Anna Lazzarini  
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I LUOGHI SONO UN'ENCICLOPEDIA


Commento alla curatela di Giampaolo Nuvolati



Anna Lazzarini


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L’esperienza umana si condensa e si esprime nei luoghi, il mondo che abitiamo e che predisponiamo ad accogliere forme di vita e di incontro. Luoghi di intimità e rifugio, luoghi di accoglienza e relazione, luoghi di passaggio e transito, luoghi in cui riconoscerci come comunità o in cui sperimentare estraneità: luoghi come spazi vitali, spazi vissuti.
La storia degli individui e delle comunità si svolge nei luoghi. Sedimentazione dinamica e cangiante di temporalità e intenzionalità simboliche e funzionali, di visioni e orientamenti differenti che si intrecciano, i luoghi sono un elemento decisivo della costruzione delle identità. Lo stesso processo di costruzione, di formazione del sé accade nei luoghi: “ha luogo”, prende corpo dentro contesti vitali che alimentano questo percorso dinamico e aperto di elaborazione del rapporto fra sé e mondo, fra dentro e fuori. Tale percorso attiene alla possibilità di trovare posto e radicarsi dentro un contesto, una storia, una cultura, ma, allo stesso tempo, attiene alla possibilità di perseguire un progetto libero e creativo di sé, sperimentandosi al di fuori dei propri confini.
Ogni vicenda umana si dispiega certo nel tempo. Il formarsi del soggetto, infatti, è innanzitutto un’esperienza temporale. È una storia. Ma questa storia possiede anche una dislocazione spaziale, accade nei luoghi.
È la nostra natura corporea, la nostra dimensione fisica più originaria, che chiede luoghi entro i quali nascere, crescere, soggiornare, fiorire. Le ragioni del corpo ci spingono a ricercare luoghi: essi consentono l’intimità, lo stare presso di sé, la protezione, l’incontro. Il nostro corpo è il nostro posto nel mondo, a partire dal quale è possibile situarsi, muoversi, incontrare gli altri. Il modo di essere dell’uomo è nello spazio, e non solo nel tempo. Nello spazio vissuto, nel corpo proprio e, in particolare, nei luoghi che abitiamo.

L’Enciclopedia sociologica dei luoghi è un’opera significativa, che intende raccogliere, archiviare, analizzare e restituire al pubblico una vasta costellazione di luoghi, che disegna la trama materiale e simbolica in cui si articolano le città. Il progetto in sei volumi (Ledizioni, 2019-2022) è stato ideato e coordinato da Gianpaolo Nuvolati (con la collaborazione fin dall’inizio di Monica Bernardi e Luca Bottini e successivamente di Teresa Di Bella), e vede la partecipazione di circa cento studiosi di diverse discipline, esperienze e provenienze, che hanno contribuito alle ricerche e alla scrittura delle voci.
L’Enciclopedia offre ai lettori prospettive storiografiche, sociologiche, filosofiche, antropologiche e metodologiche, per interpretare la complessa fenomenologia dei luoghi, che oggi appaiono interconnessi dai flussi e, allo stesso tempo, densi di attività, ricchi di cultura, disponibili ad aprirsi ad altri luoghi, profondamente e continuamente trasformati, o meglio decostruiti e ricostruiti sulla base dei flussi materiali e immateriali che li attraversano.
La struttura multicentrica del testo e il racconto polifonico esprimono proprio il senso del progetto, che si configura come una ricognizione aperta e problematica delle diverse forme e strutture in cui la relazione fra l’uomo e il territorio ha potuto esprimersi costruendo contesti di vita, segnati dalla storia e dalla cultura, articolati in base alle funzioni e risignificati dagli usi.
Fra spazio e soggettività, fra forme del mondo e forme della società, fra luoghi che abitiamo e azioni umane, c’è una relazione. Lo spazio, inteso come fenomeno antropologico, è precisamente la relazione che le culture, le società e le epoche storiche instaurano fra l’estensione fisica dei luoghi, siano essi naturali o costruiti, e i loro significati.
Fin dalle origini, infatti, abitare la Terra per gli uomini ha coinciso con la trasformazione della superficie terrestre in territorio. Le società umane hanno utilizzato lo spazio circostante per rispondere certo agli imperativi della sopravvivenza, quali difendersi, nutrirsi, coprirsi. Ma non hanno potuto fare a meno di investire lo spazio di una dimensione simbolica. Nelle civiltà arcaiche era impossibile disgiungere un uso pratico del territorio dalla sua dimensione culturale: oltre a usare lo spazio circostante per caccia, raccolta, nutrimento, produzione e difesa, gli uomini da sempre hanno proiettato visioni culturali, forme di organizzazione sociale, credenze religiose. In questo senso, abitare è una modalità del pensare.
Lo spazio è, infatti, costitutivamente impregnato della capacità simbolica dell’uomo. Non è pura estensione, pur se dotata di funzionalità pratica: è un serbatoio di significati, la cui produzione è legata all’attività simbolica dell’uomo, che dipende da visioni del mondo, pensieri, ideologie, valori, interessi, poteri.
In questa prospettiva, possiamo considerare lo spazio come un sistema di segni e di senso: un «linguaggio silenzioso» (1), diceva Umberto Eco. Ed è attraverso il linguaggio dello spazio che gli uomini parlano del tempo in cui vivono, danno ordine al mondo e a quanto accade, attribuiscono significati alle loro azioni, ai loro pensieri.
Lo spazio ci parla e parla di noi, della nostra storia, della nostra identità, dei nostri progetti. E lo fa parlando di noi che lo abbiamo costruito, abitato, percorso, vissuto. Lo spazio, dunque, significa altro da sé, significa e racconta la società che, plasmandolo, lo abita.
L’ambiente costruito è uno dei codici attraverso cui interpretare la società, le sue strutture organizzative, i suoi valori, le sue modalità di vita. In questa prospettiva, una città può essere concepita come un grande sistema capace di produrre, veicolare e diffondere significati: essa è ad un tempo “oggetto” e “soggetto” di discorsi e di narrazioni.
Lo spazio è un linguaggio che utilizza l’articolazione topologica per parlare del mondo, per rappresentarlo e con ciò stesso per trasformarlo. In questo senso, secondo Michel de Certeau(2), i luoghi possiedono una sostanza narrativa.
Parliamo dunque di significati dello spazio proprio in relazione a coloro che percorrono, trasformano e abitano quello spazio. Il significato dello spazio, se così si può dire, sta precisamente nelle azioni, nelle reazioni e nelle passioni che provoca nei soggetti che lo abitano, lo trasformano.
Questo è il risultato della «produzione dello spazio»(3), quel processo attraverso cui la spazialità del mondo emerge come il prodotto di relazioni sociali, mediazioni individuali, costruzioni mentali o immaginarie, strutturazioni ambientali. Il modo in cui le persone agiscono, si muovono, utilizzano lo spazio, ma anche il modo in cui lo caricano di pensieri, immagini e progetti modella i contesti urbani e i luoghi in cui la vita delle città si articola. Ma è forse più interessante prestare attenzione al modo in cui, allo stesso tempo, in modo circolare, la spazialità stessa plasma azioni, pratiche, modi d’uso, pensieri, ossia alle modalità attraverso le quali lo spazio trasforma e organizza i processi storici e sociali. La spazialità non è un contenitore socialmente inerte, ma costituisce un’istanza di trasformazione delle relazioni sociali e politiche, sul piano materiale e simbolico.
Tale relazione circolare fra forme dello spazio e forme sociali si evince in modo chiaro sia nelle singole voci dell’Enciclopedia sociologica dei luoghi, sia nel racconto che emerge da una loro lettura trasversale.

A questo proposito, una breve annotazione sul titolo. Nell’introduzione al primo volume, il curatore Giampaolo Nuvolati precisa come il titolo Enciclopedia sociologica dei luoghi, malgrado sembri esibire un’ambizione eccessiva, intenda in realtà rendere conto della molteplicità: è, infatti, solo sotto il segno della molteplicità, della varietà, della complessità, che è possibile interpretare la natura, le funzioni, gli usi e i significati dei luoghi, disseminati nei paesaggi che abitiamo.
Ma mi piace pensare che il titolo riveli qualcosa di più. Sfogliando le pagine dei volumi e l’indice delle voci in ordine alfabetico, appare subito evidente che lo scopo dell’opera non è rispondere alle tradizionali esigenze dell’enciclopedismo, ossia l’accumulazione dei saperi, l’edificazione – non senza manie totalitarie – del sistema delle conoscenze.
Il modo in cui si fa qui “enciclopedia” evoca, invece, il senso in cui già Edgar Morin parlava dell’esigenza di un nuovo en-ciclo-pedismo (4), capace di articolare ciò che è disgiunto, dunque di concentrare l’attenzione sull’organizzazione e sull’intreccio delle conoscenze e dei saperi. Sulla trama.
Si va sgretolando, in questo modo, l’immagine statica di un edificio dei saperi e di uno sviluppo cumulativo, additivo, delle conoscenze: questo rinnovato progetto enciclopedico prenderebbe forma come un itinerario di percorsi, che attraversano le aggregazioni problematiche, le discipline, i nodi concettuali, per articolare prospettive e punti di vista disgiunti.
Ogni immagine esterna, ogni visione panoramica, ogni sguardo da fuori e dall’alto appare impossibile e certo insensato. L’enciclopedia diventa dunque una ricognizione di percorsi – tracciati dalle visioni, dalle strategie, dalle scelte, dagli interessi dei singoli studiosi – e non certo una sistematizzazione definitiva dei risultati(5).
Da questo punto di vista, la scelta di lasciare aperta l’impresa, ossia la possibilità di aggiungere voci nuove e di consentire l’aggiornamento di voci già esistenti appare assai interessante e coerente con l’immagine evolutiva e multidimensionale delle mappe cognitive contenute nell’enciclopedia. Enciclopedia, dunque, non come descrizione e rappresentazione della realtà e delle conoscenze, ma come partecipazione co-evolutiva al divenire del mondo.
In questo senso, l’Enciclopedia sociologica dei luoghi sembra andare alle radici etimologiche del termine “enciclopedia”, letteralmente da “En-kyklios-paideia”, poiché il ciclo designerebbe non tanto una figura chiusa, quanto piuttosto un processo in divenire e incompiuto: quel processo di conoscenza e di apprendimento che si dispiega attraverso un itinerario, un percorso, un cammino. Pertanto, emerge qui ciò che ogni enciclopedia ha inteso negare o rimuovere: il carattere strategico e situato dei percorsi di conoscenza individuali e collettivi, come anche l’irriducibile pluralità di linguaggi, metodologie, prospettive.

Il percorso diviene allora la metafora più efficace e pregnante per esprimere il senso di questo importante progetto.
Da una parte, infatti, la modalità più stimolante di procedere e addentrarsi nella lettura dei volumi dell’Enciclopedia è certamente quella di disegnare e poi seguire i propri personali itinerari: ciascuno potrà così tracciare le proprie mappe mentali che conducono, di volta in volta, dalle aree gioco alle biblioteche e ai musei, dai mercati rionali alle piazze, dai portici ai caffè, dai parchi agli orti urbani; oppure potrà immaginare un itinerario cha vada, ad esempio, dai porti alle stazioni, dai parcheggi ai centri commerciali, dalle fabbriche alle aree dismesse, fino alle discariche. Ma mille altre ricognizioni e peregrinazioni immaginarie sono possibili, mille percorsi tematici e casuali, derive o vagabondaggi urbani.
Dall’altra parte, però, il percorso e l’itinerario si rivelano non solo l’oggetto della conoscenza, ma soprattutto il metodo privilegiato di tale conoscenza: conoscere è mettersi in cammino. È costruire itinerari che intrecciano strade diverse; è muoversi verso e fra gli oggetti del sapere, ma anche fra i linguaggi; è adottare sguardi diversi e farli convergere e divergere; è anche perdersi e ritrovarsi.
E quale contesto, meglio della città, può confermare e “agire” tale principio epistemologico, tale pratica conoscitiva?
La città è da sempre il luogo in cui «leggere il tempo nello spazio»(6): è una spazializzazione della storia umana. La città è uno spazio culturale lavorato dalla storia: intreccia esperienze, vissuti presenti e passati, prospettive future, e dischiude trame di simboli, memorie e significati. È un teatro nel quale viene messa in scena la rappresentazione del tempo. È un laboratorio in cui si produce conoscenza sulle grandi trasformazioni di un’epoca.
I luoghi analizzati nell’Enciclopedia costituiscono, nel loro intreccio mai compiuto, la trama con cui leggere il racconto del tempo, il racconto della nostra storia: la città, in questo senso, riesce a operare una ricomposizione fra spazio e tempo. Tale racconto del tempo e dello spazio costituisce la trama dell’esperienza umana.

Guardare e dominare la città dall’alto, “vedere l’insieme”, introduce una distanza fra chi osserva e ciò che viene osservato, ci ricorda de Certeau: è illusoria l’idea che uno sguardo da fuori e dall’alto possa rendere comprensibile la complessità della città e fissare, come in un fermo-immagine, la sua mobilità e la sua trasmutabilità.
Chi cammina per i luoghi della città, chi si aggira per le sue strade e ne condivide le atmosfere vitali e caotiche, non conosce visioni d’insieme, ma fa esperienza dell’opacità urbana attraverso il proprio corpo: chi sta in basso – per le strade – sperimenta una conoscenza “cieca”, un’adesione che si esprime in un contatto fisico, “sensuale” con i luoghi, vive un rapporto che contrappone prospettive “teoriche” a forme di conoscenza essenzialmente corporee e sensoriali, quali sono le pratiche quotidiane.
Non è certo un caso che il progetto dell’Enciclopedia sociologica dei luoghi prenda forma nell’ambito delle ricerche che da anni Giampaolo Nuvolati svolge sulla flânerie, reinterpretata quale modalità non solo estetica, bensì conoscitiva ed euristica privilegiata per comprendere una realtà urbana frammentata, provvisoria e in continua metamorfosi, come quella contemporanea.
Leggere le pagine dei volumi, tracciando i propri personali percorsi, le proprie immaginarie camminate, restituisce proprio l’idea che si stia praticando questa forma di conoscenza, capace di far interagire non solo discipline, ma metodologie, linguaggi e sguardi diversi.

Il racconto del tempo nello spazio, che gli itinerari disegnati fra i luoghi dell’Enciclopedia narrano, testimonia l’intensa attività creatrice e trasformatrice profusa, nel corso della storia, nelle città e dalle città, queste straordinarie porzioni di mondo, segnate da tensioni irriducibili, che da sempre hanno saputo raccontarsi e insieme raccontare di noi, della nostra condizione umana.
Matrici delle più alte attività creatrici umane e protagoniste della storia, della cultura e del pensiero, malgrado le incessanti metamorfosi, le città continuano a generare forme materiali e simboliche, a dare forma alle relazioni sociali, a offrire al discorso politico, pur logoro e fiacco, contenuti, linguaggi e pratiche. Continuano a chiedere alla politica, che è l’arte preziosa di “fare città”, una qualità quasi poetica, l’immaginazione. Per inventare e disegnare nuovi e ancora possibili ordini del convivere.

Anna Lazzarini

 

 

Note
1) U. Eco, La struttura assente. La ricerca semiotica e il metodo strutturale, Bompiani, Milano 1968; E.T. Hall, Il linguaggio silenzioso, Bompiani, Milano 1969; Id., La dimensione nascosta, Bompiani 1968.
2) M. de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001, p. 163.
3) H. Lefebvre, La produzione dello spazio (1974), Milano, Mozzi, 1978.
4) E. Morin, Lo spirito della valle, Introduzione, Il Metodo 1. La natura della natura, Raffaello Cortina, Milano 2001, pp. 15-16.
5) M. Ceruti, Il vincolo e la possibilità, Feltrinelli, Milano 1996, p. 11.
6) K. Schlögel, Leggere il tempo nello spazio. Saggi di storia e geopolitica, Bruno Mondadori, Milano, 2009.

 

 

N.d.C. Anna Lazzarini, filosofa, è professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze umane e sociali dell’Università degli studi di Bergamo. Dottoressa di ricerca in Antropologia ed Epistemologia della complessità, è stata ricercatrice presso l’Università IULM di Milano.

Ha pubblicato monografie, saggi e articoli scientifici su riviste nazionali e internazionali. Fra le sue pubblicazioni: Polis in fabula. Metamorfosi della città contemporanea (Sellerio, 2011) e Il mondo dentro la città. Teorie e pratiche della globalizzazione (Bruno Mondadori, 2013).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

20 OTTOBRE 2023

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture progettuali

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

in redazione:
Elena Bertani
Luca Bottini
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

iniziativa sostenuta da:
DASTU - Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
 

 

 

Conferenze & dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

Gli incontri

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
 
 

 

Gli autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati

 

 

Le letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017: online/pubblicazione
2018: online/pubblicazione
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023:

G. Laino, Napoli oltre i luoghi comuni, commento a: P. Macry, Napoli. Nostalgia di domani (il Mulino, 2018)

G. Zucconi, Complessità nella semplicità, commento a: G. Ciucci, Figure e temi nell’architettura italiana del Novecento (Quodlibet, 2023)

R. Tognetti, Altre lingue per il "muratore che ha studiato latino", commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia books, 2023)

M. A. Crippa, Il paesaggio (in Sicilia) è sacro, commento a: A. I. Lima, La dimensione sacrale del paesaggio (Palermo University Press, 2023)

A. Petrillo, Dove va Milano?, commento a: L. Tozzi, L’invenzione di Milano (Cronopio, 2023)

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M. Brusatin, Parlare al non-finito & altro, commento a: L. Crespi, Design del non-finito (Postmedia, 2023)

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A. Mazzette, La cura come principio regolatore, F. C. Nigrelli (a cura di), Come cambieranno le città e i territori dopo il Covid-19 (Quodlibet Studio, 2021)

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