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Negli ultimi due anni si sono moltiplicate le voci critiche sull'urbanistica milanese. Senza nessuna pretesa di esaustività ne segnalo alcune: il bel libro di denuncia e soprattutto di disvelamento del ruolo debordante della politica della comunicazione nella costruzione di una sorta di mitologia milanese (Tozzi 2023), l’invito più prudente a un cambiamento di paradigma (Pasqui 2023) e alcune più esplicite critiche al modello urbanistico milanese (Granata 2023), il suo inquadramento in un più ampio contesto politico e culturale (Calafati 2025). A queste si aggiunge e si affianca il bel libro di Alberto Secchi – Milano. Due o tre cose che so di lei. Ciò che ho visto e ciò che vedo (Planum Publisher, 2024) – che qui discutiamo.
Il testo di Secchi ha il grande pregio della leggerezza di un “pensare camminando” lungo il sentiero della propria vita attiva (come urbanista e come cittadino) a Milano e lungo i tanti percorsi che consentono di attraversare la città, incontrando sia alcuni emblematici lasciti urbanistici emersi tra la metà degli anni sessanta e la metà degli anni ottanta, sia non poche trasformazioni emerse nell’ultimo ventennio. Il fine studioso delle politiche urbane, l’attento analista urbano, il raffinato critico dell’architettura potrebbero trovare in questo testo, qualche semplificazione interpretativa, qualche ricostruzione approssimata, qualche giudizio sugli sviluppi dell’architettura e sui nuovi connotati della società contemporanea un poco affrettato e non del tutto condivisibile. Eppure, tali annotazioni, pur non scorrette, credo finirebbero per infastidire il lettore rispetto alla concretezza di questo riflettere in cammino a ridosso della materialità delle cose, delle cronache vissute di alcune importanti vicende urbanistiche o ancora degli scatti riflessivi di una foto.
Tradendo io stesso questa forma di pensare camminando, estrarrò a commento di questo libro e a premessa di un mio ragionamento sulle vicende milanese, quelli che a me paiono i tre principali grumi di pensiero che emergono in questo cammino, per poi chiudere su qualche indicazione sul “che fare” che l’autore ci propone.
Il primo grumo di riflessioni è attorno una idea – passata – di governo delle trasformazioni urbane di cui, quasi con gentilezza e a voce bassa con un semplice tattile accostamento, si può misurare tutta la distanza dal fare degli ultimi venti anni. Un governo delle trasformazioni che è certo chiamato ad interloquire e dare una risposta alle richieste di possibili investitori, ma che è segnato anche e soprattutto da due altri tratti. Da un lato una politica dell’amministrazione che ben sa che gli interessi degli investitori non coincidono con l’interesse della città e che, pur non senza conflitti e stridori, si apre al confronto reale e non rituale con comitati di quartiere ed associazioni dei cittadini, rielaborando o arrestando procedimenti avviati. Una politica dell’amministrazione che con mediazioni, conflitti, rielaborazioni è impegnata a definire un interesse collettivo che non coincide con i soli investimenti immobiliari. Dall’altro una cultura tecnica dell’urbanistica e dell’architettura che non si riduce a quella del regolatore e/o facilitatore o dell’esecutore tecnico-artistico, ma che gioca un suo autonomo ruolo, una sua propria tensione progettuale, una propria specifica politicità, secondo una tensione che attraverso Luigi Airaldi si ricollega a Giovanni Astengo, ma che certo si è alimentata da un fare diffuso e diverso negli anni Settanta del Novecento.
Il secondo è una ribadita volontà – in implicito contrasto con la cultura del planning e dell’architettura contemporanea – di tenere insieme urbanistica ed architettura, sulla linea tracciata molti anni fa da Giuseppe Samonà. Non c’è progetto edilizio senza progetto dello spazio di relazione, senza un progetto di suolo (nella dizione che formulò Bernardo Secchi), ma non c’è qualcosa di altro per Alberto Secchi. La ricerca architettonica perde spessore senza un relazionarsi sull’abitare possibile dei diversi soggetti sociali alle differenti popolazioni che popolano la città passata e quella presente e anche una scelta di attenzione a quelli con minori risorse e capitali. Di certo una architettura ridotta ad oggetti isolati e una urbanistica ridotta a regole e strategie che evitano l’incontro con la fisicità della città paiono ad Alberto Secchi, le radici tecniche di un mal operare che si somma e al tempo stesso ha origine in quelle radici politico-sociali ricordate nel punto precedente.
Il terzo condensatore che potrebbe riassumere e aggregare i pensieri in cammino di Alberto Secchi è la congiunta attenzione alla materialità della città (alla vita delle cose, potremmo dire ricordando il bel libro di Bodei) e al loro intreccio con l’abitare quotidiano che è richiamato senza enfasi in mille osservazioni ora più ora meno condivisibili, sulla natura di un marciapiedi, sull’attacco al suolo degli edifici, sulle attività economiche e sociali che si svolgono a piano terra, su recinzioni o spazi di intermediazione degli edifici, su articolazione e composizione degli spazi verdi, ma anche sulla natura dello spazio residenziale più o meno facilmente ridefinibile e adattabile nel corso del tempo per individui e famiglie che cambiano. Ritroviamo questa attenzione alla materialità e alla quotidianità con estrema ricchezza, ma anche totale leggerezza nella rilettura dell’evolvere del Gallaratese e nell’incontro con le nuove realtà di Cascina Merlata o del Portello e dei loro diversi centri commerciali.
In conclusione, l’urbanistica milanese attuale ad Alberto Secchi sembra tesa ad estendere la città (spesso fuori dai confini comunali), in barba ad un blocco al consumo di suolo solo dichiarato, occupare qualsiasi spazio vuoto si trovi, demolire e ricostruire con maggiori densità) coltivare una generalizzata propensione alla costruzione di torri. Sembra tesa ad una densificazione che lo lascia basito (non è chiaro se in quanto tale o perché non governata e limitata in alcuni punti), per una popolazione che risiede temporaneamente nella città ed è di ceto più alto, a creare frammenti di città sempre meno permeabili. Ciò che è inaccettabile, per l’autore del libro, non è tanto una amministrazione che accetta di collaborare con il privato nella definizione dei contenuti della pianificazione, ma piuttosto una amministrazione che rinuncia al suo compito istituzionale di governo di costruzione collettiva nella composizione dei diversi interessi di una progettualità pubblica.
Un fare diverso per Alberto Secchi può nascere solo con un atto politico ossia una dichiarata discontinuità con i presupposti strategici del Pgt del 2020 e non con un suo qualche ammodernamento. Un fare diverso può nascere solo creando un vero osservatorio autonomo e interdisciplinare sulle trasformazioni materiali concrete milanesi (e non qualche suo ridicolo simulacro) che ci liberi da quel dominio della comunicazione da quell’immaginario drogato che ha evidenziato Lucia Tozzi. Un fare diverso può nascere infine con un diverso operare tecnico che si sostanzia in una pianificazione continua che sviluppi quella dimensione appena abbozzata con il progetto passante milanese e con i suoi piani d’area. Una dimensione intermedia tra quella regolativa e strategica del piano e quella puntuale del progetto immobiliare sia esso alla scala del lotto o di una area più ampia che può svilupparsi attorno ad alcuni elementi infrastrutturali e alla scala del quartiere. Un luogo possibile dove riannodare intenzioni sociali e disegno spaziale, architettura ed urbanistica, procedere amministrativo e farsi materiale della città e quotidianità dei suoi abitanti.
Nel pieno delle indagini si moltiplicano le voci
In parallelo a queste riflessioni sono emerse le indagini sulla Procura. Esse hanno generato una altra ondata di interventi critici se non di denuncia (ad esempio tra i molti interventi: Aavv 2024, Cafiero 2024, Picardo 2025). Nelle critiche emerse in questi ultimi mesi verso i modi di fare urbanistica milanese si sovrappongono, mi sembra, dimensioni tecnico operative differenti che è forse utile distinguere per meglio ragionare su come costruire, muovendo anche dal sapere tecnico, una alternativa a questo modo di procedere. Solo attraverso queste distinzioni è possibile evidenziare degenerazioni specifiche e più generali e possibili correzioni di tiro. Nello stesso tempo pur distinguendo queste diverse dimensioni tecniche è tuttavia utile riflettere su alcuni presupposti politici e culturali, questi sì unificanti, che connotano gli ultimi vent’anni il governo del territorio milanese e che oggi sono proposti in modo generalizzato al paese. Da queste visioni politiche e culturali è ora di prendere le distanze.
Tre differenti pratiche di governo del territorio sotto il mirino critico
La regolazione degli interventi diffusi
Il primo insieme di pratiche oggi contestato riguarda una serie di interventi di medie dimensioni che sono stati realizzati nel tessuto urbanizzato della città. Demolizioni di vecchi edifici spesso produttivi su parti di un isolato e al loro posto la costruzione di nuovi edifici con cambio di destinazione funzionale (in genere da produttivo a residenziale), notevoli incrementi volumetrici e spesso altezze assai più elevate rispetto a quella degli edifici preesistenti e di quelli presenti negli isolati ove sono inseriti. Queste demolizioni e nuove costruzioni sono state intese come ristrutturazioni edilizie (forzando la già amplissima definizione di ristrutturazione edilizia del testo unico dell’edilizia, poiché non solo si ricostruisce fuori dalla sagoma e dal sedime, come la discutibile riscrittura del testo unico dell’edilizia consente, ma anche senza alcuna continuità con l’edificato preesistente e soprattutto con cambio di destinazione funzionale) e sono state realizzate non solo senza un piano attuativo (richiesto quando si supera una certa altezza e/o si rompe la continuità con le altezze medie dell’isolato), ma persino senza permessi di costruire convenzionati (che in certe casistiche si sarebbero potute assumere in alternativa), ma con anomale super Scia (Segnalazione certificata di inizio attività). Le conseguenze sono state trasformazioni di cui non si è potuto valutare appieno l’impatto sul contesto (per il loro aspetto architettonico e per i loro impatti sulle infrastrutture ed attrezzature esistenti), che hanno goduto forti sconti sugli oneri di urbanizzazione (oneri ribassati fino al 60%), con standard fortemente ridotti e eventualmente monetizzati (senza una valutazione di Consiglio o di Giunta e a prezzi stacciati) e infine, in generale, con procedure che hanno impedito qualsiasi minima forma di coinvolgimento dei cittadini (non parliamo di pur auspicabili forme di dibattito pubblico, ma almeno del regime consolidato delle osservazioni).
Questo modo di procedere – che ha pochi eguali non solo in Italia, ma nella stessa Lombardia – e di cui le torri di Crescenzago sono un possibile esempio, è oggetto di contestazione da parte della magistratura che si è mossa a seguito degli esposti di diversi cittadini ed associazioni. Ho già avuto modo di esprimere con alcuni colleghi (Coppola, Granata e Longo 2024 e 2025) e in uno scritto con un autorevole dirigente comunale (Colacicco, Lanzani 2025), la mia opinione, su quanto sia scorretto questo modo di procedere alla luce della legislazione nazionale vigente e di quanto sia scorretta una proposta (il cosiddetto “Salva-Milano”) di riscrittura delle norme nazionali sotto le mentite spoglie di una interpretazione autentica (che retroattivamente vorrebbe sanare le procedure milanesi, ma renderebbe contestabili, quelle dei comuni che hanno seguito correttamente le norme) e soprattutto farebbe in futuro della discutibile prassi milanese, la prassi nazionale. Meglio sarebbe stato per questa contorta vicenda (che coinvolge anche funzionari e professionisti che hanno seguito azzardate determine comunali e cittadini che hanno comprato degli immobili) procedere con un condono che avrebbe comunque affermato che quel modo di procedere non era legittimo, che salvo cambi normativi non lo sarà in futuro e che implica un versamento di oneri da chi ha realizzato quegli interventi illegittimi (Coppola e Chiodelli 2025).
Resta qui da sottolineare che questa prassi non andrebbe proposta per il futuro – come si tenta, ahimè, comunque di fare con il testo unificato sulla Rigenerazione urbana e con una ennesima riscrittura del testo unico sul l’edilizia. La rigenerazione urbana diffusa ridotta nella prassi milanese e nelle leggi in discussione ad automatica e ingovernabile rigenerazione edilizia puntuale non è rigenerazione urbana. Milano e tutte le città italiane hanno certo bisogno di rinnovamento del patrimonio edilizio, ma anche e soprattutto parallelamente un rinnovo degli spazi pubblici e delle attrezzature collettive per rispondere a una popolazione che cambia (per composizione demografica, sociale, origine, desideri, ecc.) e congiuntamente per ridurre gli impatti ecologici delle città e adattarsi a cambiamenti climatici comunque in atto (moltiplicando il verde urbano anche per abbattere le bolle di calore, raccogliendo e rilasciando diversamente le acque meteoriche, incentivando forme di mobilità meno inquinanti e meno distruttive dello spazio urbano, ecc.). Inoltre, nelle realtà con i più alti valori immobiliari (e i maggiori plusvalori) c’è la necessità di quote significative di edilizia popolare e di edilizia in affitto convenzionata che potrebbero essere in quota parte previste anche con quei piani attuativi e permessi di costruire convenzionati che non si vogliono fare. Sconti su oneri e standard non hanno senso, del resto, in questi contesti dove il rinnovo delle attrezzature collettive, le mitigazioni e gli adattamenti climatici e il rinnovo dello spazio pubblico vanno fatti anche e soprattutto intercettando una quota delle rendite urbane che vi si producono. Sconti su oneri e standard semmai potranno essere previsti solo per contesti in crisi e in contrazione.
Per promuovere veramente una rigenerazione urbana “diffusa” abbiamo bisogno di un più attento disegno delle regolamentazione edilizia ed urbanistica che consenta talora di procedere con più snelli permessi di costruire convenzionati (quando l’inserimento di queste trasformazioni si è potuto delineare ex ante e si siano chiariti gli aspetti di fondo delle convenzioni) talora con i piani attuativi (quando c’è da approfondire ipotesi di trasformazioni più radicali o difformi dal punto di vista planivolumetrico e funzionali da quelle esplorate e previste dal piano generale e da valutare ipotesi di convenzioni differenti). Piani attuativi che nelle diverse ipotesi di riforma urbanistica (da quelle dell’Inu a quelle proposte da Luigi Mazza) si configurano come lo strumento per evitare una trasformazione per frammenti scollegati e promuovere una effettiva rigenerazione urbana capace di comporre interessi privati e pubblici. Piani attuativi che debbono vedere nella loro elaborazione una maggior forma di coinvolgimento della società civile nella loro elaborazione e implementazione.
Le grandi trasformazioni concertate
Un secondo insieme di pratiche che viene criticato riguarda trasformazioni più rilevanti realizzate attraverso un insieme di piani integrati e di accordi di programma. Ne sono un esempio le trasformazioni attorno a Garibaldi, nell’area del Portello, di Cascina Merlata o della ex Fiera e quelle in atto negli scali merci, oggi in fase di realizzazione. Queste trasformazioni vengono talvolta viste dai critici dell’urbanistica milanese in totale continuità formale e procedurale con le precedenti e vengono criticate in quanto esito di “deprecabili” forme di urbanistica contrattata, o meglio detta consensuale (Urbani 2000) o contrattuale (Gaeta 2021).
La prima osservazione mi pare impropria: una vera contrattazione tende ad essere assente nelle pratiche richiamate nel paragrafo precedente (evitando il piano attuativo) e quando presente risulta assai opaca (poiché le convenzioni di alcune Scia analogamente approvate da un funzionario e da un costruttore presso la sede di un notaio, si appoggiano ad indirizzi di piano urbanistico troppo vaghi e non sono valutati nei loro aspetti discrezionali dal consiglio comunale o di giunta comunale). La seconda osservazione sembra assumere la dimensione consensuale-contrattata e la sua eventuale non conformità ad un piano generale come un male di per se. Personalmente non condivido questa valutazione. Forme di contrattazione per le trasformazioni di dimensioni maggiori, che più si discostano da una consuetudo edilizio-urbanistica consolidata, sono da sempre presenti nella storia urbanistica delle nostre città e hanno talvolta prodotto trasformazioni dove si sono felicemente coniugati interessi collettivi e convenienze degli operatori. Oggi, inoltre, più che in passato, raramente dettagliare indicazioni prescrittive definite in un piano generale redatto in precedenza (spesso molti anni prima), possono guidare simili trasformazioni inerenti la ricostruzione della città su se stessa. Indicazioni prescrittive in un piano generale si configurano troppo spesso come “certezze ipotetiche” destinate ad essere smentite sia da modifiche della domanda pubblica e delle condizioni di operabilità e di mercato (Lanzani 2025).
La critica che si può e si deve fare a queste operazioni milanesi è di altra natura e riguarda a mio parere quattro aspetti. Il primo aspetto è che la quota di rendita “catturata” e trasformata in spazi e attrezzature pubbliche in queste contrattazioni europee è stata troppo bassa. Il secondo aspetto è che molto spesso le attrezzature e gli spazi pubblici ben lungi di essere offerti ad un ampio settore urbano di riferimento se non all’intera città sono realizzate in modo del tutto “introverso” a servizio quasi esclusivamente dei nuovi residenti e funzionali alla sola valorizzazione immobiliare più che ad una estesa rigenerazione urbana. Il terzo aspetto è che è a Milano (e quasi sempre nelle città italiane) è quasi inesistente la presenza di quote convenzionate di residenza da offrire perlomeno in affitto concordato e per edilizia sociale. Il quarto ed ultimo aspetto è che la sommatoria di tanti interessi pubblici locali concertati trasformazione per trasformazione non riesce a realizzare un reale interesse generale per la città: la contrattazione sulle singole trasformazioni senza un disegno generale a cui essere congruente (congruente, non conforme…) non riesce a produrre una necessaria riforma del modello di organizzazione spaziale, del disegno di assetto della città senza il quale molti problemi “strutturali” rimangono irrisolti.
Una critica fondata su questi quattro aspetti tuttavia non può essere fatta solo a Milano, ma a quasi tutte le città italiane (e in una parte non irrilevante delle città europee) dove l’incontro tra aree dismesse (o, peggio, disponibilità di aree urbanizzabili) e interessi immobiliari è avvenuto nell’ultimo trentennio, in modi insoddisfacenti non tanto perché in forme contrattate, ma per una insoddisfacente contrattazione, che ha visto l’attore pubblico piegato agli interessi di quello privato. Criticare le vicende urbanistiche milanesi, dunque, non può e non deve portare a sottacere dinamiche negative che si manifestano anche in altre città e territori (prevalentemente italiani più raramente europei, dove la quota di rendita catturata è più alta, dove il disegno dello spazio pubblico è guidato e indirizzato da disegni generali, dove non si è registrato un così radicale abbandono dell’offerta di edilizia pubblica o a “buon mercato”). Per evitare queste forme insoddisfacenti di contrattazione il tradizionale piano comprensivo ed autoritativo (piaccia o non piaccia) non è oggi di norma una soluzione praticabile.
Credo invece siano necessarie tre differenti mosse, per gestire diversamente la pratica contrattuale (Lanzani 2024 e 2025). La prima è quella di regole procedurali nazionali sia di tipo estimativo – che consentano cioè di intercettare in tutti i contesti una quota più significativa della rendita – sia di tipo procedurale – che impongano forme di dibattito pubblico reale tali da andare oltre la doverosa discussione in Consiglio comunale (in questo senso la più grande aberrazione milanese è la vicenda dello stadio Meazza, dove il ruolo sottomesso del pubblico ai possibili investitori si manifesta su un’area di proprietà pubblica) –. Per gestire simili trasformazioni oltre a reali forme di dibattito pubblico, abbiamo bisogno di portare sul tavolo della contrattazione il punto di vista non solo soggetti istituzionali e degli interessi generalmente non rappresentati, ma anche della cittadinanza e di “soggetti” non rappresentati (diverse forme di vita, la natura nel suo insieme, generazioni future).
La seconda è quella di una nuova forma di piano che – come giustamente ipotizzava Luigi Mazza – non fornisca per queste radicali trasformazioni indicazioni direttamente prescrittive, ma elementi di indirizzo strategico (che non precludano di apprendere e modificarsi a seguito della elaborazione progettuale locale). Solo che questo piano, se vuole svolgere questo ruolo, deve a mio parere contenere un reale disegno di assetto della città ed effettive prefigurazioni progettuali – che non ritroviamo nella deludente proposta milanese della fine del secolo scorso che Mazza stesso contribuì ad elaborare – e tanto meno troviamo oggi in tanti piani “strategici” elaborati oggi in Emilia Romagna – che ha ispirato una nuova stagione della pianificazione –, dove gli indirizzi si riducono troppo spesso in verbosi e retorici obiettivi e in disegni incapaci di fornire reali spunti ai progetti. Solo la presenza di indirizzi forti ex ante può orientare verso interessi collettivi una contrattazione che altrimenti inseguendo le proposte immobiliari e/o settoriali si limiterà a introdurre a posteriori irrilevanti modifiche (indicazioni in questo senso oltre che in Secchi 2024, in Bruzzese 2021 e Merlini e Zanfi 2023).
Infine, la terza mossa necessaria è un coinvolgimento diretto della cultura urbanistica in dialogo con quella architettonica e paesaggistica nella elaborazione di questi progetti di trasformazione: il che richiede procedure amministrative che lo consentano e cambiamenti culturali tra gli urbanisti (Palermo 2022). C’è da occupare uno spazio intermedio tra questi tre poli: interessi degli sviluppatori, competenze architettoniche e paesaggistiche coinvolte da questi stessi sviluppatori e pratiche di contrattazione e valutazione sviluppate dalla amministrazione e dalla politica locale. Uno spazio che nel Novecento fu caratteristico del “progetto implicito” e da una “politica del mestiere” dell’urbanistica (che non può ridursi a banale disegno corporativo) e che oggi per ragioni che non possiamo qui richiamare sembra scomparso.
Il ridisegno dello spazio pubblico e la gestione delle opere pubbliche
C’è poi un terzo gruppo di pratiche su cui si polarizzano le critiche sul modello milanese. Esso riguarda l’insieme delle azioni dirette sullo spazio urbano della amministrazione pubblica e delle opere pubbliche milanesi. In questo caso credo sarebbe ingeneroso non riconoscere innanzitutto un qualche segno di positività nell’azione di governo del capoluogo lombardo. Alcuni interventi sullo spazio stradale – penso alle molte piazze scolastiche o ad alcuni diffusi interventi sullo spazio verde di frangia – sono sicuramente esperienze molto positive che vanno segnalate rispetto a quelli di molte altre città italiane. I margini di critica a mio parere vanno allora meglio specificati. A me sembra siano sostanzialmente i seguenti.
Un primo insieme ha a che fare con la ritrazione dell’azione pubblica in alcuni importanti campi d’azione. Faccio due esempi. Un primo esempio riguarda l’assenza di nuovi interventi in un campo specifico quello della edilizia pubblica in città e soprattutto l’assenza di uno sforzo di gestione del tema (con una politica integrata della mobilità e di offerta di servizi culturali) di una offerta di edilizia pubblica o buon mercato a livello metropolitano (Granata 2023, Bricocoli Peverini 2024). Un secondo insieme riguarda un servizio, quello dei centri balneari accessibili a tutti (ancor più rilevanti che in passato con il cambiamento climatico e la crescente polarizzazione sociale della metropoli) non mantenuti, lasciati degradare e poi affidati a gestioni private che lasciano perplessi perché finiscono per selezionare fortemente gli utenti (con forme di personalizzazione di tariffazione) (Goisis, Coppola, Longo 2024). Chi amministra sottolinea la mancanza di risorse per gestire questi ed altri fronti di azione pubblica, un argomento poco sostenibile nel momento in cui sia con trasformazioni minute sia di grandi dimensioni proprio a Milano si è rinunciato ad intercettare quote significative della rendita immobiliare.
Una seconda insieme di critiche riguarda la mancata continuità tra interventi ordinari e straordinari e il carattere puntuale e isolato degli interventi. Si ritorni alle piazze scolastiche, interventi certo positivi e innovativi, ma troppe volte disancorati sia da una politica “di sistema” delle zone a 30 di quartiere sia da un disegno cittadino della rete della mobilità lenta nella città, sia da una riforma diffusa anche degli altri spazi aperti adiacenti delle attrezzature culturali e sportive di prossimità, finalizzata ad una ricostruzione di una più ampia trama delle infrastrutture quotidiane (indicazioni utili in questo senso in Pileri, Renzoni Savoldi 2022). Più in generale questi interventi troppo spesso stridono con una prassi ordinaria di intervento diretto della amministrazione o di altri soggetti (generalmente imprese partecipate) sullo spazio stradale o non si inseriscono in un più generale ripensamento della politica della mobilità e del disegno di tutto lo spazio del movimento nella città. È indubbio che l’innovazione – ad esempio delle piazze scolastiche – non possa essere da subito generalizzata e sistemica, ma se modalità di intervento rimangono relativamente anomale nel corso del tempo c’è evidentemente qualche problema.
In quest’ultimo senso, il lavoro iniziato dalla amministrazione di Milano con l’atlante dei quartieri sembra una mossa necessaria nel suo sforzo di delineare una progettualità più integrata dello spazio aperto a scala intermedia. Una mossa necessaria ma non sufficiente: ad esso dovrebbero affiancarsi sia alcune rivisitate politiche sistemiche (promosse dalle amministrazione e non delegate a soggetti altri, come le partecipate) sia un lavoro reale di confronto o meglio di coprogettazione tra diversi settori del Comune e tra questi e le strutture tecniche delle diverse autonomie funzionali e delle diverse partecipate. Milano come tutte le città italiane ha bisogno di integrare maggiormente una politica di riforma dello spazio verde diffuso nella città e di gestione delle acque, così come la politica di gestione degli spazi di diversi settori sociali. E ha bisogno di superare quell’agire autoreferenziale che ha prodotto risultati insoddisfacenti. Valgano in negativo la maggior parte delle uscite della nuova linea metropolitana mal inserite in città e le eccezioni felici di viale Argonne e di Sant’Ambrogio.
Ci sono infine due ultimi aspetti – veramente di carattere nazionale – su cui non mi soffermo ma che si debbono almeno richiamare. Il primo riguarda da un lato la chiusura municipale di troppi interventi rispetto a dimensioni sovralocali, che a Milano è diventa chiusura egoistica ma anche sotto-ottimale di molte progettualità alla scala della “città-Stato”, dall’altro la valorizzazione e la guida di forme di innovazione sociale di gruppi di cittadini nella produzione e gestione di spazi pubblici (che superano il semplice disimpegno della amministrazione rispetto ad alcuni servizi e/o spazi, e che agiscono a supporto di dinamiche di innovazione anche nei contesti più problematici caratterizzati da soggetti con minor capitale culturale e relazionale). Il secondo riguarda le modalità non sempre felici di coinvolgimento della cultura architettonica esterna alla pubblica amministrazione (forme e modalità dei concorsi, modalità di assegnazione degli incarichi diretti, ecc.) e la mancata valorizzazione dei profili progettuali tecnici presenti nella pubblica amministrazione (in grado di garantire direttamente una buona progettazione ordinaria, o di promuoverla con consapevolezza come responsabili dei procedimenti).
Per tutti questi aspetti non mi sembra comunque di trovare a Milano un profilo più critico che nel resto del paese. Semmai possiamo dire che Milano ben rappresenta delle criticità più generalizzate e specifiche del nostro paese. Discutere dei limiti nel fare urbanistica di Milano è qui a mio parere, discutere di limiti nazionali, che si manifestano anche a Milano (e non solo e tanto a Milano).
Tre considerazioni finali
Distinte queste pratiche, su cui a mio parere è bene sviluppare la riflessione critica sul fare milanese, in questa seconda parte di questo breve scritto vorrei invece soffermarmi su alcuni principi generali di ordine politico e culturale che, invece, in modo veramente esemplare, Milano mi pare stia proponendo all’intero paese e dai quali credo sia necessario prendere le distanze.
L’investimento immobiliare e la crescita come interesse pubblico
Il primo assunto che Milano ci propone pervasivamente (che ritroviamo nelle diverse forme di procedere e che unisce vecchi e nuovi assessori come Masseroli, De Cesaris, Maran o Tancredi) e da cui dobbiamo prendere le distanze è l’erronea idea che l’investimento immobiliare e la crescita (la vecchia crescita quantitativa) sia di per sè l’interesse pubblico. Questo è stato il vero “credo” nel governo del territorio delle amministrazioni milanesi, come Alberto Secchi e molti degli autori che abbiamo richiamato ben evidenziano. Un credo che è stato fatto proprio dal mondo della comunicazione di un giornalismo pubblicitario che ne ha cantato le “magnifiche sorti progressive”.
L’investimento immobiliare – poco orientato e poco condizionato – ha invece reso questa città (cosi come altre città dinamiche) invivibile non solo per i ceti popolari, ma anche per il ceto medio. Non solo esso spesso non ha consentito reali miglioramenti ecologico-ambientali: sia in senso locale con riferimento alle aree di intervento perché il prevalente ricorso alla sostituzione edilizia rispetto al riuso adattativo di molti edifici esistenti (oggi possibile efficientandoli energeticamente) ha un impatto ecologico complessivo negativo (per i consumi di demolizione di rimozione degli inerti, il consumo di nuovi materiali, ecc.), sia perché molti interventi di intensificazione sono sostenibili spostando o ubicando impianti e strutture fortemente consumatrici di suolo fuori dalla città centrale (in modo analogo a quanto si fece ad inizio Novecento spostando fuori città i rifiuti o le industrie insalubri).
Tutto ciò senza manicheismo. Come si è detto in taluni contesti del Paese – in contrazione e in crisi – attrarre gli investimenti immobiliari per rigenerare il patrimonio edilizio esistente può rispondere a un interesse pubblico e può giustificare alcune facilitazioni fiscali, a patto tuttavia che ciò si realizzi in forma anticiclica (le facilitazioni debbono cessare quando si riapre una dinamica positiva del valore degli immobili) e che il rilancio di questi insediamenti non sia assegnato solo all’investimento immobiliare e a sole forme di sviluppo turistico e residenziale che finiscono per tagliar fuori i soggetti che in quel territorio vivono. Può essere una componente – non la sola non la principale – di una non facile politica locale di ri-sviluppo, o meglio di messa in valore – ecologicamente e socialmente virtuosa – di ciò che c’è del patrimonio esistente o meglio del complesso sistema insediativo del paese.
Le politiche di attrazione dell’investimento immobiliare a Milano, d’altra parte, sono un caso veramente esemplare non solo di un improprio appiattimento dell’interesse pubblico a quello privato (attraverso una sistematica non considerazione dei costi sociali ed ambientali, una socializzazione dei costi privati e soprattutto dei vantaggi privati maggiorati) ma anche la dimostrazione del fallimento del paradigma troppo debole dello sviluppo “sostenibile”. È ora di evitare concilianti formule salvifiche e ritornare ad esplicitare conflitti reali che possono aprirsi tra investimenti immobiliari e interessi ambientali e sociali, tra crescita quantitativa, ambiente ed ecologia. Se c’è ancora spazio per un riformismo reale e radicale – come quello del secolo breve – esso nascerà da una mediazione a valle di un conflitto tra differenti interessi e non certo da caramellose visioni condivise (tipo “Olimpiadi sostenibili”). Se questo spazio non ci sarà, la cultura tecnica dell’urbanistica avrà comunque un compito civile da perseguire: promuovere un’azione critica e demistificante delle trasformazioni in atto nelle città.
Il mercato come obiettivo?
La seconda idea è che la pianificazione urbanistica debba essere sostituita dal mercato e dalla produzione puntuale di infrastrutture ed attrezzature nella organizzazione spaziale della città e dei territori, nel dare forma al paesaggio, nel modificare gli ecosistemi (Calafati 2025). Il mantra che copre tutto ciò è sburocratizzare: sburocratizzare l’edilizia privata con le procedure che abbiamo visto, sburocratizzare l’azione di tante autonomie funzionali, imprese partecipate, soggetti pubblici-privati con il sistema – con pochi analoghi in Europa – dei commissari e con le sempre più frequenti possibilità di eludere valutazioni e confronti. Si scrive sburocratizzare, ma si deve leggere eliminazione di qualsiasi progetto sul territorio di composizione dei diversi interessi presenti e soprattutto eliminazione di qualsiasi valutazione sulla diseguale distribuzione dei costi e dei benefici sociali (su soggetti e cittadini) di queste trasformazioni e di qualsiasi valutazione dei costi ambientali.
L’urbanistica dalla metà dell’Ottocento e nel corso del Novecento (in un orizzonte più ampio del secolo breve) ha diffusamente contribuito ad una ampia produzione di infrastrutture sociali e del quotidiano offerte ai cittadini come beni pubblici fuori dallo scambio di mercato: strade, piazze, giardini parchi, greenway, biblioteche, centri culturali scuole, campi sportivi, piscine. Ha demercificato in qualche misura anche l’offerta della casa a buon mercato). Lo ha fatto non solo e non tanto con una azione pubblica diretta (opere pubbliche), ma anche regolando il mercato urbano, condizionando trasformazioni private in modo tale che esse producessero anche beni pubblici. Lo ha fatto, anche, con leggi e dispositivi, tra i quali quelli tardivi del 1967 e del 1977, che definivano correttamente i tipi di interventi edilizi, le fattispecie nelle quali ricorrere al piano attuativo regolando le forme della contrattazione e ancora con gli standard e gli oneri da versare. Leggi e dispositivi che sono oggi oggetto di violento attacco con il Salva-Milano, con l’ipotizzata legge sulla rigenerazione urbana, con la ventilata riscrittura del Testo unico sulla edilizia.
Non solo. L’elaborazione di uno schema spaziale di riferimento per lo sviluppo della città capace di orientare investimenti pubblici, regole diffuse della trasformazione, forme e regole della contrattazione, seppur in un numero assai minore di casi, hanno indirizzato l’organizzazione urbana cercando di valorizzare gli effetti che le singole trasformazioni urbane possono avere sul benessere collettivo, orientando nel suo insieme il modello di organizzazione spaziale e la morfologia urbana verso obiettivi condivisi in sede politica. Certo uno sforzo che in Italia ha avuto meno successo poiché la politica locale in Italia più che in altri contesti nazionali ha costruito il suo consenso sulla allocazione e valorizzazione dei diritti di edificare puntuali con accordi puntuali con le singole proprietà (o nei casi più estremi con forme di collusivo silenzio-assenso-supporto ad una edificazione in forma-abusiva), rinunciando a un progetto urbanistico, ossia ad un progetto collettivo di organizzazione spaziale (Calafati 2021). Oggi, il dato nuovo è che con l’adesione alla cultura neoliberale (talvolta esplicito, più spesso mascherato) non solo di gran parte della Sinistra, ma anche della parte egemone della cultura dell’architettura e del planning, questa stessa ipotesi di azione sembra ancora più lontana e sfocata. Certo alcune buone e innovative pratiche locali si sono manifestate anche a Milano (citavamo le piazze scolastiche e alcune politiche del verde su aree di frangia); certo il tentativo di costruire uno strumento di indirizzo ad una scala intermedia tra città e singole operazioni edilizio-urbanistiche ed opere pubbliche è positivamente in fase di elaborazione (atlante dei Quartieri); ma un tentativo di riorientare il modello urbano e metropolitano è definitivamente sparito dall’orizzonte del discorso. Non diversamente nel resto del Paese: chi prova a parlare di una riorganizzazione dell’assetto del territorio, contestualmente ad alcune rilevanti trasformazioni edilizie, urbanistiche, infrastrutturali e territoriali, cosi come contestualmente alla costruzione di una delle tante agende dello sviluppo locale (con elenchi di obiettivi e misure) si trova in una condizione non dissimile a quella di un marziano.
Di fronte a crescenti criticità ecologiche e al riaprirsi della forbice dei divari sociali e forse all’orizzonte dei divari tra chi è considerato pienamente cittadino e chi non ha diritto a cittadinanza, certamente gli strumenti urbanistici del 1967 e del 1977 non sono sufficienti e vanno arricchiti e ripensati così come le forme tradizionali della pianificazione territoriale. Sia tuttavia chiaro che alcuni aspetti della prassi milanese e le leggi in discussione ben lungi di occuparsi di ciò si muovono in una direzione diversa: sregolare il mercato urbano, riconoscere come unico interesse legittimo quello dell’investitore, espellere dall’ordine del discorso qualsiasi ragionamento sull’assetto della città e del territorio: questa è la prospettiva che viene avanti. Chi ne denuncia la vetusta età – non pochi planner ed architetti, oltre che portatori di interessi immobiliari e politici ad essi associati – purtroppo non è impegnato ad innovare le forme di governo delle trasformazioni di fronte a mutate condizioni generali, ma è attivamente impegnato a rimuovere quella volontà che fu prima della cultura liberale e poi di quella socialdemocratica di non attribuire al solo mercato il modificarsi della città e del territorio.
Ci sarebbe poi da riflettere su quanto gli sforzi per valorizzare pratiche di innovazione sociale, di cittadinanza attiva nelle tante microtrasformazioni urbane che a Milano ha trovato spazio in non poche operazioni e ha senza dubbio goduto di buona stampa (e ampio spazio accademico), sia tuttavia convissuto in ambigua simbiosi con la rimozione di forme di discussione pubblica sulle più grandi trasformazioni edilizie e urbanistiche e a maggior ragione con l’esclusione di qualsiasi tentativo di dar voce alle istanze di chi non ha voce (i soggetti privi di capitale culturale e relazionale oltre economico, le generazioni future, le forme di vita non umana, gli ecosistemi). Analogamente non sarebbe inutile riflettere su come la rivendicazione delle ragioni del progetto (edilizio e urbano) verso quelle del piano, giustamente evocate per superare un superamento di un insostenibile determinismo dal piano al progetto, alla prova dei fatti appiattendosi sulle sole esigenze dei progetti immobiliari (assai poco urbani) hanno contribuito a dar vita alla volontà neoliberale di eliminare qualsiasi progettualità collettiva sulla morfologia urbana.
Lo stordimento delle immagini come strumento inibitorio di visioni di futuro
Un ultimo tema generale che la vicenda milanese solleva è quello dell’uso delle immagini e della comunicazione nelle politiche urbane, nella loro capacità di sostituirsi al progetto urbano e territoriale. È un tema che ha ben disvelato Lucia Tozzi con il suo libro su L’invenzione di Milano ( Lo richiamo qui per esprimere una contraddizione.
Da un lato abbiamo un disperato bisogno di visioni e di immagini di futuro per produrre buone regole per le trasformazioni urbane diffuse, per indirizzare e gestire le contrattazioni per i più rilevanti processi trasformativi e non limitarsi a marginali modifiche a posteriori, per far dialogare sperimentazioni locali, innovazione sociale diffuse ed una politica contro le diseguaglianze e capaci di produrre disegni di assetto e forme di organizzazione spaziali realmente capaci di riconvertire in senso ecologico i nostri territori, per riconnettere la città di Milano ai territori ricchi di caratterizzazioni specifiche della sua regione. Dall’altro non possiamo contrastare come oggi gran parte delle immagini che la cultura architettonica e urbanistica (da quelle su singole operazioni immobiliari a quelle più generali su smart and green cities) hanno una ben altra valenza. Esse si mostrano funzionali al racconto immaginifico di un divenire urbano o territoriale dove trovano spazio solo alcuni interessi e soggetti e dove sono evidenti precise priorità. Misurare la partecipazione della cultura tecnica (del mondo dell’architettura, dell’urbanistica, del design e del planning) a questo disegno, rifiutando troppo semplicistiche e deresponsabilizzanti distinzioni tra compiti della politica e compiti della tecnica è quanto mai urgente.
E ci riguarda. Gaza, Riviera del Mediterraneo orientale si affaccia sullo stesso mare.
Arturo Lanzani
Note Aa.Vv. (2024) “Salva Milano? La lettera appello al legislatore”, Arcipelago urbano, luglio. Bricocoli M, Peverini M. (2024), Milano per chi? Se la città attrattiva è sempre meno abbordabile, Siracusa: LetteraVentidue. Bruzzese A. (2021), “Scala intermedia / abitare in prossimità. Note su due ambiti di lavoro necessari”, in Aa.Vv., Rigenerazione dello spazio urbano e trasformazione sociale, Atti della XXIII Conferenza Nazionale SIU vol. 05, Roma-Milano: Planum Publisher e Società Italiana degli Urbanisti. Cafiero P. (2024), “Chi ci salverà dal Salva-Milano”, Arcipelago urbano, dicembre Calafati, A. (2021), Organizzazione spaziale, costi sociali e democrazia in Italia, Antonio Calafati.it Calafati A. (2025), “Milano le mani sulla città”, Doppiozero, febbraio. Colacicco P., Lanzani A. (2025), “Tanta confusione che rischia di impedire una corretta discussione”, Gli Stati generali, 10 febbraio. Coppola A., Chiodelli, F. (2025), “Il Salva Milano non è un condono. Purtroppo”, Il Manifesto 18 febbraio. Coppola A., Granata E., Longo A., Lanzani A. (2024), “Necrologio per l’urbanistica. Se per cercare di salvare Milano si mette a rischio tutta l’Italia”, Gli stati generali, 25 novembre. Gaeta, L. (2021), Urbanistica contrattuale. Criteri, esperienze, precauzioni, Milano: FrancoAngeli. Goisis T., Longo A., Coppola A. (2024), “Il fine o la fine dello sport e del tempo libero pubblico a Milano”, Sai che puoi, Luglio Granata E. (2023), “Il prezzo (caro) dell’urbanizzazione”, Centro Culturale di Milano, Luglio. Granata E., Longo A. (2025), “Milano 2025. Edilizia senza urbanistica. Rigenerazione senza vantaggi pubblici”, Menabò, n. 231. Lanzani A., (2024) Rigenerazione urbana e territoriale al plurale, Milano: FrancoAngeli. Lanzani A. (2025), “Piano progetto e urbanistica. Il caso Mazza”, Ecowebtown, n 28 (in corso di pubblicazione). Merlini C. (2023), “Sulla definizione di un assetto spaziale della città e sul suo ruolo”, in P. Gabellini et al, Urbanistica per una città media, Milano: FrancoAngeli. Palermo P.C. (2022), Il futuro dell’urbanistica postriformista, Roma: Carocci. Pasqui G. (2023), “Milano oggi, un ciclo al tramonto. Le condizioni per una svolta”, Casa della cultura (www.casadellacultura.it). Piccardo E. (2025), “Il trionfo del mercato”, Archphoto, gennaio. Pileri P., Renzoni C., Savoldi P. (2022), Piazze scolastiche. Reinventare il dialogo tra scuola e città, Mantova: Corraini. Tozzi L. (2023), L’invenzione del presente. Culto della comunicazione e politiche urbane, Napoli: Cronopio. Urbani P. (2000), Urbanistica consensuale. La disciplina degli usi del territorio tra liberalizzazione, programmazione negoziata e tutele differenziate, Torino: Bollati Boringhieri. Zanfi F. (2023), “La difficile rigenerazione urbana. Le proposte, le retoriche e le resistenze al cambiamento di paradigma”, in P Gabellini et al, Urbanistica per una città media, Milano: FrancoAngeli.
N.d.C. - Arturo Lanzani, urbanista e geografo, è professore ordinario del Dipartimento di Architettura e Studi urbani al Politecnico di Milano. Ha svolto e svolge impegni amministrativi come assessore all’urbanistica e presidente di Parco locale di rilevanza sovracomunale
Tra le sue pubblicazioni: Il territorio al plurale. Interpretazioni geografiche e temi di progettazione territoriale in alcuni contesti locali (F. Angeli, 1991); con S. Boeri e E. Marini, Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese (Abitare Segesta, 1993); Immagini del territorio e idee di piano, 1943-1963. Dagli approcci generalizzanti all'interpretazione dei contesti locali (F. Angeli, 1996); con D. Cologna, P. Farina , L. Breveglieri, Cina a Milano. Ambienti, famiglie e lavori della popolazione cinese a Milano (Aim-Segesta, 1997); (a cura di), Dare spazio alle differenze. Insediamento e presenza straniera nella provincia di Lecco. Rapporto 2002 (Fondazione ISMU, 2003); I paesaggi italiani (Meltemi, 2003, 2008); (a cura di) con V. Fedeli, Il progetto di territorio e paesaggio. Cronache e appunti su paesaggi/territori in trasformazione, Atti della VII Conferenza della Società Italiana degli Urbanisti (F. Angeli, 2004); con E. Granata et al, Esperienze e paesaggi dell'abitare. Itinerario nella Regione urbana milanese (Aim-Segesta, 2006); (a cura di), con S. Moroni, Città e azione pubblica. Riformismo al plurale (Carocci, 2007); a cura di, In cammino nel paesaggio. Questioni di geografia e urbanistica (Carocci, 2011); con G. Pasqui, L'Italia al futuro. Città e paesaggi, economie e società (FrancoAngeli, 2011); con A. Alì, D. Gambino, A. Longo, A. Moro, C. Novak, F. Zanfi, Quando l'autostrada non basta. Infrastrutture, paesaggio, urbanistica nel territorio pedemontano lombardo (Quodlibet, 2013); Città, territorio, urbanistica tra crisi e contrazione. Muovere da quel che c'è, ipotizzando radicali modificazioni (FrancoAngeli, 2015); (a cura di), con C. Merlini, F. Zanfi, Riciclare distretti industriali. Insediamenti, infrastrutture e paesaggi a Sassuolo (Aracne, 2016); Cultura e progetto del territorio e della città. Una introduzione (FrancoAngeli, 2020); (a cura di) con A. Coppola, M del Fabbro, G. Pessina e F. Zanfi, Ricomporre i divari. Politiche e progetti territoriali contro le diseguaglianze e per la transizione ecologica (Il Mulino 2021): (a cura di), Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione (Donzelli, 2024); Rigenerazione urbana e territoriale al plurale. Itinerari in un campo sfocato (FrancoAngeli, 2024).
Per Città Bene Comune ha scritto: Quali politiche per le città (14 settembre 2016).
Sui libri di Arturo Lanzani, v. in questa rubrica: Gabriele Pasqui, Pensare e fare urbanistica, oggi (26 febbraio 2016); Rosario Pavia, Il suolo come infrastruttura ambientale (11 maggio 2016); Marco Romano, I nemici della libertà (9 settembre 2016); Francesco Gastaldi, Urbanistica per i distretti in crisi (15 giugno 2017); Renzo Riboldazzi, L’urbanistica prima dell’urbanistica (30 aprile 2021); Giancarlo Consonni, Il passato come risorsa del progetto (10 settembre 2021); Antonio Calafati, Un viaggio nell’Italia di mezzo (10 gennaio 2025).
NB. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 21 MARZO 2025 |