si potrebbe lavorare nel concreto, tecnicamente, sulla città, che derivano dall’esperienza che Secchi ha sviluppato negli anni attraverso i suoi molteplici rapporti operativi e progettuali con le istituzioni: ma il valore di queste opere viene sempre rafforzato, direi verificato, dalla costante attenzione a quella materialità del vivere che lui ha ritrovato recentemente nei suggerimenti della fisica quantistica, ma che era sempre stata costitutiva del suo pensiero e che rappresenta la sostanza fondamentale del testo, quella che, nonostante tutto, restituisce a chi legge, la freschezza e la voglia di vivere della natura. E che ritroviamo anche nella discussione critica e nelle proposte operative per problemi urbani di stretta attualità: come nella strategia indicata per la riqualificazione del quartiere popolare San Siro, sempre più minacciato da voglie speculative, o come con l’opposizione a un ennesimo intervento immobiliare residenziale della Curia al Gallaratese (concordato tra Comune e proprietà) al quale contrappone la necessità per il quartiere di edifici di sevizio che evitino l’eccessiva presenza di persone anziane e inattive. Un impegno e una presenza diretta per le quali dimostra, ancora una volta, la competenza di un vero “urbanista”.
Bianca Bottero
N.d.C. – Bianca Bottero, già professore ordinario di Tecnologia dell’architettura, ha insegnato Progettazione ambientale presso la seconda Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ha svolto attività di ricerca nel campo della progettazione urbana, della sostenibilità e dell’abitazione sociale col Laboratorio ABITA da lei diretto. Nel 1987 ha creato, con Lorenzo Spagnoli e altri, l’annuario internazionale “Housing” che ha diretto fino al 2000. Da dieci anni collabora con l’Associazione di volontariato Alfabeti, insegnando italiano alle donne extracomunitarie che vivono nel quartiere San Siro a Milano.
Tra i suoi scritti: a cura di, Città e campagna (Edizioni del sole, 1975); con Lodovico Meneghetti, a cura di, Il problema della casa (Clup, 1977); a cura di, Alain Lipietz, La rendita fondiaria nella città. Circolazione del capitale e proprietà fondiaria nella produzione edilizia (Feltrinelli, 1977); La cultura del 900. Architettura (Gulliver, 1979; Mondadori, 1982); a cura di, Progetto e gestione dello spazio nelle società complesse. Rapporto di ricerca dai paesi anglosassoni (Clup, 1984); Progetto o metodo. Variazioni sul tema della Salina di C. N. Ledoux (Guerini, 1988); a cura di, Decostruzione in architettura e in filosofia (CittàStudi, 1991; Clup, 2002); a cura di, Progettare e costruire nella complessità. Lezioni di bioarchitettura (Liguori, 1993); con Anna Di Salvo e Ida Faré, a cura di, Architetture del desiderio (Liguori, 2011).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città vs cittadini? No grazie (10 febbraio 2023); Città femminili? Ahimè, non ancora (18 ottobre 2024)
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 21 MARZO 2025 |
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