Alberto Clementi  
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CERCASI URBANISTA RESPONSABILE


Commento al libro di Attilio Belli e Gemma Belli



Alberto Clementi


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Sarà per una fortuita coincidenza, o forse no, ma in questa fase di conclusione della mia vita professionale mi sono ritrovato a riflettere da vicino sulle due figure che più hanno contribuito alla mia formazione di urbanista, cresciuto negli anni Sessanta nell’ambiente di una facoltà di ingegneria – quella di Roma – allora in un momento d’oro, con docenti autorevoli come Nicolosi, Gorio, Salzano, De Feo, Manieri Elia.

La prima di queste figure è quella di Le Corbusier che per me ha rappresentato la scoperta dell’architettura in un’accezione eroica, a dire il vero un miraggio quasi irraggiungibile per uno studente di ingegneria ancora a corto di conoscenze disciplinari come ero io allora. Su Le Corbusier ho potuto tirare le somme con un libro recente, che è stato presentato al Palazzo delle Esposizioni il 22 di marzo discutendone con Franco Purini e Patrizia Gabellini.

L’altra figura è stata quella Luigi Piccinato, che negli anni Sessanta -quando io ero un urbanista in erba- costituiva un riferimento obbligato per il modo d’intendere l’urbanistica e il piano, e in realtà per lo stesso modo di praticare la modernità in Italia. Figura che oggi torna alla nostra attenzione grazie alla monografia di Attilio Belli e Gemma Belli – Luigi Piccinato (Carocci, 2022) – che ne approfondisce la personalità nell’ambito della serie ‘Architetti e urbanisti del Novecento’ diretta da Patrizia Gabellini.

Io dapprima ho provato una grande ammirazione per un indomito urbanista che sapeva motivare come pochi altri, e che riusciva a suscitare entusiasmo con la sua visione eroica della disciplina. Piccinato, “urbanista felix” come lo ha definito ironicamente Secchi, sapeva infondere fiducia, caricare di un senso molto ambizioso l’impegno per la conquista della modernità nella città e nel territorio del nostro Paese, perfino in un giovane come me che in realtà inizialmente si sentiva soltanto un osservatore relegato ai margini del grande gioco dell’architettura e dell’urbanistica del tempo. Poi, anche in seguito alle scoperte che avevo fatto come ricercatore sul tema dell’abusivismo edilizio all’inizio negli anni ’80, sono nati i primi dubbi su una posizione disciplinare ambigua, che tuttavia mi appariva ancora scintillante e carica di promesse. Certo la pretesa di governare il mutamento urbano attraverso il piano (quella sua forma di piano eccessivamente sensibile al disegno della morfologia!) mi appariva francamente ingenua, e la sua attenzione ai processi economici e sociali fin troppo superficiale; di fatto finiva per vincere sempre il suo amore per il gesto progettuale, talvolta solo autobiografico e con pochi riscontri nelle dinamiche reali della città. Però l’ammirazione per Piccinato rimaneva, seppur temperata criticamente dalla consapevolezza che la sua urbanistica era troppo candida, e incapace di mantenere le eccessive promesse di guida del mutamento urbano.

Mi è costato molto il disincanto. Soprattutto l’amicizia di Quaroni e Zevi, i quali nel criticare le mie ricerche perturbanti sull’abusivismo mi accusarono di voler indebolire l’autorevolezza della disciplina del piano a favore dei partiti, mentre io all’epoca mi limitavo a mettere in discussione la sua efficacia reale come strumento di governo della città, ma con il proposito esplicito di migliorarne le prestazioni. Oggi per la verità sono diventato molto più critico, e mi sono convinto che l’urbanistica contemporanea purtroppo non è più in grado di esercitare una mediazione socialmente accettabile tra il mercato, i diritti alla città e le tutele del patrimonio e del paesaggio, cioè tutti quei beni comuni che rappresentano il nostro patrimonio inalienabile. Ma a quel tempo condividevo ancora l’idea della necessità di un intervento illuminato, guidato dagli esperti “onesti e motivati” attraverso quella particolare forma di piano-progetto propugnata da Piccinato, come del resto aderivo convintamente all’idea della unità tra architettura e urbanistica, e ad altri valori che l’esperienza di questo grande urbanista riusciva a trasmettere, in particolare l’importanza della forma nelle vicende della trasformazione urbana. La conseguenza del mio scetticismo è stata purtroppo il precipitare (non voluto!) in una sorta di limbo, insieme ad altri giovani urbanisti come me alla ricerca di nuovi modi d’intendere la disciplina muovendo dalla critica allo scarto tra intenzione ed effetti, ovvero alla evidente ineffettualità del piano ortodosso: ricordo ad esempio Pier Carlo Palermo a Milano e, seppure in un modo per la verità assai diverso, lo stesso Attilio Belli a Napoli.

Ho dovuto scrivere un libro, Alla conquista della modernità (Carocci, 2020), per cercare di capire cos’era successo, e perché la mia ricerca mi portava fuori dell’urbanistica ortodossa o semplicemente riformista, alla quale sentivo di appartenere. Così mi sono reso conto che in realtà il problema non era affatto personale. Dopo i gloriosi “Anni Trenta” dominati dalle figure di grandi urbanisti alla Piccinato, il nostro Paese si era andato trasformando senza più alcuna sintonia con l’urbanistica. Gli urbanisti più autorevoli invece erano rimasti aggrappati a quella fase storica, e stavano diventando loro malgrado marginali, nonostante le ferree autoconvinzioni circa la loro utilità sociale ed il prestigio politico. Noi più giovani ce ne rendevamo conto, ma gli urbanisti più accreditati non volevano ascoltare ragioni, continuavano ad esercitare il loro ruolo fortemente assertivo, sempre padroni indiscussi della scena disciplinare e accademica, però ormai sostanzialmente inascoltati dalla società perché la loro modernità non corrispondeva più a quella imboccata dal Paese.

È proprio quello che è successo a Piccinato, il quale non si è reso conto del cambiamento radicale che stava avvenendo negli anni Settanta, ed ha continuato a sognare un ruolo decisivo per la sua urbanistica ai fini dell’affermazione della modernità in Italia.

 

Roma PRG 1962

A pensarci bene, il vero punto di svolta è stato il Piano regolatore generale di Roma del 1962, allora giustamente considerato dalla cultura più avanzata come il manifesto del riformismo urbanistico in Italia, espressione della ventata di cambiamento portata dall’affermazione dei socialisti con il primo governo di centro-sinistra e anche dell’atteggiamento sostanzialmente favorevole degli uffici centrali ministeriali a cui competeva ancora l’approvazione del piano. Effettivamente il piano di Piccinato era portatore di una visione assai ambiziosa per il futuro della Capitale, scommettendo molto sulla disponibilità delle forze produttive più avanzate, sul loro interesse e sulla loro capacità di venire a capo delle endemiche sacche di arretratezza produttiva e sociale della capitale.

Per allestire adeguatamente la metropoli-capitale in fieri occorreva in primo luogo rimuovere le strozzature spaziali imposte dallo storico monocentrismo della città (e qui il contributo di Piccinato si rivelava prezioso, con l’idea abbastanza condivisibile dell’asse attrezzato e dello sviluppo pianificato ad oriente). Poi era necessario affidarsi in modo convinto al protagonismo delle forze produttive più avanzate, ridimensionando decisamente il sistema tradizionale delle piccole imprese che aveva retto fino ad allora l’economia locale delle costruzioni (un’affermazione inquietante di Piccinato: “non esistono in urbanistica un’edilizia spontanea, un’industria spontanea; se esistono, sono nostre nemiche”). In questa stessa prospettiva andava emarginato tutto il sistema dell’autopromozione, incentrato sulle singole famiglie, giudicandolo inadatto alla costruzione di una città moderna (e qui invece Piccinato si era rivelato proprio un cattivo profeta, rifacendosi troppo acriticamente all’esempio di altre città europee con una storia molto diversa da Roma). Insomma, tutti i temi cari all’urbanistica di Piccinato erano in gioco per il PRG di Roma: il potenziamento irrinunciabile di tutto il sistema viario, l’ampliamento direzionato della città residenziale ( peraltro incredibilmente sovradimensionato), lo spostamento delle funzioni direzionali dal centro, il risanamento del nucleo antico e la tutela del patrimonio storico-ambientale, lo sviluppo del verde, l’inquadramento territoriale dello sviluppo urbano. E così Roma, la città capitale, poteva essere ispirata alla prospettiva seducente della nuova modernità, anzi diventarne il campione più avanzato. Questa prospettiva era resa credibile, tra l’altro, dalla promettente congiuntura economica e politica che andava emergendo tanto sul piano nazionale che su quello locale.

Purtroppo, la storia ha fatto giustizia di questa generosa utopia, lasciando invece la città in balia delle imprese tradizionali, a misura di un mercato edilizio popolato da piccoli investitori e promotori immobiliari, di strutture produttive e tecnologie arretrate, di finanziamenti bancari di modesta entità, e di operai edili scarsamente qualificati. In primo luogo, hanno pesato molto le circostanze politiche sfavorevoli (lo scontro interminabile tra i litigiosi partiti del centrosinistra tutti a vario titolo concentrati sulla questione della casa, ma anche l’ambiguità del PCI diviso al proprio interno sulle strategie da intraprendere, come sarebbe accaduto di nuovo dieci anni dopo con l’abusivismo edilizio). In secondo luogo, la netta propensione del nostro Paese a preferire la conservazione, “essendo l’Italia impantanata nel passato, ossessionata dalle reliquie e dai monumenti della gloria di una civiltà morta”, (Kern, Il tempo e lo spazio, 1995). Un atteggiamento fondamentalmente conservativo che accomunava tra l’altro i partiti maggiori, dalla DC al PCI, i quali come si è detto preferirono votarsi alla priorità sociale della questione della casa anziché a quella della riorganizzazione urbana e territoriale, meno sensibile politicamente e più difficile da affrontare.

In terzo luogo, non c’è dubbio che abbia influito negativamente anche la scarsa consapevolezza di Piccinato e del suo gruppo di urbanisti circa le complesse dinamiche sociali, economiche e produttive che stavano caratterizzando la Roma del dopoguerra. Mirando troppo risolutamente a modernizzare la città, il piano ha veicolato in modo eccessivamente impositivo (e senza alternative) modelli di razionalità urbanistica oltremodo avanzati, rispetto ai quali il sistema d’azione locale si è rivelato impreparato o addirittura refrattario. Così il PRG del ’62, troppo autoreferenziale e proiettato superficialmente verso il futuro, ha alimentato di fatto il contropiano dell’abusivismo, popolato dai tanti esclusi dal piano: gli immigrati, le piccole imprese, i lavoratori e le famiglie a basso reddito richiamate nella fase della crescita accelerata, i numerosi proprietari fondiari rimasti ai margini del gioco delle aree edificabili.

La scommessa di Piccinato è stata insomma persa, ed il prezzo da pagare è stato particolarmente pesante. Oggi Roma, mezzo secolo più tardi, è ancora una città profondamente irrisolta, e non saranno certo i formalismi dei progetti di Boeri e Fuksas ben finanziati dal PNRR a far intraprendere una via sostenibile allo sviluppo e alla rigenerazione delle periferie. Il fallimento di quella modernità astratta propugnata da Piccinato (come del resto dal Progetto ’80 di Ruffolo di poco successivo) ha travolto tutto, e oggi purtroppo non sembrano neanche esistere le condizioni per ripartire, come ha dimostrato il deludente PRG del 2008.

 

Verso un bilancio equilibrato

Adesso è abbastanza facile discutere i limiti di questa figura, anche se Attilio e Gemma Belli elegantemente si astengono dal farlo esplicitamente. In realtà, i limiti di Piccinato, un autore pervicacemente impermeabile al dubbio, sono quelli di una intera cultura che lui ha contribuito a fondare, incentrandola sul ruolo decisivo dell’urbanistica moderna nel governo delle trasformazioni urbane; anche se in realtà Piccinato era portato a sopravvalutare decisamente il proprio ruolo, con la sua convinzione di essere stato il fondatore di questa disciplina in Italia, mentre la ricerca storica (grazie in particolare a Françoise Choay) è portata piuttosto a riconoscere il ruolo determinante di Giovannoni, peraltro il maestro che ha orientato la formazione dello stesso Piccinato. È innegabile, tuttavia, che le attività di pianificazione, in precedenza in capo a ingegneri e funzionari delle amministrazioni pubbliche, grazie alla sua instancabile propaganda si sono estese anche agli architetti, diventati poco a poco protagonisti dell’urbanistica comunale.

Tra gli altri limiti più evidenti, la pretesa superiorità dell’urbanistica, con la incredibile presunzione che alla pianificazione economica dovesse spettare un ruolo ancillare e subalterno, senza peraltro avere gli strumenti per esautorarla davvero dai processi di sviluppo (una convinzione peraltro allora assai diffusa nella cultura democratica, che intendeva contrapporre ideologicamente i diritti alla città con i valori dell’economia, secondo quanto si trovarono a sostenere urbanisti autorevoli come Salzano e altri esponenti del pensiero liberale come Cederna). Poi il piano inteso riduttivamente come architettura alla grande scala, strumento per controllare soprattutto la forma della città invece che le dinamiche complessive dello sviluppo. Inoltre, l’eccesso di fiducia nello strumento dello zoning, che ha portato a sottovalutare l’importanza delle diversità e delle compresenze nei diversi contesti urbani. Peggio ancora, il ruolo taumaturgico affidato alla viabilità che ha spesso fatto scadere il disegno complessivo del piano, depotenziando il ruolo morfogenetico degli assetti insediativi e delle conformazioni urbane. Infine, la assimilazione abbastanza superficiale dei temi sociali e dell’economia scoperti al seguito del viaggio negli USA dove Piccinato aveva conosciuto il sociologo Karl Mannheim, restando molto impressionato dai suoi strumenti di analisi dei processi insediativi. Però per lui il richiamo alla importanza della società rimase confinato di fatto alla letteratura, mentre i suoi piani continuarono ad essere disegnati spavaldamente in funzione della morfologia e della qualità figurativa della nuova città.

Il libro comunque mette giustamente in luce anche i molti meriti della figura di Piccinato. Ad esempio, la sua giusta insistenza sulla necessità di un inquadramento alla scala territoriale, come premessa indispensabile per ogni scelta di piano. Oppure la sua intelligente rielaborazione della manualistica tradizionale dei politecnici, a favore di una concezione della disciplina aperta culturalmente e capace di interagire positivamente con le altre conoscenze storicizzate sulla città e sul territorio. Ancora, il suo sguardo cosmopolita che gli ha consentito di affrancarsi da una concezione troppo provinciale e nazionalistica del sapere urbanistico, per apprendere dai migliori modelli europei e atlantici. E il superamento dell’idea giovannoniana del diradamento a favore invece di un risanamento inteso come conservazione critica delle preesistenze (“ è assurdo e antistorico fare il nuovo distruggendo il vecchio”) e più in generale l’uso del piano come strumento di tutela del patrimonio culturale. Poi il capolavoro rappresentato dal suo piano di Sabaudia (analizzato in modo esemplare nel libro dei Belli), una efficace controprova della fertilità dell’ipotesi di unità tra architettura e urbanistica da sempre assunta come valore-guida da Piccinato (“raramente può essere un vero urbanista chi non è anche architetto”). Infine, la sua notevole attenzione agli aspetti istituzionali e normativi della disciplina, che forse non sono stati sempre apprezzati quanto meritano, nonostante i plebiscitari riconoscimenti avuti per la sua proposta di un Codice dell’urbanistica. Io, ad esempio, ho scoperto quasi per caso lo straordinario lavoro fatto da Piccinato per dare forma a Piazza Salotto, il luogo centrale di Pescara, con il piano di ricostruzione dopo la guerra. Si trattava di mettere d’accordo una molteplicità di proprietari delle particelle catastali, e Piccinato ci è riuscito attraverso un laborioso e risolutivo meccanismo di ricomposizione fondiaria, che ha consentito alla fine di realizzare consensualmente e in tempi ragionevoli il progetto prefigurato, un grande vuoto di centralità urbana valorizzato dal disegno impeccabile dell’edilizia di affaccio, rimasto ancora oggi come lo spazio di maggiore qualità a Pescara.

A pensarci bene, anche i famigerati “fagioli” del PRG di Roma in fondo non sono stati altro che l’espressione stranamente poco controllata di una idea alquanto innovativa, le lottizzazioni convenzionate, che obbligava i promotori a predisporre preventivamente le opere di urbanizzazione di base. Un’idea assolutamente lungimirante per l’urbanistica italiana, che purtroppo a Roma è stata tradita da un disegno urbano scadente e dalla inaccettabile assunzione di destinatari sociali indistinti, che ha dato origine a periferie sconclusionate e senza identità, terribilmente sciatte e al fondo drammaticamente marginali.

C’è infine chi è portato a sopravvalutare il riduzionismo degli schemi di piano e delle idee di città elaborate da Piccinato, vedendolo come scelta consapevole a favore di un minimalismo adeguato al livello dei procedimenti amministrativi praticabili, e al tempo stesso come espressione di una semplicità oltremodo raffinata, in grado di offrire scelte progettuali facilmente (populisticamente) comprensibili da tutti senza rinunciare alla profondità dei contenuti. Si tratta a mio avviso di una interpretazione fin troppo benevola della posizione di Piccinato, a cui va semmai riconosciuto il grande merito di essersi tenuto sempre alla larga da quella intransigenza che ha caratterizzato invece i più solerti custodi dell’ortodossia disciplinare, come Cederna, Salzano e De Lucia.

 

Epperò…

Nel concludere, a scanso di equivoci vorrei ritornare comunque ad una considerazione complessivamente positiva di Piccinato. Il libro dei Belli ne mantiene una giusta distanza critica, come quella di un chirurgo; e confesso di non aver capito alla fine se e quanto sia effettivamente piaciuto agli autori del libro questo urbanista italiano tanto discusso e negli ultimi tempi anche stranamente rimosso. Io invece non so sottrarmi a un coinvolgimento più esplicito, anche emotivo. Dopo la fase della rimozione, sto riscoprendo un apprezzamento crescente per Piccinato, e non soltanto per via della sua energia trascinatrice e della sua rara capacità di trasmettere entusiasmo, e fiducia incrollabile sulla utilità dell’urbanistica per traghettare il Paese verso la modernità. So bene che l’urbanistica contemporanea purtroppo è cambiata profondamente, da tempo ha smesso di fungere da “fabbrica dei sogni” come nella prima modernità, e adesso rischia seriamente di diventare superflua. Questa disciplina, come del resto la politica, ha smesso di inventare la nostra realtà. Per contro ci troviamo a fare i conti quasi esclusivamente con la eternità del presente, come se fosse diventato l’unica realtà della nostra esistenza. Eppure, oggi l’urbanistica come gli altri saperi si trova alle prese con una città che sta cambiando profondamente, in conseguenza della rivoluzione economica, tecnologica, sociale e sanitaria in corso. Nella situazione attuale questa disciplina, schiacciata dal suo passato, sembra invece incapace di ripensarsi a fondo, per continuare ad avere un ruolo di trascinamento nella gestione del territorio.

Però Piccinato ci insegna che è soltanto attraverso una progettualità responsabile che noi urbanisti possiamo cercare di prender parte attivamente al cambiamento epocale in corso, provando per quanto possibile a riaccendere le passioni ormai spente e disincantate di quanti abitano la città. Non si tratta di ritornare alla sua inimitabile -e assai discutibile- capacità di leggere immediatamente un organismo urbano, di cogliere a prima vista ( in modo “crociano” direbbe forse Belli) i problemi e soluzioni possibili, facendo spesso a meno delle onerose conoscenze analitiche affidate ai dati di piano; capacità per inciso che gli ha consentito di redigere un numero impressionante (forse eccessivo) di piani e progetti, più di duecento piani urbanistici, un centinaio di piani attuativi e oltre 150 progetti di architettura alle diverse scale. Ormai siamo ben consapevoli che il sapere urbanistico non può essere frutto soltanto di intuizione nel senso crociano, come se l’urbanistica fosse più vicino all’arte che alle scienze sociali; e sappiamo anche che i processi sociali, economici e insediativi richiedono un forte investimento conoscitivo, partecipato e consensuale, in conseguenza della inevitabile complessità del reale. Però la stessa autorialità del progettista tante volte giustamente criticata (il piano deve essere considerato come l’espressione non di un singolo autore, ma della folla oscura di portatori di interessi chiamati ad intervenire nel processo complessivo della pianificazione) non può essere elusa, e anzi a me sembra per alcuni versi riemergere come una questione irrisolta di cui occorre discutere ancora. Ci rendiamo conto che per affrontare le questioni urbane e territoriali c’è bisogno di un apporto propositivo qualificato, oltre che della convergenza di molti saperi. E anche se è vero che non c’è più posto per il demiurgo tradizionale, sentiamo comunque necessità di qualcuno adeguatamente attrezzato e creativo che voglia prendersi la responsabilità di portare a sintesi la varietà delle posizioni in campo, ricercandone le coerenze e provando a metterle in forma nella prospettiva di una città complessivamente più bella, più sostenibile, più giusta.

Piccinato questa responsabilità la sentiva, anche troppo. E per questo lo ammiro molto, ancora oggi.

Alberto Clementi

 

 

N.d.C. - Alberto Clementi, urbanista, è stato preside della Facoltà di Architettura di Pescara. Consulente della pubblica amministrazione (a livello di ministeri, regioni e comuni), ha coordinato numerosi programmi di ricerca e prodotto piani e progetti urbani e territoriali. Dirige la rivista online EcoWebTown.

Tra le sue pubblicazioni più recenti: Forme imminenti. Città e innovazione urbana (LiSt Lab, 2016); Strategie di reinfrastrutturazione urbana, in F. D. Moccia, M. Sepe, "Networks and infrastructures of contemporary territories" (INU edizioni, 2016); Ridisegnare il governo del paesaggio italiano, in "ParoleChiave", (n. 56, 2016); con C. Pozzi, Progettare per il futuro della città (Quodlibet, 2015); “EcoWebDistrict. Urbanistica tra smart e green”, in E. Zazzero, EcoQuartieri. Temi per il progetto urbano ecosostenibile (Maggioli, 2014); Alla conquista della modernità. L’urbanistica nella storia d’Italia dal dopoguerra a oggi (Carocci, 2020); Le Corbusier (Carocci, 2022).

Per Città Bene Comune ha scritto: In cerca di innovazione smart (18 maggio 2018); Un nuovo paesaggio urbano open scale (12 ottobre 2018); Un progetto per i centri minori (13 dicembre 2019).

Del libro Forme imminenti. Città e innovazione urbana (LiSt Lab, 2016) - di cui si è discusso alla Casa della Cultura il 16 maggio 2017 con Patrizia Gabellini, Rosario Pavia e Francesco Ventura nell’ambito della V edizione di Città Bene Comune - v. il commento di Pepe Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas (12 maggio 2017).

Del libro Alla conquista della modernità. L’urbanistica nella storia d’Italia dal dopoguerra a oggi (Carocci, 2020) – di cui si è discusso alla Casa della Cultura il 17 maggio 2023 con Patrizia Gabellini, Francesco Domenico Moccia e Maria Chiara Tosi nell’ambito della X edizione di Città Bene Comune – v. in questa rubrica l’introduzione all’incontro di Renzo Riboldazzi, Urbanistica? Ci vuole coraggio (12 maggio 2023) e il commento di Pier Carlo Palermo, Urbanistica? Necessaria e irrilevante (14 settembre 2023).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

29 SETTEMBRE 2023

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Conferenze & dialoghi

2017: Salvatore Settis
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2018: Cesare de Seta
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2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
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sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
 
 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023:

F. Visconti, L'ordine necessario dell'architettura, commento a: R. Capozzi, Sull’ordine. Architettura come cosmogonìa (Mimesis, 2023)

V. De Lucia, Natura? La distruzione continua..., commento a: A. Cederna, La distruzione della natura in Italia (Castelvecchi, 2023)

P. C. Palermo, Urbanistica? Necessaria e irrilevante, commento a: A. Clementi, Alla conquista della modernità (Carocci, 2020)

C. Merlini, L'insegnamento di un controesempio, commento a: A. Di Giovanni, J. Leveratto, Un quartiere mondo (Quodlibet, 2022)

I. Mariotti, Pandemie? Una questione anche geografica, commento a: E. Casti, F. Adobati, I. Negri (a cura di), Mapping the Epidemic (Elsevier, 2021)

A. di Campli, Prepararsi all'imprevedibile, commento a: S. Armondi, A. Balducci, M. Bovo, B. Galimberti (a cura di), Cities Learning from a Pandemic (Routledge, 2023)

L. Nucci, Roma, la città delle istituzioni, commento a: (a cura di) A. Bruschi, P. V. Dell'Aira, Roma città delle istituzioni (Quodlibet, 2022)

G. Azzoni, Per un'etica della forma architettonica, commento a: M. A. Crippa, Antoni Gaudì / Eladio Dieste. Semi di creatività nei sistemi geometrici (Torri del vento, 2022)

S. Spanu, Sociologia del territorio: quale contributo?, commento a: A. Mela, E. Battaglini (a cura di), Concetti chiave e innovazioni teoriche della sociologia dell’ambiente e del territorio del dopo Covid-19 ("Sociologia urbana e rurale", n. mon. 127/2022)

F. Camerin, La dissoluzione dell'urbanistica spagnola, commento a: M. Fernandez Maroto, Urbanismo y evolución urbana de Valladolid (Universidad de Valladolid, 2021)

M.Bernardi, Il futuro è nel glocalismo, commento a: P.Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo (il Mulino, 2021)

F.Ventura, Edifici, città e paesaggi biodegradabili, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

M. Ruzzenenti, La natura? Un'invenzione dei tempi moderni, commento a: B. Charbonneau, Il Giardino di Babilonia (Edizioni degli animali, 2022)

G. Nuvolati, Il design è nei territori, commento a: A. Galli, P. Masini, I luoghi del design in Italia (Baldini & Castoldi, 2023)

C.Olmo, Un'urbanistica della materialità e del silenzio, commento a:C. Bianchetti, Le mura di Troia (Donzelli, 2023)

E. Scandurra, Dalle aree interne un'inedita modernità, commento a: L. Decandia,Territori in trasformazione (Donzelli, 2022)

M. Brusatin, Parlare al non-finito & altro, commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia, 2023)

H. Porfyriou, L'urbanistica tra igiene, salute e potere, commento a: G. Zucconi, La città degli igienisti (Carocci, 2022)

G. Strappa, Ogni ricostruzione è progetto, note a partire a: E. Bordogna, T. Brighenti, Terremoti e strategie di ricostruzione (LetteraVentidue, 2022)

L. Bifulco, Essere preparati: città, disastri, futuro,
commento a: S. Armondi,
A. Balducci, M. Bovo,
B. Galimberti (a cura di), Cities Learning from a Pandemic: Towards Preparedness (Routledge, 2022)

A. Bruzzese, Una piazza per ogni scuola, commento a: P. Pileri, C. Renzoni, P. Savoldi, Piazze scolastiche (Corraini, 2022)

C. Sini, Più che l'ingegnere, ci vuole il bricoleur, commento a: G. Pasqui, Gli irregolari (FrancoAngeli, 2022)

G. De Luca, L'urbanistica tra politica e comorbilità, commento a: M. Carta, Futuro (Rubbettino, 2019)

F. Erbani, Una linea rossa per il consumo di suolo, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

F. Ventura, L'urbanistica fatta coi piedi, commento a: G. Biondillo, Sentieri metropolitani (Bollati Boringhieri, 2022)

E. Battisti, La regia pubblica fa più bella la città, commento a: P. Sacerdoti, Via Dante a Milano (Gangemi, 2020)

G. Nuvolati, Emanciparsi (e partecipare camminando), commento a: L. Carrera, La flâneuse (Franco Angeli, 2022)

P. O. Rossi, Zevi: cinquant'annidi urbanistica italiana, commento a: R. Pavia, Bruno Zevi (Bordeaux, 2022)

C. Olmo, La memoria come progetto, commento a: L. Parola, Giù i monumenti? (Einaudi, 2022); B. Pedretti, Il culto dell’autore (Quodlibet, 2022); F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi (a cura di), Contro i borghi (Donzelli, 2022)

A. Calafati, La costruzione sociale di un disastro, commento a: A. Horowitz, Katrina. A History, 1915-2015 (Harvard University Press, 2020)

B. Bottero, Città vs cittadini? No grazie, commento a: M. Bernardi, F. Cognetti e A. Delera, Di-stanza. La casa a Milano (LetteraVentidue, 2021)

F. Indovina, La città è un desiderio, commento a: G. Amendola, Desideri di città (Progedit, 2022)

A. Mazzette, La cura come principio regolatore, F. C. Nigrelli (a cura di), Come cambieranno le città e i territori dopo il Covid-19 (Quodlibet Studio, 2021)

P. Pileri, La sostenibilità tradita ancora, commento a: L. Casanova, Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026 (Altreconomia, 2022)

A. Muntoni, L'urbanistica, sociologia che si fa forma, commento a: V. Lupo, Marcello Vittorini, ingegnere urbanista (Gangemi, 2020)