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Tentando una sintesi difficile, ma comunque necessaria, delle numerose iniziative che hanno ruotato intorno alla celebrazione del Novantennale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica del 2020 – con l’organizzazione di numerosi webinar, di una mostra e di un convegno internazionale al MAXXI, e la realizzazione del portale INU 90 ancora attivo – i due numeri doppi della rivista Urbanistica – il primo a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), il secondo a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025) – si propongono di rispondere con un taglio differente, ma complementare, a un quesito semplice e al tempo stesso cruciale. Se, cioè, in una stagione lunga ed attraversata da profondi mutamenti come quella attuale ha ancora senso ricercare nella Storia la risposta a quegli interrogativi che mettono in discussione l’intelligibilità di fenomeni tumultuosi e apparentemente caotici (crisi economiche, transizioni tecnologiche e ambientali, pandemie, migrazioni a lungo raggio, eventi bellici e sovvertimento degli equilibri internazionali, mutamenti socio-politici), e la stessa utilità degli strumenti di pianificazione e di governo del territorio.
Nella consapevolezza della difficoltà del compito che ci eravamo assegnati, questo ambizioso programma editoriale ha richiesto il coinvolgimento di oltre cinquanta autori, e la predisposizione di un corposo materiale a stampa (558 pagine complessive a grande formato in italiano ed inglese) e l’allestimento di un vasto apparato iconografico. Questo corredo di immagini è stato raccolto grazie al contributo di una vasta rete di Archivi e di studi professionali (1), la cui collaborazione costituisce uno degli effetti più rilevanti – e non comuni – di questa pubblicazione. Un risultato che non dovrebbe essere sottovalutato, e che auspico possa riproporsi anche in occasione di nuovi progetti di ricerca.
Un contributo altrettanto decisivo alla realizzazione dei volumi è venuto dalla direzione della Rivista - nella persona del direttore Paolo Galuzzi e dei vicedirettori Marco Mareggi e Laura Pogliani - il cui costante sostegno ha accompagnato l'intero sviluppo del progetto editoriale. A questo si è affiancato il lavoro attento e paziente dello staff redazionale (2), che ha seguito con grande cura la revisione dei testi e la raccolta, l'organizzazione e la sistemazione del materiale iconografico e documentario, contribuendo in modo sostanziale alla costruzione dell'impianto complessivo dei volumi.
Pur nella sostanziale convergenza degli obiettivi, i due numeri doppi di Urbanistica affrontano l’analisi del lungo periodo considerato adottando angolature interpretative differenti. Nel primo volume, Patrizia Gabellini e il gruppo di lavoro che l’ha accompagnata assumono la sfida di ricostruire una “storia operante” dell’INU e, contestualmente, accettano il rischio insito in una possibile deriva autobiografica. Tale rischio si è rivelato, per molti versi, quasi inevitabile, poiché numerosi autori hanno avvertito l’esigenza di collocarsi, all’interno di queste pagine, alla “giusta distanza” da eventi ai quali avevano partecipato direttamente nel corso degli anni, in qualità di protagonisti (3).
Le chiavi di lettura di queste complesse vicende risiedono nella scelta di articolare l’intero numero monografico in tre Parti distinte: la prima dedicata al contributo dell’INU alla cultura urbanistica italiana e internazionale; la seconda agli strumenti attraverso i quali l’Istituto ha approfondito le proprie conoscenze e comunicato il proprio “punto di vista” e le proprie proposte (tra cui Urbanistica, Urbanistica Informazioni, il Rapporto dal Territorio e le Communities); la terza, infine, alle grandi questioni che si sono affermate anche grazie alla sua elaborazione militante.
Nel loro insieme, la quantità del materiale raccolto e la varietà dei riferimenti e delle citazioni possono facilmente disorientare il lettore. Proprio per questo la “linea del tempo” predisposta da Giuseppe De Luca, e presentata nelle pagine introduttive del n. 165-166, costituisce un efficace strumento di orientamento, capace di restituire in forma icastica quell’ambizioso progetto collettivo cui una pluralità di dirigenti e membri dell’INU – talvolta affiancati anche da figure più eccentriche o indipendenti – ha lavorato sin dal 1930.
Utilizzando la metafora del cantiere, la pluralità dei contributi ospitati in queste pagine sollecita una riflessione, talvolta eterogenea, sulla molteplicità dei compiti che l’Istituto ha provato ad assumere – con generosità e, talvolta, con qualche venatura di velleitarismo - nel passaggio, graduale e ancora incompiuto – dall’alta tradizione del planning ereditata dai padri fondatori alle vaste ed incerte conoscenze richieste dal nuovo paradigma di governo del territorio. In questa documentata rassegna di novant’anni di attività trovano posto, innanzitutto, la ricostruzione della “piccola folla” di dirigenti che ha guidato l’Istituto nelle principali fasi della sua storia; quindi, la descrizione dei momenti più significativi attraverso i quali è maturata la scoperta della dimensione internazionale del planning e si è progressivamente affermato un contributo originale alla evoluzione della cultura urbanistica italiana. A ciò si aggiunge l’analisi del progressivo affinamento degli strumenti utilizzati per veicolare le proposte politico-culturali dell’INU – dalle Riviste e dalle iniziative editoriali al Rapporto dal Territorio, dalle Communities alle nuove forme di comunicazione sul web. Il numero si chiude, infine, con un’ampia rassegna delle principali questioni che, nel lungo periodo, hanno contribuito ad orientare l’iniziativa dell’INU: il rapporto con le istituzioni e la elaborazione di proposte di riforma da indirizzare alle istituzioni stesse; la discussione, all’interno dell’Istituto e nel Paese, dei grandi temi sollevati dalle trasformazioni urbane e territoriali – dal governo della rendita alle politiche abitative, dagli standard urbanistici alla forma del piano, dalle disparità territoriali alle fragilità ambientali, politiche ambientali alla rigenerazione urbana e territoriale.
Ben diverso appare il compito che è stato affidato a Giulia Fini, e che la curatrice del secondo numero doppio di Urbanistica ha interpretato con rigore e passione. Partendo da una intuizione maturata alcuni anni fa nel quadro delle iniziative per il novantesimo anniversario dell’INU – che proponeva di superare la comunicazione convenzionale e celebrativa della bibliografia ufficiale per sperimentare la formula dell’”Urbanistica Duale”(4) – questo secondo numero doppio presenta un confronto, articolato in coppie, tra dieci figure significative ed influenti della nostra disciplina e del nostro Istituto ovvero: Adriano Olivetti e Bruno Zevi; Luigi Piccinato e Giovanni Astengo; Edoardo Detti e Edoardo Salzano; Vittoria Calzolari e Attilia Peano; Giuseppe Campos Venuti e Bernardo Secchi.
Attraverso questo “incontro ravvicinato” tra alcune grandi personalità del panorama culturale nazionale (e internazionale) del Novecento emergono i tratti distintivi di una cultura tecnica che, da un lato, cerca costantemente una propria ridefinizione come sapere esperto, e dall’altro, si impegna ad affrontare con determinazione le sfide del proprio tempo (5). Conviene sottolineare come l’esplorazione di tale “dualismo” consenta, in molti casi, di mettere in evidenza le peculiarità – spesso sintomatiche e rivelatrici – delle personalità e della fasi storiche prese in esame. Nel caso, ad esempio, di Olivetti e di Zevi, che guidarono l’INU dal 1950 al 1960 rispettivamente in qualità di Presidente e di Segretario generale, risulta particolarmente significativo il modo in cui il sodalizio tra il geniale imprenditore e l’architetto talentuoso contribuì, da un lato, ad affrancare l’Istituto dal modello statutario ereditato dal periodo fascista, ma dall’altro non riuscì a garantire continuità e radicamento al rapporto tra piano urbanistico e progetto di architettura.
Non sempre, tuttavia, l’applicazione di questo schema dicotomico è capace di far emergere contrasti altrettanto netti. Il confronto tra Piccinato e Astengo, ad esempio, mette in luce anche importanti punti di contatto tra i due urbanisti. Come ricorda Giuseppe De Luca, i 16 anni che separano la nascita del primo (1899) da quella del secondo (1915) fecero sì che Astengo considerasse Piccinato il suo maestro (6), ma questo rapporto di deferenza non ha impedito che le strade seguite da entrambi si differenziassero notevolmente. Tale divergenza portò Piccinato, più anziano e più longevo, a fornire un contributo imprescindibile all’affermazione della pratica urbanistica nel nostro Paese, attraverso la redazione di 230 piani generali e 150 strumenti attuativi; mentre Astengo, oltre ad assicurare per molti anni continuità e autorevolezza alla pubblicazione di Urbanistica (redattore capo dal n. 1 al n. 10-11 del 1952, e poi direttore fino al n. 67 del 1977), esplorò e innovò altre dimensioni del planning. Il suo ruolo fu infatti determinante sul piano amministrativo – come Consigliere regionale e Assessore alla Pianificazione e Gestione Urbanistica del Piemonte – così come nella pianificazione di area vasta e nella fondazione, nel 1970, del primo Corso di laurea in Urbanistica a Venezia.
Ancora più sfumato risulta poi il confronto tra Detti ed Salzano, che guidarono l’Istituto – con l’intervallo della presidenza di Sandro Tutino (1977-1983) – dal 1970 al 1990, in una fase di profondo rinnovamento dell’urbanistica italiana culminata nel XIII Congresso di Ariccia del 1972 su “Lo sfruttamento capitalistico del territorio”. Pur nella rilevanza delle differenze culturali, evidenti tanto nella produzione scientifica quanto nelle rispettive esperienze professionali, entrambi lavorarono con determinazione a un radicale riposizionamento del sistema di relazioni dell’Istituto, orientandolo verso un dialogo più stretto con le organizzazioni sociali e con il mondo del lavoro (7).
Per sostenere tale cambiamento, Urbanistica non poteva costituire lo strumento editoriale più idoneo: la veste patinata e la scarsa frequenza delle uscite la rendevano infatti una rivista marcatamente accademica. Per questo motivo, nel 1971 l’INU decise – su proposta di Salzano – di fondare il nuovo bimestrale Urbanistica Informazioni, che egli stesso avrebbe diretto fino al 1992. Esso si rivelò non solo un fondamentale e aggiornato canale di comunicazione delle proposte dell’INU e di promozione delle attività delle Sezioni, ma anche una sede qualificata di dibattito urbanistico.
Scorrendo le pagine dedicate a Campos Venuti e a Secchi, conviene osservare come la formula dell’“urbanistica duale” trovi finalmente l’applicazione più convincente. Se non altro perché tale formula, come osserva Patrizia Gabellini, rappresenta probabilmente la via più diretta per accostarsi alla “storia di un’associazione plurale, dalla vita sufficientemente lunga e fortemente intrecciata con quella del Paese, come nel caso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica”(8). Sebbene il confronto tra i due urbanisti sia stato spesso rappresentato nei termini di una diversità irriducibile, la dicotomia tra il pragmatismo strategico e riformista dell’uno, e il talento interpretativo e visionario dell’altro (9), sembrano derivare non tanto (e non solo) dall’inconciliabilità dei rispettivi percorsi professionali e di ricerca, quanto piuttosto dalla crescente complessità di un contesto disciplinare divenuto progressivamente più articolato da rendere sempre più difficile il raggiungimento di soddisfacenti livelli di sintesi.
Passando infine al confronto tra Calzolari e Peano giova innanzitutto evidenziare come, in questo caso, il paradigma duale subisca una significativa torsione. La curatrice, Paola Di Biagi, insieme alle altre autrici (Claudia Mattogno, Annalisa Meta, Cristina Renzoni e Angioletta Voghera), ha infatti scelto di orientare almeno in parte l’approccio biografico – preminente in questo numero di Urbanistica – verso l’esplorazione della questione di genere, denunciando la persistente tendenza della storiografia disciplinare a relegare in secondo piano il ruolo, talvolta decisivo, di architette, urbaniste e paesaggiste “che hanno contribuito lungo il ‘900 allo sviluppo e all’avanzamento di queste discipline”(10). A partire da questo riposizionamento, le due figure – delle quali si riconoscono le differenze legate alla generazione, alla provenienza, ai luoghi di formazione e di lavoro – vengono analizzate in parallelo, con l’obiettivo di valorizzare il contributo determinante che entrambe hanno offerto all’avanzamento del progetto di paesaggio e alla sua capacità di interpretare e riconsiderare spazi anche molto diversi per natura e scala, ma comunque partecipi della costruzione di complessi sistemi connettivi e strutturali.
Nel tentativo di trarre alcune considerazioni di sintesi, possiamo evidenziare come la scelta di un approccio biografico – piuttosto insolito negli studi di settore – abbia conferito da un lato maggiore vivacità e immediatezza alla ricostruzione dei tratti salienti della storia dell’INU già delineata nel n. 165-166; ma dall’altro abbia reso più evidenti alcune lacune presenti nel nostro lavoro, e che sarà necessario colmare in tempi ragionevolmente brevi. In questa prospettiva, i pochi anni che ormai ci separano dalla celebrazione, nel 2030, di un anniversario ancora più significativo potrebbero costituire l’occasione per rendere più sistematico il confronto tra queste personalità, offrendo al tempo stesso all’Istituto l’opportunità di onorare il proprio debito nei confronti di altre figure centrali per l’evoluzione dell’urbanistica – quali Paolo Avarello, Gianluigi Nigro, Federico Oliva, Marco Romano e Sandro Tutino – che finora non sono state oggetto di una riflessione adeguata.
Almeno a prima vista le considerazioni appena esposte sembrerebbero mettere in discussione la scelta, compiuta solo pochi anni fa, di “bruciare le tappe”, e di non attendere il compimento del primo secolo di vita dell’Istituto per confrontarci con il nostro passato, e per attribuire un senso al nostro presente. Tuttavia, l’ipotesi di un rinvio non era stata realmente presa in considerazione. Prevalse infatti un altro convincimento: la consapevolezza che la storia che ci stavamo lasciando alle spalle avrebbe potuto trasformarsi in un fardello difficilmente sostenibile, se non fossimo stati in grado di fare nostra l’esigenza «di convertire gli effetti, in gran parte negativi, delle straordinarie vicende a cui stavamo assistendo in un nuovo modo di intendere e organizzare la società, e in una nuova cultura di governo del territorio»(11).
Se si condivide l’affermazione — credo difficilmente contestabile — che in presenza di profondi mutamenti emerga un’esigenza obiettiva di interrogarsi sull’utilità della riflessione storica, allora il riferimento agli avvenimenti più significativi del nostro recente passato può offrire una cornice interpretativa ai dilemmi scientifici e culturali che dobbiamo ancora affrontare (12). In termini più concreti, questa convinzione ci consente di superare il sospetto che la storia rappresenti una sorta di archivio polveroso in cui procedere a tentoni e, al contrario, di abbracciare l’idea che essa fornisca concetti e categorie interpretative — rivoluzione, transizione ecologica e digitale, riforma, continuità, discontinuità — che potranno rivelarsi essenziali nell’analisi di fenomeni che a prima vista ci appaiono caotici e ingovernabili. È altresì evidente che questa attitudine a riflettere sul nostro passato può costituire un antidoto prezioso rispetto alla tendenza, sempre più dominante nelle società contemporanee, a privilegiare l’osservazione di breve periodo e ad accettare il primato della semplificazione. La storia, al contrario, ci ricorda costantemente che ogni scelta tende a generare conseguenze assai complesse, e spesso imprevedibili, che maturano nel tempo e investono simultaneamente le dimensioni politiche, ambientali e culturali dei contesti con cui interagiscono. È proprio pensando a questa prerogativa della riflessione storica – quella cioè di costituire una palestra in cui esercitare e affinare il senso critico delle nuove generazioni – che il lavoro svolto in questi anni, e magistralmente pubblicato dalla rivista Urbanistica, acquisisce un particolare significato e ci offre un insegnamento prezioso. Riprendendo quanto affermavo oltre sei anni fa nel mio primo editoriale come Presidente dell’INU (13), posso nuovamente sostenere l’opportunità che la difesa dei saperi esperti passi attraverso la rivendicazione dell’autorevolezza e del prestigio che l’INU ha conquistato nel corso di una storia lunga e autorevole iniziata nel 1930.
La ricostruzione del lungo percorso che abbiamo compiuto ci consente, inoltre, di passare in rassegna non solo i successi, ma anche i numerosi fallimenti dell’urbanistica italiana – dalla legge Sullo al Progetto ‘80, alla riforma del regime dei suoli, ecc.) – dai quali è necessario ripartire per colmare il ritardo accumulato nei confronti di altre scuole europee. Questa fiducia nella storia, e nella sua capacità di offrire una cornice interpretativa ai dilemmi scientifici e culturali che dobbiamo affrontare, può contribuire a diffondere tra i cittadini una rinnovata fiducia nel principio di competenza, e nella possibilità che esso favorisca, anziché ostacolare, l’espressione autonoma della volontà collettiva.
Michele Talia
Note 1) Alludiamo in particolare all’Archivio Luigi Piccinato, alla Fondazione Bruno Zevi, all’Archivio Progetti IUAV, alla Rete Archivi dei Piani Urbanistici RAPu, allo Studio FOA, allo Studio Secchi-Viganò e allo Studio Ingaramo-Peano. 2) Lo staff redazionale è composto da Andrea Arcidiacono, Mina Akhavan, Rosalba D’Onofrio, Donato Di Ludovico, Bruna Di Palma, Marika Fior, Valeria Lingua, Giampiero Lombardini, Marichela Sepe, Piergiorgio Vitillo, Anna Maria Colavitti, Carolina Pacchi, Anna Laura Palazzo, Ilenia Pierantoni, Renzo Riboldazzi, Francesco Rotondo, Anna Terracciano, Angioletta Voghera. 3) Cfr. P. Gabellini, “Oltre letture sintetiche e parziali”, Urbanistica no. 165-6, 2022, p. 13. 4) Cfr. M. Talia, “Le Storie dell’Istituto nazionale di urbanistica”, Urbanistica Informazioni, no. 298-299, 2021, p. 9. 5) Cfr. G. Fini, “Un patrimonio da interpretare al presente”, Urbanistica, no. 169-170, 2025, p. 7. 6) Cfr. G. De Luca, “L’urbanistica come ‘progetto’ di vita”, Urbanistica, no. 169-170 del 2025, pp. 170. 7) R. Innocenti, “Edoardo Detti, urbanista e architetto”, Urbanistica, no. 169-170, 2025, pp. 141-142. 8) P. Gabellini, “Giuseppe Campos Venuti, due protagonisti in una stagione di cambiamento”, Urbanistica, no. 169-170, 2025, p. 231. 9) Cfr. C. Gasparrini, “Una dualità fertile”, Urbanistica, no. 169-170, 2025, p. 270. 10) P. Di Biagi, “Vittoria Calzolari e Attilia Peano: il paesaggio come luogo e forma del progetto”, Urbanistica, no. 169-170, 2025, p. 170. 11) Vedi a tale proposito, di Michele Talia, “Il senso della nostra storia”, sul no. 165-6, 2022, di Urbanistica, p. 4. 12) R. Bodei, Geometria delle passioni: paura, speranza, felicità, filosofia e uso politico, Feltrinelli, Milano, 1994 13) Cfr. M. Talia, “Storia, passione, competenza: tre parole guida per una nuova stagione urbanistica”, Urbanistica, n.161, 2018, p. 20.
N.d.C. - Michele Talia, già professore ordinario di Urbanistica alla Scuola di Ateneo Architettura e Design "Eduardo Vittoria" dell'Università degli Studi di Camerino, è stato coordinatore del dottorato di ricerca in Pianificazione alla Sapienza Università di Roma. In qualità di consulente ha lavorato, tra gli altri, a Prg di Roma e ha coordinato i gruppi di progettazione del Piano Strutturale e del Regolamento Urbanistico del Comune di Siena e del Piano Strategico della Provincia di Teramo. Dal luglio 2019 presiede l’Istituto Nazionale di Urbanistica.
È autore o coautore di numerosi volumi, tra i quali: Meridione e uso del territorio (Liguori, 1979); La metropoli e il piano. Processi, teorie, politiche e strumenti nel governo delle grandi aree urbane (Gangemi, 1990); Innovazione in urbanistica a Genova e a Milano. Gli esiti contraddittori della sperimentazione nell'ultimo decennio (Gangemi, 1995); L'urbanistica nelle città del Sud. Processi insediativi e nuove politiche urbane nelle aree metropolitane (Gangemi, 1998); Città e regioni metropolitane in Europa. Peculiarità e convergenze nella pianificazione delle grandi reti urbane (INU, 2003); La pianificazione del territorio. Conoscenze, politiche, procedure e strumenti per il governo delle trasformazioni insediative (Il sole-24 ore, 2003); Fondamenti di governo del territorio. Dal piano di tradizione alle nuove pratiche urbanistiche (Carocci, 2009); Ri-conoscere e ri-progettare la città contemporanea (FrancoAngeli, 2012); La rigenerazione urbana alla prova (FrancoAngeli, 2015); con Andrea Filpa, Fondamenti di governo del territorio. Dal piano di tradizione alle nuove pratiche urbanistiche (Carocci, 2021).
Per Città Bene Comune ha scritto: Salute e equità sono questioni urbanistiche (11 aprile 2019).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
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