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1. Un libro che va letto con calma e attenzione
Appena avuto fra le mani, ho pensato che il nuovo libro di Ota De Leonardis – Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025) – fosse di particolare interesse. Ciò che subito attira, è trovare sullo sfondo un’immagine impietosa di “macerie”: piloni strutturali che crollano con effetti disastrosi allargati. Insieme, e nonostante ciò, l’atteggiamento positivo, calmo ma deciso, rivelato nel titolo stesso; qui anche incuriosiva trovare rovesciata l’ossessiva risposta del Bartleby di Melville: preferirei di no. Il sottotitolo dice poi che il libro tratterà di Idee di riproduzione sociale sulle macerie del welfare, definendo così un perimetro più preciso, nel quale l’Autrice ha a lungo lavorato. Il libro era dunque un nuovo passo della sua originale sociologia; per quanto mi riguarda, avrei trovato punti di consonanza con cose di cui mi occupo, suscettibili di sviluppo in più direzioni, delle quali ho percorso alcune e solo rasentato altre, con la prospettiva dunque di ripensare mie idee e imparare altre cose.
Dico subito che dopo la lettura si ha la conferma di un libro importante; va letto con calma e attenzione, perché denso di esperienze, conoscenze teoriche, pratiche maturate in un lungo periodo, è la ripresa di un intero percorso di cui mostra la continuità e fa apprezzare il valore.
2. Catastrofi della politica.
Il punto di partenza, che fissa lo sfondo, è il richiamo alla montée des incertitudes, di cui ha parlato Robert Castel nel suo ultimo libro, con il disordine che si stabilisce per l’indebolimento degli istituti di protezione sociale, la crisi del welfare e la condizione che ne è derivata di persone che perdono possibilità di immaginare e controllare il proprio percorso di vita. Era la definizione di una nuova «grande trasformazione», che richiamava il lavoro classico di Karl Polanyi sulle tendenze catastrofiche dell’economia solo regolata dal mercato. Negli anni recenti, le incertezze e i rischi sono andati crescendo, si sono fatti minacciosi su più fronti. Situazioni di crisi di molti tipi si susseguono e si espandono molto di là da dove si sono manifestate.
Il libro è diviso in due parti. La prima è intitolata Catastrofi della politica. La prospettiva di analisi si definisce con la considerazione che le minacce catastrofiche «spostano le priorità sul livello sistemico all’ombra delle questioni di sopravvivenza della vita umana sul Pianeta, l’incertezza è diventata un problema di tenuta dell’ordine globale, e la sicurezza si è instaurata come imperativo sistemico, un principio d’ordine. La sicurezza sistemica costituisce la cornice interpretativa che informa e giustifica l’esercizio di poteri di governo, a tutti i livelli» (p.9-10). Si apre così la via «dell’asservimento a un dominio ‘necessario’», la via di un indurimento di governo. Il quadro più generale è espresso in sintesi dall’idea di «un ordine globale che si alimenta moltiplicando disordine, e che si impone come necessitato dall’instabilità conseguente» (p.13). De Leonardis arriva a queste conclusioni avendo in passato dedicato tempo a ricerche sul tema, di cui ora amplia lo sguardo e tira le fila.
Solo la lettura diretta permette di cogliere l’insieme denso di argomenti e passaggi che conducono alla sintesi sul quadro generale che ho appena detto. Qui mi limito a segnalare che riguardano aspetti fatti risalire al managerialismo, ovvero dell’orientamento al New Public Management in molti Paesi, in Italia con la legge Bassanini della fine degli anni Novanta. In particolare, anche se animato dalle migliori intenzioni, il principio della rendicontazione ha generato di seguito molti cambiamenti istituzionali guidati da quel principio e dal vocabolario della contabilità. Questo all’interno di un Paese, ma anche nel confronto di efficienza dei diversi Paesi, in un contesto di globalizzazione. La governance con i numeri risucchia e svuota la politica, e a questo possono essere fatte risalire scelte che hanno causato guasti rilevanti nelle condizioni di vita delle persone.
Oltre ai cambiamenti istituzionali di cui si è detto, sono anche considerati effetti sul diffondersi del conformismo nell’adattamento delle persone all’introduzione di nuove disposizioni, e più in profondità nella «disattivazione della dotazione cognitiva necessaria all’esercizio della libertà di scelta» (p.21). Anche così l’area del possibile si restringe. Infine, cercando un’impressione d’insieme, è ripresa l’immagine del mercato totale di Alain Supiot: «Il mercato come ordine sociale spontaneo, l’utopia dell’ultraliberalismo […] pretende ora d’inverarsi finalmente realizzando la forma di governo corrispondente, un modo di governare isomorfo al mercato, regolato da automatismi e non più da vincoli normativi eteronomi, i quali funzionino idealmente con la stessa velocità e semplicità delle oscillazioni dei prezzi» (p.24). È una combinazione che si porta dietro una congenita instabilità, e consente solo la gestione di problemi sociali, non si pone il problema di risolverli.
L’esplorazione delle catastrofi della politica si sposta poi alla dimensione spaziale dell’ordine sociale e ai processi di spazializzazione delle questioni sociali. La città europea, storicamente una collettività politica, è stata trasformata da due spinte complementari: la spinta dell’espansione (la città diffusa), con effetti di disarticolazione e segmentazione di quartieri, la spinta della questione della sicurezza urbana per cui la sicurezza finisce per essere soprattutto territoriale, e a tradursi in territori “securizzati”. Nell’epoca dello spazio della simultaneità, della rete (Foucault), «La spazializzazione consiste […] nell’affermarsi del frame dello spazio sul piano cognitivo, e nel ricorso alle corrispondenti tecnologie di governo sul piano normativo, sia a livello globale che locale» (p.30).
In questo quadro, «Il territorio e la territorializzazione sono diventati un metro di giudizio comune per tutte le politiche in ambito sociale […] e sono anche quel che risulta dallo smantellamento della catena delle responsabilità pubbliche in materia di problematiche sociali. Comunque è soprattutto in relazione agli spazi, alle aree, alle zone, ai distretti e simili, che si definiscono le questioni politiche» (p.30). Questo piega il territorio «a servire da organizzatore della vita sociale secondo il codice binario della separazione» (p.30). Tuttavia, va tenuto presente che la territorializzazione dei servizi può proprio essere anche un’occasione per le pratiche di cui si parlerà nella seconda parte del libro, capaci di cambiamenti istituzionali.
La «spazializzazione della disuguaglianza» è il termine usato da Ota De Leonardis per dare un nome alle spinte che sono segnalate da fenomeni come la gentrificazione con l’espulsione dei residenti precedenti, o l’esplosione delle rivolte in periferia. Richard Sennett dice qualcosa di simile: «la disuguaglianza si è tradotta in distanza». E ancora De Leonardis: così si genera «un indebolimento sistematico del contatto, di spazi e ragioni di interazione, tra gruppi sociali» (p.32). Le tecnologie che attuano la separazione sono varie, con uno sguardo dall’alto arriviamo a vedere i muri che impediscono il flusso di migranti. In generale, gli artefatti di separazione producono espulsione (Saskia Sassen), e tendono a generare indifferenza, il voltare le spalle al sociale che disturba. Un punto resta fondamentale: «lo spazio si misura, ovvero spazializzazione e quantificazione vanno a braccetto nel trasformare la diseguaglianza in distanza, nello svuotare la diseguaglianza del suo significato politico, come relazione di dominio/subordinazione, come un rapporto appunto tra diseguali» (p.36).
Lo sguardo al contesto catastrofico si completa con il futuro delle epidemie e la possibilità di guerra. La distruttività dell’intervento umano sulla natura (nell’era Anthropocene) è cominciata da molto tempo, ma ha ricevuto un’accelerazione fortissima con il capitalismo industriale, la colonizzazione, e lo sviluppo del capitalismo più recente con pochi freni inibitori. Questo è arrivato anche a guerre regionali di espansione, con eserciti e armamenti diventati fra i maggiori consumatori di energia fossile. Tenuto conto di ulteriori usi ed effetti dell’Intelligenza Artificiale in un mondo nell’insieme artificiale, denso di insondabili pericoli, si sono manifestate due sindromi: se non c’è domani tanto vale arraffare quanto si può e consumare il più possibile; oppure prepararsi a far fronte agli eventi. Preparedness è diventata una parola di uso internazionale al riguardo. Questa risponde al principio guida per interventi normativi, maturato nel clima di uno scenario che immagina eventi catastrofici inevitabili e imprevedibili. Del genere, dunque, di una prospettiva che prima si è definita managerialista, che interviene sui problemi per gestirli non per risolverli. Ciò ha effetti rilevanti. La gestione globale della sicurezza sistemica vede al suo centro la sicurezza sanitaria; fra le conseguenze del nuovo corso vediamo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità sposta la sua attenzione dalla bio-medicina fondata su motivi umanitari, concentrata su malattie legate a povertà e arretratezza, all’insorgenza di virus ai quali nessuno è preparato. Gli epidemiologi perdono terreno a favore dei virologi, e si può ipotizzare, giuste le cose dette sul managerialismo, che «le cause del problema sanitario interessano sempre meno, tanto più se sociali, mentre serve poterne prevedere l’andamento quanto basta per gestirlo o, meglio, per incorporarlo nella strumentazione di governo» (p.41).
L’esperienza diretta della pandemia da Covid, gli appunti e le osservazioni da lei raccolte, hanno condotto la nostra ricercatrice a intercettare e studiare la letteratura sulla preparedness, non il contrario. Troviamo allora riordinati e interpretati aspetti cruciali di questa in letteratura, con una specie di verifica nel nostro Paese del modello della preparedness e delle sue conseguenze, riferito a un caso paradigmatico di nuove epidemie globali. Quanto alla guerra, «è di nuovo tra noi [ma] in proposito ho poco da dire, soltanto riflessioni autobiografiche». Di queste riflessioni ricordo solo le conclusioni: «La corsa attuale agli armamenti, nella spesa pubblica e nel giro di affari, mi fa pensare che la preparedness potrebbe ripresentarsi a noi nella sua originaria veste bellica, non più per la sicurezza sanitaria bensì per quella militare, ancora più sbrigativa».
3. Orti del possibile.
Anche la seconda parte del libro, Orti del possibile, ha all’inizio un riferimento a Polanyi. Ota de Leonardis esordisce dicendo che la soggettività «è ostinata, resiste, si divincola e sfugge magari anche barando. […] Comunque vada, l’assoggettamento della società, per dirla di nuovo con Polanyi è per l’appunto un’utopia» (p.51). Ha poi come ispiratori dichiarati, Carlo Donolo, con particolare riferimento al suo ultimo libro sul disordinato mutamento globale, e Albert Hirschman, con il suo possibilismo. Anche qui una curiosità intrigante: l’Autrice non cita mai Hirschman, che però, dice, è per lei il gigante sulle cui spalle si è messa per pensare questa seconda parte. Sembra che voglia dire, non lo cito mai perché è qui dappertutto.
L’attenzione è ora a contesti concreti, alla vita sociale quotidiana delle persone nelle condizioni emerse nella prima. Inizia con un capitolo di «preparativi», con uno sguardo che è definito «dai margini», avviato ripercorrendo molte visite a situazioni e luoghi che «prendevano consistenza tra le macerie prodotte dalle dismissioni del welfare, ma anche tra quelle prodotte da disastri ambientali» (p.53). Sono incontri in luoghi dove si coltiva la possibilità di vita, trovati «con molta gente al lavoro, a riparare, costruire, inventare, e a molto discutere sul perché e del come» (p.53). Sono azioni controvento, opposte all’indurimento di governo, alla sua ideologia e ai cortocircuiti che provoca.
Questi preparativi, detti anche «appunti da un promemoria» comprendono la vicenda del Covid, il dispositivo delle Microaree viste in funzione a Trieste e poi altrove, con il precedente del progetto speciale periferie promosso a Torino dall’assessora Eleonora Artesio, la ricognizione su iniziative in aree terremotate dell’Appennino centrale, e altro sino a uno sguardo alla filantropia organizzata delle Fondazioni di origine bancaria, e a nuove possibilità derivate da riorientamenti di queste.
Importanti sono poi gli appunti sul lavoro sociale; da valore per lo Stato (articolo 1 della Costituzione), questo è finito per essere piuttosto visto come «un costo per lo Stato» (p.70). Il lavoro nei servizi di welfare, in senso lato, pubblici e del privato-sociale, è stato svalutato, e deprezzato, ha «perduto dignità, è stato sottoposto a massicci tagli, squalificato, depauperato di risorse e di qualità. Lavoro povero e molto spesso anche precario» (p.70). Malgrado ciò, chi fa questo lavoro conosce il suo valore sociale, non è allineato all’idea di un generico lavoro, sa che, nel suo insieme, «contiene una grande ricchezza di esperienze, conoscenze e competenze, di ragioni etiche e di motivazioni morali, e una grande attenzione a questioni di giustizia sociale. E questo oggi è un patrimonio politico-culturale importante da mettere a frutto, per resistere e rilanciare» (p.71).
L’attenzione si sposta poi sul tema della cura, alle trappole del termine ambiguo, già riconosciute dall’Autrice nei suoi studi sul lavoro di cura, un’ambiguità da controllare, che ha anche comportato una sua personale ambivalenza, non del tutto risolta neanche dopo l’avvicinamento alla discussione sul tema da parte della tradizione femminista. L’ambivalenza è rilevata da «uno scarto tra la cura come principio radicale di riorganizzazione sociale – sotto l’egida del femminismo ma con valenze generali – e la cura come imperativo morale verso poveri e derelitti, e poi verso ‘le vittime’» (p.72). L’ambiguità semantica del termine può essere però anche una base fondamentale per discutere le possibilità del pensare politico.
Questa parte di appunti che documentano esperienze e riflessioni fatte si chiudono con un resoconto della «carovana dell’intrapresa sociale». Grazie all’azione rivoluzionaria di Basaglia, Trieste era diventata un punto di riferimento mondiale per la salute mentale, ma la regione Friuli-Venezia Giulia era anche, specie sul piano nazionale, in epoca di smantellamento del welfare, un esempio in controtendenza innovativa, con una riforma del sistema sanitario che integrava sociale e sanitario e territorializzava i servizi. Si aveva però la sensazione – continua il racconto di De Leonardis – che quell’indirizzo non poteva durare, e che quel laboratorio doveva essere messo al riparo, bisognava farlo circolare altrove. Franco Rotelli ha orientato inizialmente l’operazione con riferimento all’impresa sociale, che già era stata una via decisiva verso la legge Basaglia. Nel manicomio di Trieste, fatto inaudito, internati scopini e lavandaie si erano costituiti in cooperativa di lavoratori. Inizia dunque così la formazione e poi il cammino della carovana dell’impresa sociale, con una rete che si estende, un primo convegno nazionale a Trieste nel 2022, un’alleanza con il Forum Disuguaglianze e Diversità, e altro di seguito. Il lascito di Rotelli, affidato al «gruppo del martedì», che in quel giorno si riunisce in presenza o on line, è una lista delle qualità distintive del laboratorio, poi elaborate ed estese a un’altra che fa spazio a chi è incompatibile con l’ordine sociale di chi governa questo mondo, perché inutile, fastidioso, incongruo. Proprio questo passaggio ha fatto emergere incongruenze nell’uso del termine impresa sociale, per cui è apparso più rispondente alle idee originarie parlare di «intrapresa sociale», e ha preso consistenza la «carovana dell’intrapresa sociale». Un convegno a Napoli ha prodotto la «Carta aperta dell’intrapresa sociale», e la carovana ha ripreso a girare, con appuntamenti nazionali a Bologna, Asti e Alessandria, Milano, Ivrea, e la partecipazione con una rappresentanza all’Agorà di Torino, organizzata dalla rivista Animazione sociale. Ota De Leonardis conclude il resoconto dicendo che non sa dove la carovana porterà, ma ribadendo che è «Una ricchezza del Paese, una ricchezza politica che oggi non ha corso. Nel frattempo, bene che ci sia un collettivo che testardamente la coltiva» (p.76).
4. Ripensando più in profondità.
È venuto il momento di ripensare più a fondo quanto raccolto negli appunti precedenti, di fare spazio alla riflessione di metodo e teorica, e sulla prospettiva pratica e politica del lavoro fatto e da fare. Questa si orienta con un preciso, impegnativo interrogativo: «come evitare che le istituzioni ci fagocitino?», vale a dire come alimentare la ricchezza di iniziative che si è vista «evitando quell’assorbimento nel sistema che ne neutralizza il potenziale politico-culturale di cambiamento?» (p.77).
Si comincia con il chiarire alcuni lemmi di uso corrente. Anzitutto la coppia alto/basso. Designa un’asimmetria di potere e Ota De Leonardis dice di essere sempre partita «mettendo a punto delle ipotesi sulle condizioni perché vi prenda consistenza la capacità di voce (capability for voice nel linguaggio derivato da Amartya Sen), e perché si esprima, sia ascoltata e ‘risalga in generalità’ – ovvero appunto ‘in alto’» (p.77-78). È un’affermazione normativa, sul dover essere, con il supporto di realizzazioni locali e parziali che la qualificano come possibile. Sul piano globale, il potere si manifesta in altro modo. L’alto, dice De Leonardis, è stellarmente lontano, fuori dall’orizzonte di quelle pratiche. Ne deriva che «è tracollata anche la possibilità di declinare questo legame alto/basso in termini antagonistici, come nei gloriosi e tragici secoli del conflitto capitale/lavoro». E quell’’alto’ è lontano nel senso che rispetto al ‘popolo’ è indifferente» (p. 78). Non deve però essere dimenticato che le dinamiche in questione sono contraddittorie, e c’è dunque spazio per iniziative di chi non si lascia abbacinare dalla società dello spettacolo. Inoltre, i poteri pubblici, regionali e locali, per quanto a sovranità indebolita, e con la dismissione di molte parti della funzione pubblica, comprendono anche «dirigenti e funzionari pubblici che resistono e inventano soluzioni per continuare a rispettare il loro mandato istituzionale» (p. 79).
Si viene così a riflettere sul lemma istituzioni. De Leonardis lo avvicina dicendo che siccome da circa cinquant’anni si è occupata d’istituzioni, di istituito, di de-istituzionalizzazione, di istituente, sa bene che c’è bisogno di chiarezza, ma non vuole eccedere, facendo «la maestrina dalla penna rossa», ne parlerà solo in relazione a amministrazioni pubbliche e pubblici poteri. Con una premessa importante: bisogna distinguere il livello empirico dell’istituito politico-amministrativo, da quello teoretico dell’istituzione cognitivo-normativa. Questa è l’istituzione nei modi di pensare e di fare, da sorvegliare, anche quando si studia e si fa ricerca, perché non funzioni in automatico senza controllo.
Nell’uso corrente – ecco l’effetto dell’automatismo appena detto – istituzione è accorpata a movimento, e resta la traccia del vecchio dualismo movimento-istituzione (Francesco Alberoni), secondo il quale il movimento si annulla e muore con l’istituzione. L’effetto negativo dell’antinomia è sulle dinamiche politiche, «sottrae all’impegno politico tutto il cambiamento sociale possibile, che è suscettibile di attivarsi là dove si trasforma l’antagonismo in lotta politica» (p.81). Ed è evidente a chi guarda senza quel paraocchi, che si finisce per sminuire lo straordinario patrimonio di cambiamenti istituzionali di quegli anni Settanta, quando il modello movimento-istituzione si è cristallizzato: riforme del diritto di famiglia volte all’emancipazione delle donne, relative all’infanzia e alla scuola, tra l’altro con il superamento degli orfanatrofi e delle scuole differenziali, la fine dell’internamento psichiatrico, il Servizio Sanitario Nazionale, e molto altro ancora. «Ebbene, chi se non un movimento, o molti, ha reso possibile ciascuna di queste realizzazioni istituendo nuove norme? Movimenti istituenti» (p.81).
Anche da una condizione di debolezza ci si può confrontare; e «certo che il confronto può essere conflittuale, ma questo non esaurisce affatto il repertorio dei modi possibili di confrontarsi. In ogni caso, dipende, e la neutralizzazione del movimento da parte dell’istituzione non è un destino. Converrebbe piuttosto frugare nella storia plurisecolare del ‘paradigma del conflitto’, per riscoprirne la ricchezza e varietà di configurazioni, fuori dal riduzionismo dualistico. E anche il rischio della neutralizzazione – dell’assorbimento nel sistema dicevamo – va precisato: l’alternativa a un confronto conflittuale con il soggetto pubblico non è necessariamente la complicità, la collusione al ribasso, la de-responsabilizzazione reciproca, gli accordi spartitori, che pure sono una realtà diffusa. Le iniziative dal basso non necessariamente vengono fagocitate. Altre molteplici possibilità si danno in incontri a metà strada tra quel collettivo dal basso più o meno auto-organizzato, e l’autorità pubblica interlocutrice facendo cose insieme, ovvero convenendo di costruire una terza realtà al di fuori di sé» (p.82). Ho fatto una lunga citazione, per restituire esattamente il pensiero di Ota De Leonardis su questo punto importante.
Questa terza realtà di cui si è detto non è uno spazio intermedio, ma un «luogo terzo». Un esempio fra i molti può essere la Casa di quartiere in cui è stato trasformato il capannone industriale dalla Comunità San Benedetto al porto, di don Gallo, a Genova. Alla risistemazione hanno collaborato abitanti e immigrati, la Casa è attrezzata per molti usi, accoglie corsi e sportelli vari, ed è molto frequentata, anche da ragazzi e ragazze per suonare o studiare, ospita riunioni e eventi, ci sono due appartamenti per ospitare, e altro ancora. Gli usi molteplici sono l’espressione di nuove opportunità, costruiscono rapporti, sono esercizio di diritti e sviluppo di progetti. Anche soggetti pubblici indeboliti, sono qui impegnati a perseguire il loro mandato istituzionale. Sono dunque «luoghi terzi», perché «non sono (soltanto) spazi intermedi tra pubblico e privato, movimenti e istituzioni, energie sociali e poteri pubblici, perché il loro combinarsi crea una terza realtà, nella quale una possibilità si istituisce» (p. 85). Sono pubblici in quanto svolgono una funzione pubblica.
Facendo riferimento all’osservazione e al dialogo con chi è stato impegnato a costruirne, De Leonardis prova a fissare le caratteristiche di costruzione dei «luoghi terzi», esponendole in cinque passaggi:
- Dai luoghi di cura alla cura dei luoghi. Questa espressione è servita a indicare la dislocazione a Trieste dei servizi socio-sanitari pubblici sul territorio. Il setting del servizio si sposta all’esterno, e trova che il territorio è fatto sia di disgrazie ignorate, sia di molti servizi ignorati e attivi. Si supera il frame domanda di chi ha bisogno-risposta del servizio. Il territorio è più denso, ci sono persone con possibilità nella loro posizione a esercitare funzioni ‘pubbliche’ di assistenza: il negoziante che segnala di non vedere da giorni una cliente anziana è l’esempio più semplice; ma nel territorio ci sono «svariati serbatoi di energia sociale da coinvolgere, e sui quali investire, per quel lavoro complesso che è curare insieme le persone e il loro habitat: nel terzo settore e affini, tra le organizzazioni della cittadinanza attiva, nel mondo dell’arte e della cultura, tra i gruppi di auto-mutuo-aiuto, nelle organizzazioni confessionali parrocchie comprese, tra i collettivi politici, e così via. Per non dire di amministratori e servizi pubblici a diversi livelli e in vario modo pertinenti» (p. 90-91).
- Dai bisogni alle capacità. È un passaggio sperimentato da Basaglia, un rovesciamento di prospettiva teorizzato da Amartya Sen, che consiste, sia nel mondo dei servizi sia in generale, dei seguenti elementi: a) non è un gesto, ma una postura che si impara facendo, interpretata a seconda delle situazioni, smontando l’armamentario tecnico della propria professione; b) le capacità come parametro di giustizia si misurano su chi sta peggio, hanno fondamento nella teoria della giustizia; c) le capacità sono espressione di libertà di essere e di fare, di soggettività delle persone, devono poter crescere con l’uso; d) la capacità è anche capability for voice, la capacità politica di esprimere una posizione soggettiva in una relazione asimmetrica di potere; e) prendersi cura delle capacità si può e la prospettiva delle capacità e quella della cura hanno uno stesso orizzonte di giustizia (Martha Nussbaum).
- Fare insieme, ma non con i soliti. Tutta la seconda parte del libro lo documenta; non con i soliti all’interno del mondo del servizio, che già ha possibili effetti negativi, ma anche oltre questo mondo, dove si trovano opportunità di alleanze inventive.
- Dalla posizione dell’attesa al movimento dell’inchiesta. Con la competenza e l’esperienza concentrata nel servizio, non si sa quasi niente del vivere concreto delle persone nei loro contesti famigliari. È necessario un’indagine pratica per imparare e costruire le conoscenza che il contesto trasmette. Con quelle conoscenze si può orientare l’azione nelle situazioni locali. Il riferimento classico che ha orientato questo punto è John Dewey.
Segnalo ancora un solo successivo tema, rapidamente accennato nel libro che, viene detto, potrebbe aprire in direzione più ampia la politica della cura. Si tratterebbe di fare interagire due ordini di problemi e di esperienze, che riguardano l’umano e il non umano, vale a dire che riguardano l’ambiente e la cura di diverse specie. Sono però due tradizioni di riflessione che, riconosce De Leonardis, al momento si parlano poco, si vedrà come seguirà la storia.(continua...)
PARTE II
© RIPRODUZIONE RISERVATA 16 GENNAIO 2026 |