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Non capisco se non voglia proprio apparire altro, perché così al primo colpo sembra una raccolta di poesie che si accompagnano pagina dopo pagina ad una raccolta di fotografie. Come tante. Però a me sembra altro, qualcosa che mi emoziona, che mi inquieta, non solo perché la città che in queste pagine si raccoglie la conosco tutta e da tanti anni, ma soprattutto perché non so rassegnarmi ma mi devo rassegnare alla sua fine.
Un ritratto della città in 80 immagini, poesie e canzoni dice il sottotitolo de Il verso di Milano (edito da About Cities), a cura di Gino Cervi e di Giancarlo Consonni con le fotografie di Lorenzo De Simone e la postfazione di Roberto Mutti. Nell'ordine uno scrittore e poi un poeta, artista visivo, storico, urbanista, professore emerito del Politecnico di Milano, che ci ha lasciato pochi giorni fa, lasciandoci con dolore il ricordo di un intellettuale di grande cultura, di tanti interessi, di costante moralità. Di lui, come mi è capitato di scrivere alla notizia della sua morte (Strisciarossa.it), tra le tante cose ricorderò sempre il sorriso gentile. Il verso di Milano sarà così, purtroppo, il suo ultimo lavoro, la sua ultima testimonianza di intelligenza e passione.
Con Cervi e con Consonni, al Verso di Milano hanno contribuito, come si ricordava, uno storico e critico della fotografia, Roberto Mutti, e infine, Lorenzo De Simone, che ha usato la sua macchina nel corso di quest'ultimo ventennio non per celebrare, ma per indagare, scoprire, per trasmettere conoscenza di vita dentro uno spazio di case e di strade e dentro uno spazio e un tempo dell'anima, dei sentimenti, nella quotidianità. In questo senso i versi dei poeti chiamati in causa e le immagini, in fila, sono pagine di storia urbana, un secolo perché si va da Clemente Rebora, Delio Tessa, Eugenio Montale, Umberto Saba, ai più giovani come Andrea De Alberti, Anna Toscano, attraverso una generazione, che ha disegnato una “linea lombarda” di straordinaria forza e di esemplare vivacità critica, di sguardi che ci restituiscono il dinamismo della trasformazione, lati oscuri quanto profondi, sorprese e sofferenze di gente di qui, anonimi spettatori, impotenti di fronte alla lontana a volte misteriosa regia del cambiamento. Citiamo, un po' a caso, Sereni, Fortini, Giudici, Raboni, Erba, Gatto, Loi, Pagliarani, Scataglini, Cucchi, Valduga, Viviani... Potrà sorprendere ma si possono leggere anche i nomi di parolieri e musicisti: Umberto Simonetta (Il Riccardo, che da solo gioca al biliardo, come cantava Giorgio Gaber), Lucio Dalla (Milano vicino all'Europa...), Alberto Testa (Innamorati a Milano), persino Mahmood (Milano good vibes, Milano bella atmosfera). Abbiamo lasciato per ultimo Giancarlo Testoni, autore con Eros Sciorilli, dell'indimenticabile In cerca di te. Perduto amor, canzone nata nel 1944, cantata felicemente nel 1945, quando si rivide la luce: “Sola me ne vo per la città/ passo tra la folla che non sa...”. Quasi una precognizione di una crisi esistenziale futura.
Accanto ad ogni poesia una fotografia, in un dialogo che nasce da una sensibilità condivisa, come se la poesia avesse sposato la fotografia e viceversa, naturalmente, a commento una dell'altra. “Non lunga tra due golfi di clamore/ va, tutta case, la via; / ma l'apre d'un tratto uno squarcio/ ove irrompono sparuti/ monelli e forse il sole a primavera... (da Via Scarlatti, Vittorio Sereni). “Di tutto questo/ non c'è più niente (o forse qualcosa/ s'indovina, c'è ancora qualche strada/ acciottolata a mezzo, un'osteria)... (da Risanamento, Giovanni Raboni). “Le case degli operai/ avevano cortili a sassi/ che davano in altri cortili...” (da Al Cairo, Maurizio Cucchi). “Via Stilicone è a Milano la via/ Più vulnerabile che io conosca/ Una fila di case con paura/ Del buio dalla fronte opposta” (da Via Stilicone, Giovanni Giudici). “Orfani di ogni comunanza/ i grattacieli,/ come belle statuine,/ per darsi un contegno/ si aggrappano alla stravaganza” (da La città che sale, Giancarlo Consonni). Sono solo alcuni versi, quasi scelti a caso, e mancano le immagini, che sarebbe poco giusto e poco generoso provare a raccontare.
Il verso di Milano è diviso in cinque capitoli, ciascuno dei quali introdotto da un breve saggio, tra la memoria e il presente: Paesaggi e luoghi, Case, Movimenti, Permanenze e discontinuità, Vite, Sogni. E proprio, nell'introduzione di quest'ultimo capitolo, alla conclusione, Gino Cervi e Giancarlo Consonni scrivono, in forma di auspicio più che di previsione: “... il sogno è forse la speranza che una città come Milano trovi le risorse e le energie per continuare a difendere, a preservare e ad aggiornare il proprio storico habitat, ispirato al rispetto reciproco, alla condivisione e alla coesione sociale...” (p. 173). Una speranza appunto perché sembra si stia ballando allegri in una sala del Titanic al suono di una deliziosa orchestrina e tutto sembra dar ragione a Hans Magnus Enzensberger, un poeta anche lui, quando scrisse che la fine del mondo non sarebbe arrivata d'un colpo con un formidabile boato, ma un poco alla volta, pazientemente passo dopo passo, un inseguirsi di più o meno piccoli, più o meno grandi disastri. Tra questi, tra i grandi disastri, potremmo contare le guerre sparse nel mondo, il clima che si surriscalda, i ghiacciai che si sciolgono, l'ultimo uragano, le passate e future epidemie...
Dovremmo aggiungere nostre misere sciagure e nostre misere esperienze, quelle che si racimolano camminando lungo i marciapiedi, godendo di paesaggi tra un tavolo e l'altro di mense a cielo aperto, contando i negozi chiusi e i lucchettoni che in serie pencolano da ringhiere e cancelli e annunciano appartamenti per brevi affittanze, scansando furgoni che scaricano scatole siglate Amazon, ammirando dal basso vertiginose torri tutto vetro (è questa la nuova architettura dei nuovi maestri), leggendo di sfratti sotto la sorveglianza di incolpevoli poliziotti.
Potremmo, attraverso questi indizi, soprattutto considerare la nostra quotidiana apocalisse che sembrerebbe corrispondere alla fine della città. Non che le nostre città muoiano, novelle Pompei, sotto uno strato di lava o possano sprofondare nel cratere di un vulcano e debbano temere le bombe livellatrici di ogni profilo urbano (vedi Gaza). Soltanto sembra stiano concludendo la loro esistenza la città antica e quella moderna, sopravvissute fino all'alba del ventunesimo secolo, sconfitte ormai dall'arrogante invadenza della finanza internazionale, dei big players mondiali, degli immobiliaristi, dello shopping globale, dell'overtourism, dell'eventificio. Ci tocca assistere all'imperversare di dinamiche che entrano in conflitto non solo con la configurazione fisica delle città, ma anche con i loro caratteri relazionali e sociali, con la loro stessa ragion d'essere. La città è memoria e identità, tradizione e consuetudine, bellezza e diversità, condivisione e socialità... Questo ci ricordano i poeti e Milano è un campione.
Contro la civiltà delle città si alza l'onda lunga di cambiamenti divenuti ordinari... quelli che si definiscono gentrificazione, come una sociologia inglese, Ruth Glass, iniziò a nominare la mutazione sociale di un quartiere londinese, gentrificazione da “gentry”, piccola nobiltà, quando i residenti, operai, artigiani o semplicemente vecchi, piegati dal libero mercato, dovettero lasciare il loro posto in un quartiere, divenuto trendy, ai nuovi ricchi, ad una borghesia danarosa e modaiola, ad un turismo invadente, consumatore di trolley, di affitti brevi, di piatti riscaldati al microonde.
La conosciamo noi milanesi questa trama e non ci illudiamo. Non è solo una sostituzione di classe: cambiano quanti usano la città e cambiano le modalità d'uso, la tragedia di una città da usare, non più da vivere... Per questo Il verso di Milano con i suoi poeti e le sue fotografie non è una consolazione, guidata dalla nostalgia, è invece un ammonimento, che dovrebbe turbarci.
Oreste Pivetta
N.d.C. - Oreste Pivetta, laureato in Architettura, è giornalista professionista dal 1975. Ha lavorato all’Unità, come capocronista, capo della politica, responsabile delle pagine culturali e dell’inserto libri e infine come inviato editorialista. Ha scritto per Casabella, L’Indice dei libri, QuiLibri, Linea d’Ombra, Lo straniero, Gli asini e ha collaborato con Radiotre e per Radio Popolare. È stato consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e membro del Comitato tecnico scientifico.
Tra i suoi libri: a cura di, Pap Khouma, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano (Garzanti, 1990); Candido nord. Agi e disagi di una provincia perbene (Feltrinelli, 1993); Tre per due (Donzelli, 1994); a cura di, con Giovanni Moro, Alessandro Profumo, Plus valori. La responsabilità sociale dell'impresa (Baldini & Castoldi, 2003); a cura di, Goffredo Fofi, La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze (Laterza, 2009); Franco Basaglia, il dottore dei matti. La biografia (Dalai, 2012); a cura di, con Gegia Celotti, E-voluzione Donna. I periodici femminili dalla carta al web (Ordine dei giornalisti della Lombardia, 2018).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 19 FEBBRAIO 2026 |