Giovanni Laino  
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NAPOLI OLTRE I LUOGHI COMUNI


Una rilettura del libro di Paolo Macry



Giovanni Laino


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Da tempo lavoro su Napoli e leggo molti dei testi che se ne occupano. In questi giorni ho ritrovato una recensione scritta per un bel libro di Paolo Macry, Napoli. Nostalgia di domani (il Mulino, 2018). O, meglio, ho messo mano a numerosi appunti scritti per quella occasione che, seppur raccolti in modo disordinato nelle cartelle del mio computer, mi hanno consentito di tornare a mente fredda sul portato di questo libro, ancora utile e attuale. Numerosi passaggi del testo, infatti, si fanno qui elementi di riflessione con il piacere, e forse l’illusione, di mettere a fuoco l’intima natura di questa città oltre i luoghi comuni (1). Non a caso – scrive Macry - "Napoli si sfila come un’anguilla da ogni tentativo di rinchiuderla in qualche schema rigido” (p.144). “Non è immobile, ma presenta tuttavia straordinarie continuità. Non è un paradigma eccezionalista, ma costituisce una deviazione talvolta vistosa del maistream dell’Occidente” (p. 11). Come aveva notato Fernand Braudel, come per ogni luogo, anche la storia di questa città è interpretabile come intreccio di strutture, congiunture ed eventi. La fisicità stessa della realtà storica può essere letta in questo modo. Ma a Napoli “talune caratteristiche della città presentano una singolare, talvolta sorprendente perduranza (…) secondo Galasso (2): Napoli sembra scontare l’eredità di un passato molto più remoto”. In ogni caso, “Napoli non è immobile, ma presenta tuttavia straordinarie continuità”. Ecco, queste sono forse le principali definizioni che Macry dà di Napoli. Raccolte in un testo di 191 pagine e 14 figure articolate in cinque capitoli e una breve conclusione. Un libro scritto molto bene, scorrevole, che – anche a distanza di qualche anno – sollecita riflessioni, interrogativi ed emozioni. Questo anche perché esprime giudizi che nell’insieme sono tanto chiari quanto pesanti per una città amata e giudicata con franchezza. Un libro coraggioso, dunque, che non teme il confronto con biblioteche affollate di testi che hanno sedimentato immagini stereotipate della città con cui l’Autore fa immediatamente i conti.

 

Una prima rassegna delle immagini che Macry richiama è quella riferibile alle definizioni della città, quasi tutte abbastanza esplicite. Sostanzialmente, per Macry, Napoli è:

- una città antica, perdurante più che immobile, in altre parole: una città che presenta molteplici caratteri che, nel loro evolversi, sfuggono a una lettura univoca;

- una città congestionata, verticale, perché costipata negli anfiteatri naturali a fronte di una esplosione demografica che in alcuni momenti storici ha fatto sì che fosse una delle prime città europee per numero di abitanti, significativamente sovraffollata: “Il territorio all’interno delle mura venne sfruttato al massimo e contemporaneamente, a dispetto dei bandi, veri e propri quartieri abusivi nacquero alla periferia della città e sulle colline che la circondavano. […] Proliferarono così fondaci e bassi” (p. 34-35). Il mancato rispetto delle norme in tema di edificazione viene costantemente registrato dagli storici, dal Cinquecento sino al Laurismo, superato ampiamente dal sacco edilizio consentito dal blocco di potere democristiano subentrato a Lauro a fine degli anni Cinquanta. Un abusivismo che è poi tracimato dagli anni Settanta nelle periferie esterne nella conurbazione soprattutto a Nord e Nord-Ovest. Questo carattere è di grande rilevanza perché è nella divisione funzionale e sociale dello spazio che si innervano le dinamiche della riproduzione sociale di questa città, per la verità ancora da chiarire bene;

- una città vetusta che, grazie ad un “conservatorismo fin troppo cauto” (p. 56), ha cristallizzato condizioni ambientali in cui da secoli si reitera la costipazione fisica dando luogo a un habitat che somiglia a quello di una casba. Questo si associa alla latitanza dello Stato e del mercato che ha determinato anche il fatto che “la periferia si presenta come una corona di spine” (p. 56) che ha moltiplicato il depauperamento dell’ambiente e assediato il cuore della ex capitale. Una città ove, “dopo il 1860, lo stato e le istituzioni di controllo si rivelarono meno efficaci che a Londra, Parigi o Milano” (p. 72);

- una città sovrappopolata, disordinata, fragilissima, sottodimensionata per la capacità di offrire lavoro e reddito a tanti e quindi in profonda crisi sociale e della qualità della vita urbana. Un bacino di malessere molto esposto a rischi che hanno determinato tragedie epocali: mentre nel 1529 la peste aveva fatto cinquantamila vittime, nel 1656 investì Napoli con una violenza mai vista prima: 250.000 morti, più della metà della popolazione;

- una città duale, bifronte: Napoli viene usualmente definita attraverso coppie di opposti. Cioè non viene definita” (p. 11). Macry cita la definizione del 1879 di Rocco De Zerbi: “due città che coesistono, strette l’una all’altra come l’ostrica e lo scoglio” (p. 66) ma sa bene che lo schema duale ha avuto sempre molta fortuna nel catalogo delle interpretazioni, da Vincenzo Cuoco a Percy Allum, Domenico De Masi, Gilberto Marselli, sino alle letture contemporanee. Uno schema connaturato nelle nostre attrezzature mentali che per Napoli, dopo una prima analisi in realtà non consente particolari approfondimenti e la comprensione vera delle dinamiche di riproduzione sociale della città (3);

- una città dalla magnificenza civile diffusa, con i palazzi reali, l’Albergo dei poveri, l’Orto botanico e i parchi, le residenze nobiliari, le chiese e i conventi, i Granili, il San Carlo, le ville dentro e fuori della città;

- una città porosa, costruita con tufo giallo: edificata utilizzando ciò che veniva estratto dal suo sottosuolo o dalle tante cave realizzate nelle prime colline che circondano l’anfiteatro portuale, ma l’autore non si riferisce alla metafora della porosità proposta da Walter Benjamin o da Asja Lācis – non citati nel libro – (4): la porosità a cui pensa è tanto fisica quanto sociale;

- una città 'conventualizzata, dove per le politiche degli angioini dopo e ancor di più del vicereame borbonico, la chiesa è stata sempre favorita tanto da condurre al fenomeno della “conventulizzazione” ovvero una numerosità di conventi e chiese nel centro antico elevata come in nessun’altra città. Un insieme di istituzioni caritatevoli che da un lato accoglievano figli non primogeniti delle famiglie nobiliari e dall’altro si facevano carico della sopravvivenza di migliaia di poveri attratti in città. “Sul finire del Seicento, si contavano oltre quattrocento tra chiese e monasteri, in parte costruiti ex novo, in parte ristrutturati, in parte ricavati da vecchi palazzi, comunque in quantità del tutto sproporzionata rispetto agli abitanti” (p. 31). Una situazione “che non produsse ricchezza se è vero che i beni ecclesiastici non erano tassati e che le loro rendite finivano spesso nello stato pontificio” (p. 31). A tal proposito si può osservare che anche la conventualizzazione è stato un dispositivo che ha favorito la riproduzione di uno specifico ‘sottoequilibrio’ economico sociale che nei secoli ha segnato la società locale;

- una città miniera di rendita urbana dei baroni confluiti dall’entroterra o da altre regioni, non solo italiane, che edificarono i loro palazzi e godettero di rendite che hanno consolidato il tipo sociale del ‘padrone di casa’. Anche qui andranno approfonditi i reali caratteri della proprietà immobiliare che rispetto ad altre città medio grandi non hanno fatto registrare a Napoli una particolare concentrazione di risorse;

- una città di rapina, con un territorio caratterizzato da un’ampia appropriazione del suolo pubblico che è stata poi una caratteristica ricorrente, permanente, interclassista: “l’egoismo della nobiltà – osserva Macry – fece emergere una cultura dell’aggressione al territorio e dell’appropriazione del suolo pubblico che aveva pochi eguali in Europa. E che si fa fatica a non vedere come un filo rosso della storia di Napoli. Con l’età spagnola il disordine edilizio diventava un carattere di lungo periodo della città” (p. 33) così come le diffuse sopraelevazioni dei palazzi per abitazioni. Su questo aspetto affiora la necessità di un approfondimento sulla concezione che, ancor oggi, nella realtà di Napoli singoli e gruppi esprimono in merito alla concezione del pubblico (spazi, beni) realmente agita nell’interazione sociale;

- una città di periferie: quella che dall’unificazione dei casali (5), già significativamente urbanizzata, dagli anni Cinquanta e Sessanta viene costruita con i piani di zona nelle aree residue del capoluogo e in quelle meno costose dei comuni della prima e seconda corona con i nuovi quartieri realizzati negli anni Ottanta con i fondi del dopoterremoto. Ma non gentrificata. A Napoli – sottolinea Macry – i “processi di gentrificazione sono stati parziali e assai più limitati che in altre città italiane ed europee” (p. 58);

- una città classista: “Le insulae ritagliate dall’intersecarsi di decumani e cardini individuarono fin dalle origini – e in parte individuano perfino oggi – spazi stretti, mancanza di piazze, vicinanza tra le abitazioni, frequentazioni sociali serrate, contiguità materiale e morale tra famiglie e tra individui” (p. 23). Per Macry però, sino alla prima metà del Novecento la divisione dello spazio a Napoli è abbastanza identificabile e regolare: la geografia sociale "seguiva in modo fedele questa partizione urbanistica. Sbiadiva una certa mescolanza residenziale di gruppi, professioni e condizioni che ancora oggi – talvolta a sproposito – viene attribuita a Napoli” (p. 52). L’Autore critica “la presunta mescolanza tra élite e popolo” (p. 69) perché ritiene che “la Napoli sociologicamente mischiata dei secoli precedenti sembra un’immagine oleografica” (p. 69). “Gli steccati culturali e la loro percezione erano incontrovertibili. Gli abitanti dei quartieri popolari, avrebbe scritto nel secondo Ottocento De Zerbi, avevano altre abitudini, altre credenze, altri gusti, altra inflessione di voce” (p. 70). Le relazioni fra ceti, sempre molto prossime nello spazio e a stretto contatto anche in diverse relazioni sociali, hanno sempre presentato a Napoli una caratteri privi di steccati di tipo cartesiano ma non per questo senza cornici culturali e pratiche sociali tese alla distinzione, se non perfino alla contrapposizione di classe. La città è piena di insule socio geografiche, anche molto prossime negli stessi rioni, ove tutt’oggi si può riscontrare una relativa omogeneità sociale, sempre però con paesaggi antropici di differenziazione che spesso arrivano ad articolarsi negli stessi insiemi condominiali (6). La stessa narrazione della fortunata saga de L’amica geniale (7) è ennesima prova di questa condizione che anche nella compresenza di ceti, culture, attività commerciali e artigianali segna un significativo tasso di varietà e quel carattere mixitè inseguito dall’urbanistica contemporanea. La costituzione materiale della città, quindi, richiama l’immagine che Macry propone come chiave di lettura complessiva: il senso della difformità che si nutre dell’abuso: “Il suo manufatto odierno – scrive Macry – è stato capillarmente manipolato, pieno di correzioni sommarie, interventi frammentati, episodici, spesso minuti o microscopici. Peccati atavici, verrebbe da dire. Una sorta di DNA, benché radicato nelle sue ragioni storiche […]. Naturalmente il fenomeno non è soltanto napoletano. Roma, per dirne una, ha un patrimonio urbanistico abusivo tra i più estesi d’Europa. A Napoli, tuttavia, il furto di spazio presenta una storia particolarmente lunga, pervicace. […] Ancora nel 1925, gli uffici comunali calcolavano che nei bassi vivessero circa centomila persone” (pp. 57-58). E si può constatare che anche nel boom della ‘turistificazione’ di questi anni post pandemia, l’abuso nell’occupazione impropria di spazio è ancora una pratica evidente e tollerata.

 

Quando percorrendo in una veloce ed efficace carrellata storica Macry parla più direttamente della società napoletana, esprime valutazioni non meno nette. Napoli è il capoluogo campano, la terza città d’Italia, la più grande del Sud, ma anche:

- una città di camorra, perché – scrive – non ha dato semplicemente i natali a qualche genio del male, com’è inevitabile. Ne ha allevato generazioni intere e ha costruito veri e propri modelli di imprenditoria criminale, finendo per convivere con la trasgressione capillare delle leggi e per piegarsi alla minaccia violenta dei clan” (p. 87), conquelle che sono ormai vere e proprie multinazionali il cui comando è rimasto all’ombra del Vesuvio, perché qui si trovavano le risorse necessarie alla loro storia” (p. 93);

- una città saccheggiata e oppressa dalla corruzione, udelle sue classi dirigenti come dalla propensione all’illecito di tanta parte del suo popolo: dall’inchiesta Saredo del 1901, alla diffusione dei reticoli del contrabbando nel primo dopoguerra, alla commissione ministeriale del 1971 a quella parlamentare sulla corruzione per il dopo terremoto alla versione napoletana di ‘Mani pulite’, la città è stata ciclicamente oggetto di inchieste che hanno indicato un diffuso grado di corruzione di sezioni significative delle sue classi dirigenti;

- una città con un'imprenditoria debole, se non pavida e opportunista, tesa più a sfruttare rendite immobiliari (p. 75) e/o successivamente i mercati protetti e redditizi dei lavori pubblici locali più che allevare – a parte qualche caso particolarmente meritorio – protagonisti di storie imprenditoriali di successo aperte a mercati più ampi di quelli locali;

- una città di mediatori, alla polverizzazione del commercio alle mille forme di intermediazione, al peso di relativamente poche figure che potendo gestire risorse scarse (per anticipazioni, per capacità di controllo, per angherie) in tanti ambiti e per molto tempo sono stati capaci di imporre pizzi e tangenti di ogni tipo: “Sensali e incettatori – osserva Macry – si mischiavano a forme di organizzazione criminale. E non stupisce che ogni forma di razionalizzazione fallisse” (p. 77). “Erano soggetti all’estorsione i mercati della frutta, della carne, dei cereali, del pesce, l’arcipelago delle botteghe, i banconi degli ambulanti, le attività di trasporto (carri, carrozze, facchinaggio, barche, navi), le reti del credito, i luoghi della socialità (caffetterie, taverne), il gioco d’azzardo nelle strade e nelle piazze, il lotto clandestino, le feste di quartiere, i bordelli, la mendicità. Ogni qualvolta si verificava una transazione, e le transazioni erano infinite, la camorra imponeva il suo prelievo” (p. 85);

- una città inclusiva, tesa alla massimizzazione di poche risorse, con una diffusa pratica del debito e del gioco: “I napoletani – osserva l’autore – vivono sui napoletani, disse una volta Nitti”, con una particolare propensione all’indebitamento” (“l’indebitamento era la regola”, p. 78, v. le epiche storie dei tre banchi pubblici di pegno e dei tanti altri privati, p. 75) “E’ stato calcolato che all’indomani dell’Unità i soli banchi ufficiali erogassero nel corso di un anno prestiti per venti milioni di lire […]. Come dire, in una città di mezzo milione di anime, che vi erano coinvolti tutti i napoletani” (p. 79). Proprio le dinamiche di sviluppo delle attività illecite nel Novecento hanno rivelato competenze imprenditoriali, visioni transcalari e capacità di organizzazione prima ignote e poco verificabili nelle dinamiche dei mercati legali abitati dagli imprenditori locali (8).

 

Se si volessimo redigere un abaco delle immagini ricorrenti quando si parla di Napoli, quelle che di fatto hanno costruito linguaggio e senso comune, non potremmo che partire da quella della città particolarità cosmica e del luogo doppio (9). Questo è noto a Macry che sin dall’inizio del libro chiarisce che in molta letteratura come nei discorsi comuni sulla città viene riproposta “l’idea di eccezionalità: dal segno metafisico della baia – che giace su crateri vulcanici che ne hanno segnato la storia antica, aggiungo io – al dedalo di strade di una città che ha fatto registrare oltre duemilacinquecento anni di continuità abitativa, straordinariamente lunga” (p. 8). Molto probabilmente l’immagine del luogo unico al mondo ha co-generato quello della napoletanità, ma Macry sembra voler prendere le distanze da questo costrutto. Per farlo, nella sua narrazione, propone una diversa immagine della città senza tuttavia riuscire ad abbandonare definitamente quella cornice che, in realtà, riaffiora ripetutamente. Per esempio, il libro riporta argomenti per sottolineare come una costante della storia della città sia il ricorso al sotterfugio, all’informale difficilmente distinguibile dall’illecito sino a configurarsi come un carattere strutturale del modo di vita di ampie sezioni del popolo napoletano. Ma, in questo caso, la stessa critica che Macry fa alla retorica che ciclicamente ha nutrito giornalisti, autori e ricercatori che hanno messo in luce quelli che a loro dire erano caratteri della napoletanità (da Jessie White Mario a Villari, Fucini, Serao, Lewis, Malaparte, fino a Ortese, Ajello, Allum, Bocca, arrivando a Saviano e Garrone) è, in realtà, uno dei pilastri su cui fonda l’idea della ‘difformità’ di Napoli rispetto ad altre realtà.

Fra i fuochi in cui sembra sintetizzarsi l’analisi dell’autore pare rilevante quello della città con identità debole. È una delle tesi principali del libro. Quando si parla di identità, tuttavia, ci si mette sempre in un ginepraio concettuale e argomentativo. Secondo Macry, la lunga durata delle dominazioni straniere, una storia ricorrente di élite deboli e soprattutto la crisi che la città vive in gran parte dell’Ottocento, ne hanno segnato la storia alimentando diversi limiti strutturali. C’è da chiedersi però se questi buoni argomenti tengono adeguatamente in considerazione la rilevanza e la diffusione, nel tempo e nello spazio, della lingua napoletana. Basti pensare al rilievo della canzone napoletana nel mondo ma anche alla diffusione e resistenza del dialetto e del genere classico, ma anche di quello neomelodico, ben al di fuori dai confini cittadini. Come pure della drammaturgia e delle altre forme di elaborazione culturale obiettivamente rilevanti, anche in termini comparativi. Raffrontando Napoli ad altre città siamo veramente convinti di poter dire che questa città soffre di un deficit di identità? Al contrario, non abbiamo in letteratura argomenti per sostenere che si tratta di un costrutto sociale “l’identità” ingombrante quanto diffuso e radicato? Ma è probabile che qui ci sia un passaggio di questo libro denso che non ho adeguatamente compreso.

A parte la forza sviante dello stereotipo della napoletanità che l’autore critica a più riprese, il tema dell’identità torna in più passaggi mettendo in luce come anche un autore colto e avveduto abbia difficoltà a trattare una dimensione così scivolosa. Secondo Macry “storicamente a Napoli è mancato -e sembra mancare ancora oggi- un sistema culturale capace di dare vita a una stabile identità. Non qualche brillante intellettuale che costruisca il paradigma dell’essere napoletani, ma un flusso di cultura che innervi la comunità, tendenzialmente l’intera comunità, e le dia gli strumenti della consapevolezza” (p.181). L’Autore associa a tale debolezza identitaria quella dei ceti dirigenti che già nell’Ottocento non hanno saputo creare gruppi di interesse, lobby e cenacoli scientifici capaci di costituire di fatto un tessuto di saperi e pratiche di cittadinanza diffusa e inclusiva, capace di innervare nei diversi strati sociali una cultura della convivenza; è mancata un’opinione pubblica impregnata di virtù civiche e aperta al nuovo, anche per il peso di una clericalizzazione più duratura. Dalla lettura del testo sembra si possa dire che secondo Macry nel lungo periodo a Napoli di fatto si è costituita una subcultura “della napoletaneità che si fece strumento e linguaggio della politica, del suo rivendicazionismo, della demagogia, del localismo. Ne furono coinvolti popolo e ceti medi e talvolta le stesse élite” (p.183): una tesi che necessita di attenta considerazione. Napoli, infatti, è una città dove, almeno in alcuni momenti storici, c’è stata una qualche corrispondenza fra i fermenti sociali, il lavoro di ricerca, l’impegno imprenditoriale. Ad esempio nelle politiche culturali messe in campo anche da attori diversi dagli amministratori pubblici regionali o comunali e il successivo innesco di particolari attività che hanno avuto molti meriti e raccolto tanti consensi. Si pensi alle installazioni a piazza del Plebiscito volute negli anni dai sindaci Bassolino (soprattutto) e Jervolino, oppure alle stazioni dell’arte. Oppure si pensi alla stagione della riscoperta dei monumenti avviata da Napoli Novantanove, alle mostre d’arte realizzate soprattutto nella pinacoteca di Capodimonte e all’articolato mondo di ricerca musicale, teatrale e letteraria che, in diversi casi, ha poi conquistato il successo e la platea nazionale, in teatro, nel cinema, nella televisione e nella letteratura (10). In merito a questo, citando solo di passaggio un lavoro di Alberto Abruzzese, Macry fa cenno a una visione diversa da quella prevalente. Una visione emersa in poche occasioni, anche in qualche articolo – v. per es. Il Manifesto: F. Indovina 20.09.1988 o G. Ruotolo 31.5.90, p.10 – in cui già negli anni Ottanta si provava a riflettere sulla presenza di dinamiche tipiche della tarda modernità che a Napoli, nonostante tutto, si erano comunque realizzate, facendo accostare alcuni aspetti della realtà della vita cittadina a componenti simili sperimentate in altre metropoli internazionali.

Quella di Napoli, tuttavia, sembra essere un’identità condizionata (e siamo ad un altro passaggio rilevante del discorso di Macry) dalla rilevanza che per la storia urbana hanno avuto alcune fratture epocali che, “mai pienamente metabolizzate” (p.128)”, hanno lasciato segni indelebili alla città (psicologici e culturali più che fisici): la peste del 1656 con 250.000 morti, il fallimento della rivoluzione del 1799, l’epidemia di colera del 1884 (con ottomila morti), l’arrivo dei piemontesi cui i napoletani si sono immediatamente assuefatti e le quattro giornate di Napoli ("la prima volta che i lazzari si trovavano, nella storia, dalla parte giusta" p.124), vissute per difendere la città dalle ultime angherie dei nazisti e accogliere come salvatori gli anglo americani che poi hanno trovato agevole restare per diversi anni in città. Napoli è una città su cui si è scritto molto ma che è confusa con una “quantità inaudita di stereotipi”, a partire dal mito della napoletanità: un idem sentire comunitario, una crosta culturale sedimentata in venticinque secoli, sempre sul punto di sconfinare nell’antropologia (si veda il libro e il fortunato film Così parlò Bellavista), la malcelata idea di rappresentare un tipo speciale di umanità. Così, ricorre spesso il mito dell’irripetibilità della città eccezionale, nei caratteri del luogo come nelle sue glorie e nelle sue piaghe.

Macry è persona di alto spessore morale, grande rigore scientifico e impegno civico. Forse proprio per questo, dopo cinquant’anni di vita in città, in cui ha frequentato diversi ambienti oltre agli archivi in cui ha approfondito con straordinaria competenza soprattutto l’Ottocento napoletano, alla fine nel libro esprime una lettura che non ammette molti dubbi: Napoli è una città con deficit di civiltà, in cui “appaiono non di rado difformi rispetto al paese e all’occidente i processi sociali da cui Napoli è stata investita, i valori che ha prodotto storicamente, le stagioni della sua cultura. Difformità delle quali, sia detto fra parentesi, non sempre è possibile menare vanto. Qui lo Stato moderno, il mercato competitivo, il liberalismo politico, la cultura dei diritti, il disciplinamento della legge, ovvero le strade della civiltà europea, si sono affermati in modo parziale e contraddittorio” (p.10). “Napoli non ha mai avuto un forte potere municipale e un forte sentimento civico, anche perché essi furono storicamente oscurati dai ben più rilevanti poteri politici, amministrativi, giudiziari che vi risiedevano in quanto capitale” (p.131). Napoli in diversi casi può essere letta come Città anticipatrice, laboratorio politico e sociale. Nella sua dualità ossimorica Napoli è stata contemporaneamente, ciclicamente, città adattiva, volubile e camaleontica ma in diversi casi poi si è mostrata come laboratorio politico in cui sono stati anticipati fenomeni, tendenze successivamente diffuse in altre città e contesti: dal leaderismo populista (incarnato in forme diverse da Lauro a Bassolino a De Magistris), alla repubblica delle città, al partito personale, sino alla crisi dei partiti tradizionali, anche se organizzati come reti di raccolta del consenso: un caso tra molti, il successo di De Magistris del 2011 (“il primo esperimento di populismo di sinistra in Italia” p.158), che raccogliendo tanto consenso (anche indiretto) da parte di astensionisti e di elettori delusi dalle sinistre e in parte dai moderati, secondo molti osservatori ha anticipato e canalizzato diversamente il consenso che in altre città è stato raccolto dal movimento Cinque stelle. Insomma Napoli è stato “Un laboratorio a cui capitava di anticipare modelli e linguaggi politici che soltanto in seguito si sarebbero affermati nel paese” (p.133). “Lauro prefigurava molti dei fenomeni che avrebbero visto la luce quarant’anni dopo: una demagogia populista con venature anti-istituzionali, il mito della società civile, il partito personale” (p.142). “Napoli si confermava laboratorio politico di inusuale flessibilità sociale e culturale” (p.143).

Nelle poche pagine dedicate alle amministrazioni guidate da De Magistris (sindaco dal 2011 al 2021), Macry – mettendo sinteticamente in evidenza alcuni essenziali tratti di governo obiettivamente inefficace – nota che “La vitalità della Napoli pop sembra averla vinta sulla fredda contabilità del ministero delle Finanze o della Commissione europea” [...]. Il che segnala, una volta di più, un certo camaleontismo del luogo e quel suo abituale miscuglio di adattamento e realismo” (p.161). In questo passaggio, evidenziando in modo realistico alcuni tratti del clima politico-culturale che la città vive negli ultimi anni, forse Macry non coglie che, in tanta fumosa confusione, agisce anche una sostanziale sfiducia insieme ad una critica ad alcuni modelli di presunto buon governo che ampie parti dell’opinione pubblica guardano con sospetto, perché agite soprattutto in chiave di polemica politica e perché nella frenesia dei talk show quasi chiunque è autorizzato a dire ciò che vuole e per tutti è abbastanza difficile condividere criteri di verità. De Magistris, con una strategia non improvvisata, capace di adattamenti, esprime infatti “una sorta di non dichiarato laissez faire” (…) Il paradigma del sapiente disordine”(p.163), incarna un populismo anticasta e di sinistra facendo così ritornare Napoli nel suo ruolo di battistrada, in antagonismo ai crescenti consensi raccolti dalla Lega, anticipando quelli poi raccolti dal Movimento Cinque Stelle.

Per concludere, dai quadri di vita quotidiana tratteggiati nel testo, Macry rileva caratteri che suggeriscono una qualche peculiarità della città: Napoli “Ha accettato gli autobus in ritardo, l’inefficienza amministrativa e perfino il rischio di un ambiente inquinato, cogliendo però non pochi vantaggi dal carattere permeabile dell’ordine pubblico e dalle innumerevoli pratiche illegali che esso permette. Senza dire, e non è poco, che ha convissuto e convive con la violenza quotidiana della camorra, ricevendone in cambio posti di lavoro, assistenza sociale e fiumi di denaro da riciclare nel terziario” (p.186). Riflessioni che possono scivolare in una lettura scorata del cittadino che patisce, come molti altri, disservizi ma che suggerisce anche una particolare corrispondenza fra informale, irregolare e pratiche adattive che nella lunga durata danno il senso di opportunità, di adattamento, riproducendo forse almeno parte le cause degli squilibri: questo con la “consapevolezza che il corpo di Napoli funziona secondo modi suoi propri, pragmatici, informali, adeguati alle circostanze, reattivi ai problemi e alle opportunità, e che ricondurne strutture e valori a presunti standard di normalità costituisce un’operazione assai difficile. Dopotutto le cosiddette contraddizioni non hanno strangolato la città. Forse, paradossalmente, le hanno permesso di sopravvivere. Forse gli stessi abitanti dell’ex capitale ne sono consapevoli. Sanno o credono di sapere che i vasi comunicanti della macchina omeostatica finiranno per garantirle lunga vita” (p.186). Un tema da riprendere perché promettente nella decifrazione del ginepraio napoletano a cui Macry ha dato un contributo decisamente rilevante.

Giovanni Laino

 

Note
1) In rete si trovano anche alcuni video delle presentazioni pubbliche del libro fatte a Napoli il 21.11.2018 https://www.radioradicale.it/scheda/557997/presentazione-del-libro-di-paolo-macry-napoli-nostalgia-di-domani-il-mulino e a Bari https://www.youtube.com/watch?v=JTRSDbMuxD4. Come è noto la città è al centro di molti testi. Fra quelli pubblicati nello stesso periodo di quello di Macry va ricordato il libro di Frascani (2017) e quello collettivo più breve Amaturo, Zaccaria (2017).
2) Giuseppe Galasso ha scritto testi rilevanti nella bibliografia su Napoli. È stato anche un politico ricordato per una legge di tutela del paesaggio importante per la storia d’Italia.
3) Sulle metafore utilizzate per parlare di Napoli, v. Laino 1990 e 1992.
4) Va notato anche che nel testo Macry non fa mai riferimento alla nota lettura di Napoli proposta da Iain Chambers (2007) soprattutto al quarto capitolo dal titolo “Napoli, una modernità porosa”, pp. 77-138.
5) Cfr. De Seta (1989).
6) Cfr. Laino, 2016.
7) Cfr. Trifuoggi, Sielo (2023).
8) Su questo è molto istruttiva e piacevole la visita del Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.
9) Cfr. Laino 1990.
10) Cfr. Laino 2018.

 

Riferimenti bibliografici
Amaturo E., Zaccaria A. (2017) Napoli. Persone, spazi e pratiche di innovazione, Rubettino, Catanzaro.
Anselmo M. (07/12/2018), “La Napoli di Macry”, https://www.rivistailmulino.it/a/napoli-nostalgia-di-domani
Chambers I. (2007), Le molte voci del Mediterraneo, Raffello Cortina ed., Milano.
De Marco M. (2018),
Macry: “«Napoli ce la farà. È una metropoli più intelligente di quanto si pensi». Un saggio sulla città scritto dallo storico. Un libro sincero e coinvolgente”, https://napoli.corriere.it/notizie/cultura-e-tempo-libero/18_ottobre_13/macry-napoli-ce-fara-metropoli-piu-intelligente-quanto-si-pensi-28bc972e-cebf-11e8-b233-94ea9a674128.shtml
De Seta C. (1989), I casali di Napoli, Laterza, Bari-Roma.
Frascani P. (2017), Napoli. Un viaggio nella città reale, Laterza, Bari-Roma
Gruppo U. (1979), Napoli un problema di classe dirigente. Guida Editore, Napoli.
Laino G. (1990), Intervista a “il manifesto” di G. Ruotolo del 31.5.90, p.10.
Laino G. (1992), Testo nella sezione “Flanery”, in Ramondino F., Muller A.F. (1992) Dadapolis. Caleidoscopio napoletano, Einaudi, Torino, pp. 383-386.
Laino G. (2016), “Il palazzo delle donne sole. Dinamiche urbane in un condominio napoletano”, Territorio, n. 78, pp. 7 – 25.
Laino G. (2018), “Community hub a Napoli fra creatività e divari”, Territorio, n. 84, pp. 98-104.
Trifuoggi M., Sielo F. (2023), “My brilliant city: Naples, urban poverty and the ‘ethnographic imagination’ of Elena Ferrante”, Journal of Modern Italian Studies, 28(3), 362-379.

 

 

N.d.C. - Giovanni Laino, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica del Dipartimento di Architettura dell'Università Federico II di Napoli, insegna ‘Politiche urbane e territoriali’, ‘Modelli di progettazione partecipata’ e ‘Analisi e progetto delle risorse nei territori fragili’ in corsi di Laurea di tre Dipartimenti dell'Ateneo. È stato consulente per il Comune di Napoli per il PIC Urban e programmi innovativi di politiche sociali (primo piano infanzia, progetto per la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento), componente della Commissione Urbanistica del Comune, presidente del Comitato scientifico del Centro nazionale per lo studio delle politiche urbane Urban@it, vicepresidente dell'Associazione Europea Regie di Quartiere e da molti anni svolge un'attività di social planner per l'Associazione Quartieri Spagnoli di Napoli.

Tra i suoi libri: Il cavallo di Napoli. I quartieri spagnoli (F. Angeli, 1984); Il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo. La partecipazione come attivazione sociale (FrancoAngeli, 2012); a cura di, Quartieri spagnoli. Note da quaranta anni di lavoro nell'Associazione (Monitor, 2018); a cura di, Quinto rapporto sulle città [di Urban@it]. Politiche urbane per le periferie (il Mulino, 2020).

Per Città Bene Comune ha scritto: Se tutto è gentrification, comprendiamo poco, commento al libro di Giovanni Semi (16 giugno 2016); L’Italia ricomincia dalle periferie, commento al libro di Francesco Erbani (14 gennaio 2022).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

13 OTTOBRE 2023

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Conferenze & dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
 
 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023:

 

R. Tognetti, Altre lingue per il "muratore che ha studiato latino", commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia books, 2023)

M. A. Crippa, Il paesaggio (in Sicilia) è sacro, commento a: A. I. Lima, La dimensione sacrale del paesaggio (Palermo University Press, 2023)

A. Petrillo, Dove va Milano?, commento a: L. Tozzi, L’invenzione di Milano (Cronopio, 2023)

A. Clementi, Cercasi urbanista responsabile, commento a: A. Belli, G. Belli, Luigi Piccinato (Carocci, 2022)

F. Visconti, L'ordine necessario dell'architettura, commento a: R. Capozzi, Sull’ordine. Architettura come cosmogonìa (Mimesis, 2023)

V. De Lucia, Natura? La distruzione continua..., commento a: A. Cederna, La distruzione della natura in Italia (Castelvecchi, 2023)

P. C. Palermo, Urbanistica? Necessaria e irrilevante, commento a: A. Clementi, Alla conquista della modernità (Carocci, 2020)

C. Merlini, L'insegnamento di un controesempio, commento a: A. Di Giovanni, J. Leveratto, Un quartiere mondo (Quodlibet, 2022)

I. Mariotti, Pandemie? Una questione anche geografica, commento a: E. Casti, F. Adobati, I. Negri (a cura di), Mapping the Epidemic (Elsevier, 2021)

A. di Campli, Prepararsi all'imprevedibile, commento a: S. Armondi, A. Balducci, M. Bovo, B. Galimberti (a cura di), Cities Learning from a Pandemic (Routledge, 2023)

L. Nucci, Roma, la città delle istituzioni, commento a: (a cura di) A. Bruschi, P. V. Dell'Aira, Roma città delle istituzioni (Quodlibet, 2022)

G. Azzoni, Per un'etica della forma architettonica, commento a: M. A. Crippa, Antoni Gaudì / Eladio Dieste. Semi di creatività nei sistemi geometrici (Torri del vento, 2022)

S. Spanu, Sociologia del territorio: quale contributo?, commento a: A. Mela, E. Battaglini (a cura di), Concetti chiave e innovazioni teoriche della sociologia dell’ambiente e del territorio del dopo Covid-19 ("Sociologia urbana e rurale", n. mon. 127/2022)

F. Camerin, La dissoluzione dell'urbanistica spagnola, commento a: M. Fernandez Maroto, Urbanismo y evolución urbana de Valladolid (Universidad de Valladolid, 2021)

M.Bernardi, Il futuro è nel glocalismo, commento a: P.Perulli, Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo (il Mulino, 2021)

F.Ventura, Edifici, città e paesaggi biodegradabili, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

M. Ruzzenenti, La natura? Un'invenzione dei tempi moderni, commento a: B. Charbonneau, Il Giardino di Babilonia (Edizioni degli animali, 2022)

G. Nuvolati, Il design è nei territori, commento a: A. Galli, P. Masini, I luoghi del design in Italia (Baldini & Castoldi, 2023)

C.Olmo, Un'urbanistica della materialità e del silenzio, commento a:C. Bianchetti, Le mura di Troia (Donzelli, 2023)

E. Scandurra, Dalle aree interne un'inedita modernità, commento a: L. Decandia,Territori in trasformazione (Donzelli, 2022)

M. Brusatin, Parlare al non-finito & altro, commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia, 2023)

H. Porfyriou, L'urbanistica tra igiene, salute e potere, commento a: G. Zucconi, La città degli igienisti (Carocci, 2022)

G. Strappa, Ogni ricostruzione è progetto, note a partire a: E. Bordogna, T. Brighenti, Terremoti e strategie di ricostruzione (LetteraVentidue, 2022)

L. Bifulco, Essere preparati: città, disastri, futuro,
commento a: S. Armondi,
A. Balducci, M. Bovo,
B. Galimberti (a cura di), Cities Learning from a Pandemic: Towards Preparedness (Routledge, 2022)

A. Bruzzese, Una piazza per ogni scuola, commento a: P. Pileri, C. Renzoni, P. Savoldi, Piazze scolastiche (Corraini, 2022)

C. Sini, Più che l'ingegnere, ci vuole il bricoleur, commento a: G. Pasqui, Gli irregolari (FrancoAngeli, 2022)

G. De Luca, L'urbanistica tra politica e comorbilità, commento a: M. Carta, Futuro (Rubbettino, 2019)

F. Erbani, Una linea rossa per il consumo di suolo, commento a: V. De Lucia, L’Italia era bellissima (DeriveApprodi, 2022)

F. Ventura, L'urbanistica fatta coi piedi, commento a: G. Biondillo, Sentieri metropolitani (Bollati Boringhieri, 2022)

E. Battisti, La regia pubblica fa più bella la città, commento a: P. Sacerdoti, Via Dante a Milano (Gangemi, 2020)

G. Nuvolati, Emanciparsi (e partecipare camminando), commento a: L. Carrera, La flâneuse (Franco Angeli, 2022)

P. O. Rossi, Zevi: cinquant'annidi urbanistica italiana, commento a: R. Pavia, Bruno Zevi (Bordeaux, 2022)

C. Olmo, La memoria come progetto, commento a: L. Parola, Giù i monumenti? (Einaudi, 2022); B. Pedretti, Il culto dell’autore (Quodlibet, 2022); F. Barbera, D. Cersosimo, A. De Rossi (a cura di), Contro i borghi (Donzelli, 2022)

A. Calafati, La costruzione sociale di un disastro, commento a: A. Horowitz, Katrina. A History, 1915-2015 (Harvard University Press, 2020)

B. Bottero, Città vs cittadini? No grazie, commento a: M. Bernardi, F. Cognetti e A. Delera, Di-stanza. La casa a Milano (LetteraVentidue, 2021)

F. Indovina, La città è un desiderio, commento a: G. Amendola, Desideri di città (Progedit, 2022)

A. Mazzette, La cura come principio regolatore, F. C. Nigrelli (a cura di), Come cambieranno le città e i territori dopo il Covid-19 (Quodlibet Studio, 2021)

P. Pileri, La sostenibilità tradita ancora, commento a: L. Casanova, Ombre sulla neve. Milano-Cortina 2026 (Altreconomia, 2022)

A. Muntoni, L'urbanistica, sociologia che si fa forma, commento a: V. Lupo, Marcello Vittorini, ingegnere urbanista (Gangemi, 2020)