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Già nell’introduzione al libro Roma Babilonia. Figure dell’inerzia urbana (Bordeaux, 2024), Rosario Pavia ci annuncia il suo disincanto (e io aggiungerei il suo personale dolore di Architetto) per una Roma “che appare oggi veramente come una Babilonia, una metropoli indecifrabile, inerte e passiva, attraente e invivibile, accogliente e diseguale. A Roma la frantumazione della città in una pluralità di parti urbane e aggregati edilizi ha fatto perdere il senso dell’orientamento spaziale e dell’identità dei luoghi, mentre il progetto e il piano sembrano impotenti e senza speranza nei confronti della perdita di una forma urbana riconoscibile” (p.9). Ma la “rassegnazione” dell’Architetto è di breve durata poiché, subito dopo, partendo da questa desolante condizione, torna alla sua vocazione originaria di Progettista per chiedersi: “come estrarre dalla moltitudine dei materiali urbani alcune figure, alcuni luoghi e temi su cui riportare l’attenzione e l’azione progettuale” (p.10). Da qui parte un lungo viaggio, o una diversa narrazione, sulla recente storia della Capitale, alla ricerca delle occasioni mancate, delle bellezze non valorizzate, dei possibili altri sviluppi, disegnati ma rimasti sulla matita di tanti autorevoli progettisti che hanno tentato di dare forma a questa Babilonia moderna.
Gli interrogativi posti dall’Autore sono tutt’ora attuali e senza risposta: “Qual è il ruolo della verticalità nello sviluppo della città? Perché i muraglioni del Tevere sono ancora oggi percepiti negativamente? Quale identità attribuire al Tevere come parco urbano? Quando si è interrotto il rapporto della città con il mare? Che ruolo ha avuto in questo il piano urbanistico del 1962-65? Come interpretare l’inerzia e la potenza dei tre anelli (le mura Aureliane, la cintura ferroviaria e il GRA) che cingono Roma e ne condizionano la crescita e la forma? Che senso dare alle infrastrutture ambientali dell’Appia Antica e del Tevere che aprono trasversalmente il sistema chiuso degli anelli urbani?” (p.10). Interrogativi che ancora chiedono una risposta, che rimandano ad una programmazione urbana mancata, anzi volutamente ignorata o negata, per far posto ad uno sviluppo caotico e senza forme, come una Babilonia: l’archetipo di una città diffusa orizzontale.
Prima della conquista dei Visigoti (410 d.c.), la città, che contava circa un milione di abitanti, era caratterizzata da emergenze naturali e architettoniche che esaltavano l’altezza dei palazzi e dei templi. Poi, nell’Alto Medioevo, si contrae; la sua popolazione precipita a livello dei 30mila, 55mila abitanti; il paesaggio cambia; Roma diventa un centro turrito, come altre città d’Italia. Cambia ancora in epoca rinascimentale dove spiccano palazzi e chiese e la grande cupola di San Pietro. La città assume la forma orizzontale e la manterrà fino ai nostri tempi, sviluppandosi lungo le vie consolari, fuori dalle sue mura: l’immensa periferia che tracima oltre il GRA. Si sovrappongono progetti diversi, la sua modernità: “avanzava lentamente e con incertezza: accanto allo sventramento troviamo il diradamento edilizio di Gustavo Giovannoni, insieme al modello della città compatta centralizzata, quello della città giardino della Garbatella e di Montesacro” (p.16). Le mura non vengono abbattute, ma neppure valorizzate; restano mute; silenziose sentinelle in attesa di un nemico, come Drogo, il giovane tenente del deserto dei Tartari che aspetta (invano) l’invasione dell’esercito del nord.
L’assenza, o il rifiuto, di ogni verticalità impedisce uno sguardo prospettico, così che: “La nuova dimensione urbana […], poteva essere colta solo mediante l’attraversamento e il movimento. L’apprendimento della città è il risultato di una narrazione, di un montaggio di immagini e di percezioni diverse. Per questo la città si rilevava come in un racconto” (p.18). Questa orizzontalità viene ribadita da due progetti: il primo, in epoca fascista, è il tentativo di congiungerla con il mare; il secondo è il tentativo (poi abortito) di realizzare lo SDO, il Sistema Direzionale Orientale. Unica eccezione a questa orizzontalità è l’edificio di Corviale, definito come il grattacielo orizzontale.
Inutili o infruttuosi i tentativi di dare ordine e forma attraverso i piani: anche il nuovo piano regolatore non modifica questa Babilonia: “Una enorme città diffusa senza qualità, inaccessibile, ineguale nei servizi e nelle opportunità, omogenea e senza identità. Degrado e abbandono, sprechi, edifici produttivi, dismessi, opere non ultimate (come la Vela di Calatrava a Tor Vergata), sono lo specchio di una città in declino economico, attanagliata nella morsa del debito pubblico, compromessa da una burocrazia inefficiente e le pressioni del “mondo di mezzo” (pp. 23-24). E qui bisogna dire che la pianistica, la famosa cassetta degli attrezzi dell’urbanista, può, al più, redigere le norme per uno sviluppo che contrasti il dominio del privato, ma che solo il Progetto urbano, ovvero la visione complessiva di una forma riconoscibile, può conferire alla città un assetto armonico. Il “pianificar facendo” era un programma basato proprio sull’assenza e la negazione di un Progetto di città e, dunque, destinato al fallimento.
Per dare forma a questa città occorrerebbe una volontà politica che la sollevi da una storica stagnazione, che sembra tutt’uno con la proverbiale inerzia dei suoi abitanti, abituati a vedere transitare temporaneamente poteri senza che nulla cambi; rassegnati e cinici, sempre pronti a magnificare il nuovo Capo, salvo poi, il giorno dopo, a ricoprirlo di insulti per le mancate promesse. Fatta questa impietosa analisi, l’Architetto, ovvero l’Autore, affronta i mali storici della città per tentare di dare risposte progettuali con riferimento alla nota frase di Calvino, quando dice: “chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Il suolo stratificato di Roma accoglie, più di ogni città al mondo, una storia urbana millenaria, e ne fa un sistema unico. Ed è lo spessore e l’orizzontalità di questo suolo che diventa l’ipertesto su cui ragionare per il futuro. Il primo problema affrontato è quello del rapporto con il Tevere e i suoi muraglioni. Roma, è cosa nota, prima della loro costruzione era soggetta a periodiche inondazioni. “I muraglioni si imposero come l’opera infrastrutturale più impegnativa del periodo, l’unica in fondo ad avere la dimensione di un grande progetto moderno, paragonabile a quanto si stava facendo nelle capitali europee più avanzate. Un’infrastruttura complessa, che riusciva ad integrare le opere di difesa con i grandi collettori fognari collocati nel corpo murario, la nuova viabilità e l’innovativo spazio pubblico dei Lungoteveri” (p.34). La loro costruzione cambia il volto della città, con la scomparsa dei porti di Ripetta e di Ripa Grande e la demolizione di tessuti urbani prospicienti il fiume. Ma essi, per l’Autore, non si dimostrano poi così negativi, perché negli anni a venire diventano il luogo di passeggio di molti romani, così come i famosi e storici battelli ancorati alle banchine sono i mitici ritrovi per una nuotata nel Tevere, come descritti in quegli anni da Pasolini.
Paradossalmente i boulevard che, in altre città, nascono al seguito dell’abbattimento delle mura, a Roma essi sono rappresentati dai Lungotevere alberati. Così che due segni forti della città risultano proprio le Mura e i Muraglioni: “Mura e muraglioni due segni potenti, ma entrambi trascurati e disattesi dal progetto e dalle politiche urbane” (p.37). Essi però cessano di assolvere la funzione di Boulevard tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la città si apre a una mobilità tutta incentrata sul trasporto automobilistico privato. I Lungoteveri diventano arterie ad alta intensità d traffico. Numerosi sono i casi citati nel libro di riportare il Tevere al centro delle politiche urbane; l’ultimo quello del nuovo PRG del 2008 che includeva il Tevere fra i cinque progetti strategici; di fatto accantonato. Uno dei pochi tentativi di valorizzazione è quello della Piazza Tevere che nasce “da un’intuizione di Kristin Jones, artista americana che […] ha dedicato a questo spazio una serie di installazioni site specific, tra cui il magnifico corteo di lupe capitoline disegnate sul muraglione destro attraverso la tecnica della rimozione dello sporco accumulato sulle pareti” (p.52). Resta il fatto che il Tevere è l’elemento identitario di Roma che l’Autore, immaginandolo come un Grande Parco centrale, lo paragona a quello del Central Park di New York; paesaggio che riassume la città.
Altro elemento di sistema è l’Appia Antica: “fa parte dell’identità della città ma anche della sua natura, appartiene al passato, incide sul presente, ma soprattutto si proietta nel futuro, delineando per la città una utopia concreta” (p. 63). “Roma nel suo disordine trova nell’Appia Antica un riferimento geometrico e spaziale: la linearità della strada romana e il grande vuoto del parco incidono entrambi nell’informe figura della metropoli attraversandola dal centro all’estrema periferia. A guardare bene questa arteria del passato essa diventa la misura della città contemporanea, non solo concettualmente ma concretamente” (p.64). La Regina Viarum è legata al nome di Antonio Cederna e porterà al primo esproprio pubblico di 2.500 ettari nel PRG del 1962, sottraendola alla speculazione edilizia strisciante degli anni Sessanta. Tuttavia, il Parco dell’Appia Antica, un patrimonio immenso di terreni agricoli, di pascoli, di presenze archeologiche, resta periferico, con i quartieri che si sviluppano ai suoi lati. Un’altra occasione culturale perduta poiché il Parco è di difficile accessibilità, manca di servizi adeguati. “Manca da tempo una politica urbana attenta allo spazio pubblico e al ruolo del verde come infrastruttura per la salute e il piacere della popolazione, alla sua funzione di connessione territoriale” (p.67). “Lo spazio verde dell’Appia Antica è in fondo un’assenza – scrive Pavia –, un’attesa, un vuoto che esprime una domanda di progetto”, un’utopia mancata, quella di restituire a Roma una centralità perduta
Molte altre sono le occasioni mancate raccontate nel libro. Lo sviluppo verso il mare, ad esempio: dal secondo dopoguerra e con il PRG del ’62-65, il mare scompare dalle politiche urbane, mentre si realizza abusivamente la direttrice verso di esso; le mura aureliane, dove troviamo un vasto repertorio di essenze vegetali, come nelle incisioni di Piranesi; lo SDO; le Porte diventate snodo di traffico automobilistico; l’Anello ferroviario, anch’esso ritenuto ambito di programmazione strategica dal PRG del 2008; il Grande Raccordo Anulare con i suoi 68 km di sviluppo: “Una cintura fatta di automobili in movimento, una muraglia che non ha frenato la diffusione urbana, diventandone all’opposto un elemento di attrazione. Il GRA è una eterotopia che distorce le relazioni, che non tiene insieme i luoghi e le realtà che attraversa, che rivela contraddizioni profonde” (pp. 141/2). Man mano che si procede nella lettura del libro, l’impressione che si ha è che Roma avrebbe potuto avere ben altro sviluppo e forma se i suoi gioielli (come li chiamava Joyce) fossero stati valorizzati facendone un progetto unitario, collegandoli l’un l’altro a formare un sistema complesso dove il sistema si sarebbe dimostrato ben più della somma delle singole parti.
Il libro non è semplicemente una esposizione colta delle occasioni mancate, dei progetti non realizzati, insomma una inutile geremiade. Roma avrebbe potuto essere diversa se i suoi amministratori avessero prestato più attenzione alle sue vocazioni identitarie (il Tevere, le Mura, i Muraglioni, l’Appia Antica, il mare). Dal libro emerge con forza un grido di dolore e al tempo stesso di amore di un Architetto che ha passato lunghi anni ad esplorare, osservare, scrutare, meditare sui luoghi e sulle rovine di questa città, vedendo ciò che a molti non destava alcun interesse. Come se questa città dovesse restare immobile nella sua stanca e declamata bellezza. Seppur disincantato l’Architetto continua la sua esplorazione cogliendo quei lampi di progettualità che avrebbero potuto riconnettere la lunga storia di questa città con una modernità che essa già contiene in potenza, senza alcun bisogno di fatui imbellettamenti e di altrettanto effimeri festeggiamenti o eventi. Un libro che dovrebbe essere letto da tutti gli studenti dei primi anni di Architettura, non solo di Roma.
Enzo Scandurra
N.d.C. - Enzo Scandurra, saggista, scrittore, già professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica, ha insegnato Sviluppo Sostenibile per l'Ambiente e il Territorio all'Università La Sapienza di Roma. Nello stesso ateneo è stato direttore del Dipartimento di Architettura e Urbanistica e coordinatore del Dottorato di Ricerca in Ingegneria per l'Architettura e l'Urbanistica. È tra i soci fondatori della Società dei Territorialisti/e onlus, membro del comitato scientifico della rivista “Luoghi comuni” e collabora a "il manifesto".
Tra i suoi ultimi libri: Vite periferiche (Ediesse, 2012); con Giovanni Attili (a cura di), Il pianeta degli urbanisti e dintorni (DeriveApprodi, 2012); con Giovanni Attili, Pratiche di trasformazione dell'urbano (FrancoAngeli, 2013); Recinti urbani. Roma e luoghi dell'abitare (Manifestolibri, 2014); con Ilaria Agostini, Giovanni Attili, Lidia Decandia, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017); Fuori squadra (Castelvecchi, 2017); con Ilaria Agostini, Miserie e splendori dell'urbanistica (DeriveApprodi, 2018); Exit Roma (Castelvecchi, 2019), La disgrazia (Castelvecchi, 2020); con Ilaria Agostini e Giovanni Attili, Biosfera, l'ambiente che abitiamo. Crisi climatica e neoliberismo (DeriveApprodi, 2020); con Tiziana Drago, a cura di, Contronarrazioni. Per una critica sociale delle narrazioni tossiche (Castelvecchi, 2021); con Piero Bevilacqua, a cura di, Roma. Un progetto per la capitale (Castelvecchi, 2021); La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e noi (DeriveApprodi, 2022); Roma. O dell’insostenibile modernità (MachinaLibro, 2024),
Per Città Bene Comune ha scritto: La strada che parla (26 maggio 2017); Dall'Emilia il colpo di grazia all'urbanistica (19 ottobre 2017); Periferie oggi, tra disuguaglianza e creatività (18 ottobre 2019); Nel passato c’è il futuro di borghi e comunità (5 marzo 2021); Roma, e se non capitasse niente? (16 luglio 2021); Il territorio non è una merce (25 marzo 2022); Dalle aree interne un’inedita modernità (20 giugno 2023); Roma, scenografia urbana e vita quotidiana (25 ottobre 2024).
Sui libri di Enzo Scandurra, v. i commenti di: Giancarlo Consonni, In Italia c’è una questione urbanistica? (15 giugno 2018); Francesco Indovina, Non tutte le colpe sono dell’urbanistica (14 settembre 2018); Renzo Riboldazzi, Agostini e Scandurra a Città Bene Comune. Le ragioni di un incontro (3 maggio 2019); Carlo Cellamare, Roma tra finzione e realtà (18 luglio 2019); Graziella Tonon, Città: il disinteresse dell’urbanistica (11 ottobre 2019); Mario Agostinelli, Più ecologia, meno disuguaglianze (18 novembre 2022); Giancarlo Consonni, Roma: il possibile riscatto (28 giugno 2024).
Sullo stesso libro di questo commento, v. anche: Anna Laura Palazzo, Tre sguardi su Roma (30 gennaio 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 07 MARZO 2025 |
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F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
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