Giuseppe De Luca  
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LA RIGENERAZIONE È TANTE COSE


Note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti



Giuseppe De Luca


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Le città contemporanee si trovano ad affrontare sfide sempre più complesse e interconnesse: infrastrutture obsolete, tessuti periferici segnati da marginalità socio-economiche, vulnerabilità climatiche crescenti e una pressione costante sul consumo di suolo che mette in crisi i modelli insediativi ereditati dalla modernità novecentesca. In questo scenario, la rigenerazione urbana e territoriale è divenuta uno dei temi cardine del dibattito disciplinare, politico e istituzionale, configurandosi come una strategia integrata in grado di affrontare le criticità accumulate e, allo stesso tempo, di orientare nuove traiettorie di sviluppo sostenibile, equo e inclusivo.

La rigenerazione non coincide con la semplice riqualificazione edilizia né con interventi puntuali di rinnovo urbano. È un processo complesso, multilivello e multidimensionale, che richiede una lettura sistemica dei territori e una capacità di coordinamento tra urbanisti, architetti, economisti, sociologi, amministratori e comunità locali. Essa mira a valorizzare il patrimonio esistente, non a sostituirlo, reinterpretando l’eredità materiale e immateriale dei luoghi alla luce delle sfide contemporanee: sostenibilità ambientale, giustizia sociale, attrattività economica, qualità dello spazio pubblico, resilienza ai cambiamenti climatici. In questo senso, la rigenerazione si configura come una politica di cura dei luoghi — nel senso più ampio di territorial care evocato dalla letteratura internazionale — fondata sulla collaborazione, sulla capacità istituzionale e sulla visione strategica.

Su queste domande — cosa sia oggi la rigenerazione, quale ruolo possa svolgere nelle trasformazioni urbane e territoriali, come si articoli nelle diverse culture disciplinari — si confrontano tre volumi recenti, che rappresentano tre prospettive autonome ma complementari di una discussione largamente in corso. Il primo di Maurizio Carta – Sette lezioni di rigenerazione urbana (LetteraVentidue, 2025) –; il secondo di Natalina Carrà e Gabriella Pultrone – Leave No Place Behind (Aracne, 2025) –; il terzo di Gianfranco Buttarelli e Antonio Cappuccitti – La gestione delle trasformazioni urbanistiche nella rigenerazione delle medie e piccole città (INU Edizioni, 2024) –. Essi offrono un panorama articolato delle attuali declinazioni della rigenerazione: visione teorico-critica, prospettiva territoriale inclusiva e approccio tecnico-gestionale. Il loro confronto consente di interrogare la rigenerazione non come concetto unitario, ma come campo composito, plurale, attraversato da metodologie, scale e finalità differenti.

 

1. Rigenerazione urbana: la visione critica e performativa di Maurizio Carta

Il volume di Maurizio Carta si presenta come un testo ambizioso e necessario nel panorama italiano contemporaneo. Non un manuale, come l’autore stesso chiarisce sin dall’Introduzione, ma una “rapsodia dell’agire politico”, un dispositivo narrativo e concettuale che mira a sottrarre la rigenerazione urbana alla banalizzazione retorica e alla sua frequente riduzione a strumento tecnico-amministrativo. Il libro si radica nella lunga esperienza di Carta come docente, amministratore e progettista, e propone un cambio di postura: dall’urbanistica conformativa — quella dei “come si deve fare” — a un’urbanistica performativa, capace di interrogare il “come si può fare” e soprattutto il “perché” fare.

Il filo conduttore è l’idea che la rigenerazione urbana sia, prima di tutto, un atto politico e biopolitico: un processo che produce effetti sulla vita delle persone e sul metabolismo urbano, e che quindi richiede consapevolezza, responsabilità e capacità generativa. Carta distingue con chiarezza tra urbanistica e rigenerazione urbana, assegnando alla prima la costruzione dell’ordine politico-spaziale e alla seconda un sistema integrato di politiche che interviene sulle città esistenti, affrontandone crisi, disuguaglianze, vulnerabilità ambientali e opportunità di rinnovamento culturale. La rigenerazione, nella sua definizione avanzata, è dunque un’azione capace di produrre nuova urbanità, non semplice riqualificazione fisica.

La prima lezione offre una genealogia europea della rigenerazione urbana, ricostruendo i processi che — dalla ricostruzione postbellica alla deindustrializzazione, dai programmi britannici alle esperienze francesi e olandesi — hanno formato il vocabolario attuale delle politiche urbane. Carta analizza criticamente i modelli di sviluppo urbano guidati dal mercato, mostrando come spesso il settore pubblico sia divenuto il vero imprenditore, assumendo rischi e costi che avrebbero dovuto gravare sui privati. Questa lettura storica non è mero contesto: serve a individuare i punti ciechi da evitare nelle pratiche contemporanee.

La seconda lezione approfondisce la dimensione retorica della rigenerazione urbana, mostrando come il termine abbia avuto un enorme successo discorsivo, non sempre corrispondente a qualità reali degli interventi. I casi di HafenCity ad Amburgo e del distretto culturale di Lipsia evidenziano come la rigenerazione sia spesso stata usata per legittimare operazioni di valorizzazione immobiliare, con rischi di esclusione sociale e monocultura funzionale. L’Italia, e in particolare Milano, diventa un esempio paradigmatico: grandi numeri, forte attrattività, ma anche potenziali “sostanze tossiche”, ovvero le esternalità negative che un modello troppo competitivo può generare.

Con la terza lezione, Carta entra nel cuore della sua proposta metodologica: ripensare l’urbanistica come bricolage, come pratica adattiva, creativa e multidisciplinare. Le utopie radicali, il pensiero francese sulla politica urbana, la prossimità aumentata e la nozione di “quarto spazio” convergono verso la costruzione di un’urbanistica abilitante, capace di facilitare miscelazione d’usi, flessibilità, ibridazione sociale e culturale.

La quarta lezione rappresenta forse il momento più coerente con la svolta ecopolitica attuale. La “sorellanza” tra città, comunità e natura ribalta la precedente “fratellanza tra capitalismi”, spostando il baricentro verso una rigenerazione climatica ed ecologica. Le esperienze di Vienna, Parigi, Copenaghen, Friburgo e Groningen mostrano come il progetto urbano può diventare infrastruttura di adattamento climatico, di equità territoriale e di incremento della biodiversità. Lo spazio pubblico diventa laboratorio di agopuntura e tattiche urbane.

La quinta lezione proclama con forza “basta con i masterplan!”, non per negarne utilità storica, ma per sottolineare la necessità di strumenti più dinamici, incrementali e aperti. Bologna e Napoli offrono esempi di strategie diffuse, basate sulla conoscenza e sulla capacitazione sociale, non sulla predefinizione rigida delle forme urbane future.

La sesta lezione introduce il concetto di urbanogenesi, intesa come generazione di nuova urbanità secondo processi incrementali, ispirati alla natura più che all’ingegneria. Carta propone un vero protocollo operativo, articolato in fasi e alimentato dall’apprendimento continuo da casi maturi: Marsiglia, Lione, Nantes, Barcellona, Amsterdam, Rotterdam e perfino Detroit. Centrale è il tema del tempo: la rigenerazione non è un evento, ma un processo.

Infine, la settima lezione definisce la rigenerazione urbana come pratica adattiva e probabilistica, capace di lavorare sui futuri possibili e non solo sulle invarianti. L’approccio what if? diventa dispositivo progettuale per generare immaginazione e responsabilità.

Lo stile dell’opera è volutamente non accademico: una prosa colta e accessibile, arricchita da riferimenti alla filosofia, alla letteratura, all’arte e persino alla moda, che funziona come sistema di analogie e metafore per estendere la comprensione della città contemporanea. Le citazioni — da Rilke a Mary Shelley, da Pascal a Derrida — non sono ornamento, ma strumenti per costruire un’epistemologia ampliata dell’urbanistica. Il contributo più originale del libro è la capacità di integrare ambizione teorica, profondità storica e pragmatismo operativo, mantenendo sempre centrale una nozione di urbanistica come pratica politica, relazionale e generativa. Sette lezioni di rigenerazione urbana è un testo destinato a diventare riferimento per studiosi, amministratori e professionisti, ma anche un invito a tutti gli “urbamanti” a partecipare consapevolmente alla costruzione delle città future.

L’autore individua tre snodi critici del dibattito contemporaneo:

1. la necessità di superare la retorica della rigenerazione, spesso usata per legittimare operazioni di valorizzazione immobiliare;

2. il rischio di un’urbanistica ancora troppo orientata alla conformazione normativa, incapace di leggere complessità e incertezza;

3. l’urgenza di costruire approcci performativi, tattici, incrementali, che incorporino l’adattamento e l’apprendimento continuo.

Carta propone così un’urbanistica come bricolage, una pratica ibrida che unisce visione e azione, immaginazione e realismo. Centrale è il concetto di urbanogenesi, cioè la capacità di generare nuova urbanità attraverso processi incrementali e non mediante strumenti rigidi come il masterplan tradizionale, criticato per la sua eccessiva predittività. La rigenerazione è qui un esercizio di “possibilità”, un dispositivo what-if che interroga futuri alternativi e costruisce scenari flessibili. Questa prospettiva dialoga profondamente con la letteratura internazionale sulla adaptive planning (Hajer, 2019), sul collaborative planning (Healey, 1997) e sulla urban experimentation (Bulkeley et al., 2019). L’idea di città come organismo metabolico è inoltre coerente con gli approcci dell’ecological urbanism e della nature-based regeneration.

Carta fornisce un quadro concettuale potente e innovativo, ma il suo limite — dichiarato — è l’assenza di una sistematizzazione operativa: la rigenerazione è presentata come un processo visivo e narrativo, più che come un insieme di strumenti applicativi. È un limite solo apparente, perché il contributo del volume risiede proprio nell’espansione del campo semantico e concettuale della rigenerazione.

 

2. La rigenerazione territoriale inclusiva nella prospettiva di Natalina Carrà e Gabriella Pultrone

Il volume di Natalina Carrà e Gabriella Pultrone si colloca in un percorso di ricerca radicato nelle politiche di coesione europee e nella riflessione sulle aree fragili del Paese: territori interni, marginali, periurbani, spesso esclusi dai processi di sviluppo. Fin dalle prime pagine (pp. 13–19) il libro afferma che la rigenerazione territoriale deve essere letta alla luce del principio internazionale Leave No One Behind, qui reinterpretato come Leave No Place Behind, ovvero «non lasciare indietro nessun luogo» nelle transizioni contemporanee — ecologica, digitale, socio-demografica. In questo senso, l’agenda della rigenerazione viene inscritta in una cornice territoriale, non più esclusivamente urbana.

L’opera si colloca dentro un dibattito in forte evoluzione, segnato dalla convergenza tra transizioni ambientali, sociali e digitali e dalla necessità di ripensare i modelli di sviluppo dei contesti marginali, rurali e periurbani. Le autrici propongono di spostare l’attenzione dalla formula ormai consolidata del “Leave No One Behind” dell’Agenda 2030 alla più radicale e territoriale “Leave No Place Behind”, attribuendo ai luoghi – e non solo alle persone – dignità politica, valore identitario e centralità nelle trasformazioni contemporanee. Il volume articola questo approccio entro un impianto teorico che valorizza la dimensione socio-territoriale delle transizioni. La rigenerazione non è concepita come un insieme di interventi edilizi o di riqualificazione fisica, ma come un processo di cura, partecipazione, valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, attivazione delle comunità, riconoscimento delle specificità locali. I territori marginali sono letti come laboratori di innovazione sociale e non come aree residuali da compensare. Le pratiche esaminate spaziano dalle strategie per le aree interne alla valorizzazione dei borghi, dagli itinerari culturali ai modelli di turismo inclusivo, fino alle sperimentazioni di welfare culturale, smart villages e reti comunitarie.

Questa scelta interpretativa è uno dei contributi più significativi del volume: la rigenerazione territoriale viene ricostruita come paradigma complesso, capace di intrecciare scale diverse, dimensioni materiali e immateriali, politiche di prossimità e nuove forme di governance collaborativa. Il riferimento alla “quintupla elica” – istituzioni, imprese, accademia, società civile e ambiente – conferisce densità all’impostazione metodologica e richiama alcuni dei più recenti sviluppi del dibattito europeo sulla transizione giusta e sulla coesione territoriale. Tuttavia, proprio questa ambizione espansiva solleva alcune questioni critiche. In primo luogo, il volume non tematizza fino in fondo la distinzione tra rigenerazione urbana e rigenerazione territoriale, centrale nella letteratura degli ultimi anni. La prima riguarda la trasformazione di parti di città degradate, con obiettivi di inclusione sociale, accessibilità, qualità urbana e mix funzionale; la seconda implica un cambiamento di scala e di paradigma: richiede politiche multi-comunali, strumenti di coordinamento territoriale, piani integrati tra città, sistemi rurali e aree interne, capacità di incidere sugli assetti infrastrutturali, ambientali e socio-economici profondi. Le pratiche raccolte nel libro oscillano tra i due poli: da un lato la rigenerazione di centri storici, spazi pubblici e patrimoni costruiti; dall’altro strategie più propriamente territoriali come gli itinerari culturali europei, la SNAI, i modelli di governance intercomunale. Una riflessione più esplicita su questa soglia teorica avrebbe ulteriormente rafforzato il quadro concettuale.

In secondo luogo, il volume privilegia l’analisi delle dimensioni culturali, identitarie e comunitarie della rigenerazione, ma dedica minor attenzione ai nodi strutturali della sua implementazione: capacità amministrativa, strumenti urbanistici, regole, risorse finanziarie, dispositivi di monitoraggio, integrazione fra pianificazione e gestione. Su questo piano il confronto con la letteratura più operativa evidenzia un punto di tensione rilevante. Mentre Leave No Place Behind definisce con forza il quadro etico-politico e culturale della rigenerazione inclusiva, rimane meno sviluppata la dimensione istituzionale e tecnico-amministrativa che condiziona la reale fattibilità dei processi. Le pratiche discusse nel volume mostrano esempi virtuosi, ma non sempre affrontano i problemi di governance che caratterizzano i comuni minori: frammentazione amministrativa, debolezza degli uffici tecnici, difficoltà nell’elaborazione di strategie intercomunali, volatilità dei finanziamenti, capacità ridotte di gestione e controllo.

Questa tensione si riflette anche nella possibilità, oggi molto concreta, che si sviluppino due traiettorie divergenti. Da un lato uno scenario positivo, in cui la rigenerazione territoriale diventa realmente integrata, sostenuta da politiche multilivello, strumenti adeguati e una chiara distinzione tra interventi urbani e strategie territoriali; in questo quadro, città medie e piccole possono agire come cerniere tra sistemi urbani e aree interne, attivando processi di sviluppo endogeno coerenti con i principi del volume. Dall’altro uno scenario più critico, in cui la rigenerazione rimane frammentata, episodica, concentrata sui luoghi già attrattivi, incapace di contrastare spopolamento, disuguaglianze e perdita di servizi. In questa seconda traiettoria, la retorica dell’inclusione rischia di trasformarsi in un dispositivo discorsivo privo di reali strumenti di trasformazione.

Carrà e Pultrone adottano un approccio vicino alla mission-oriented innovation (M. Mazzucato, 2018), definendo la rigenerazione come progetto collettivo che connette: a) transizione energetica; b) mobilità sostenibile; c) inclusione digitale; d) rigenerazione culturale e paesaggistica. Il volume è ricco di casi studio, matrici metodologiche e dispositivi territoriali innovativi, rendendolo un contributo operativo oltre che teorico. Il suo limite, se così si può dire, è la scala: la forte centratura sulla dimensione territoriale rischia talvolta di diluire la specificità urbana, ma rappresenta un ampliamento effettivo del campo della rigenerazione. Nel complesso, Leave No Place Behind è un volume importante e necessario, che restituisce dignità ai territori marginali e contribuisce a spostare il dibattito italiano ed europeo verso una visione della rigenerazione come processo territoriale, sociale e culturale. La sua forza risiede nella capacità di coniugare teoria, casi studio e un lessico profondamente rinnovato, capace di far emergere la dimensione umana, identitaria ed ecologica dei luoghi. La sua limitazione, più strutturale che concettuale, è la parziale assenza di un dialogo con le questioni amministrative e istituzionali che condizionano la fattibilità delle politiche di rigenerazione. Ma proprio questa tensione – tra visione culturale e capacità operativa – fa del volume un contributo critico e stimolante, utile a ripensare il ruolo dei territori nell’epoca delle transizioni e a orientare nuove traiettorie di ricerca e di policy nel campo del governo del territorio. Il volume, infatti, propone una visione della rigenerazione come costruzione di nuove infrastrutture sociali: servizi di prossimità, reti di welfare comunitario, partnership pubblico-privato. Questa prospettiva trova riscontro nelle ricerche su just transitions (McCauley & Heffron, 2018) e left-behind places (Rodríguez-Pose, 2017).

 

3. La rigenerazione come governance nella proposta di Gianfranco Buttarelli e Antonio Cappuccitti

Il terzo volume affronta la rigenerazione con un approccio pragmatico, centrato sulla gestione delle trasformazioni urbanistiche nelle medie e piccole città. Il volume si inserisce con chiarezza all’interno di quella che ormai da almeno un ventennio viene definita la “stagione della rigenerazione urbana”, una fase culturale e operativa che ha progressivamente ridefinito sia il lessico sia la pratica della pianificazione italiana. Gli autori colgono questa transizione non come un semplice mutamento semantico, ma come il risultato di un’evoluzione stratificata che, dagli anni Settanta in poi, ha portato la disciplina a confrontarsi con la crisi dei modelli espansivi e con la necessità di rifondare il progetto urbano su basi multidimensionali. Il testo si apre, infatti, con una ricostruzione attenta dell’origine e della diffusione del concetto di rigenerazione, recuperando la genealogia che dagli interventi integrati degli anni Ottanta e Novanta – i Programmi Complessi, i Contratti di Quartiere, le iniziative europee Urban – conduce alla dimensione strategica e multiscalare che caratterizza oggi il dibattito. Questa lettura risuona con quanto già osservato, ad esempio, da Campos Venuti nella “terza generazione urbanistica”, quando la riqualificazione del patrimonio esistente veniva individuata come alternativa necessaria a un modello di crescita fondato sull’espansione incontrollata. Allo stesso modo, le riflessioni di Stanghellini sulla rigenerazione come strategia integrata trovano qui una declinazione concreta, che unisce componenti sociali, economiche, ambientali e progettuali.

Uno dei meriti principali del volume consiste nel collocare questa evoluzione teorica all’interno del più ampio passaggio verso la sostenibilità – intesa nella pluralità delle sue dimensioni: ambientale, sociale, economica, energetica – e nel riconoscere come la rigenerazione abbia assunto in Italia il ruolo di contenitore concettuale capace di integrare temi eterogenei: limitazione del consumo di suolo, resilienza ecologica, inclusione sociale, qualità dello spazio pubblico, messa in valore del patrimonio esistente. Non è un caso che gli autori dedichino spazio alle Agende internazionali (Agenda 2030, Carta di Lipsia, Urban Agenda for the EU), mostrando la convergenza tra le politiche urbane europee e la cultura italiana della rigenerazione.

Il contributo forse più rilevante e originale dell’opera, tuttavia, risiede nella parte dedicata al quadro legislativo e alla capacità istituzionale. Il capitolo 3 offre infatti la più ampia rassegna oggi disponibile delle leggi regionali in materia di rigenerazione e governo del territorio: da Puglia 2008 a Abruzzo 2023, passando per Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte, Campania, Lazio, Veneto. Tale ricognizione illumina con particolare efficacia il fenomeno del regionalismo asimmetrico, già messo in evidenza dalla letteratura più recente sul governo del territorio, mostrando come l’assenza di una legge nazionale abbia prodotto una pluralità di modelli, strumenti, procedure e visioni. Alcune regioni hanno costruito apparati normativi avanzati e coerenti; altre si muovono ancora in un quadro frammentato, con ricadute evidenti sull’efficacia delle politiche locali.

Da qui emerge un messaggio forte del libro: la rigenerazione non è solo un progetto urbano o un dispositivo normativo, ma soprattutto un problema di gestione, di capacità amministrativa, di organizzazione interna dei comuni. Buttarelli, forte della sua lunga esperienza come direttore generale, dedica l’intero capitolo 4 alla governance delle trasformazioni, restituendo un quadro estremamente concreto e spesso trascurato dalla letteratura disciplinare. La rigenerazione, sostiene, richiede amministrazioni capaci di coordinare, monitorare, dialogare con i cittadini, attivare partenariati, attrarre e gestire risorse finanziarie, strutturare uffici tecnici adeguati e dotati di competenze multidisciplinari. Questa impostazione ricorda per certi versi le analisi di Federico Oliva sulla necessità di apparati istituzionali capaci di governare la complessità, così come le riflessioni di Palermo e Ponzini sulla dimensione governance-oriented della pianificazione contemporanea. Proprio questo spostamento d’attenzione dalla “forma del piano” alla “capacità di fare” rappresenta uno dei tratti più innovativi dell’opera. L’urbanistica “realista, operativa, sostenibile e fattibile” evocata dagli autori non rinuncia alla dimensione progettuale – come mostrano gli schemi di assetto di Cisterna, Aprilia, Velletri e Latina – ma insiste sulla necessità di strumenti intermedi che traducano le visioni strategiche in quadri operativi coerenti, coordinando interventi pubblici e privati, tempi di attuazione, esigenze della cittadinanza e vincoli ambientali. Si tratta di una prospettiva che dialoga con quella di Secchi e Viganò sul progetto di territorio come dispositivo relazionale, ma la declina in chiave amministrativa, insistendo sulla continuità tra strategia, governance e gestione.

Il volume, nel suo insieme, offre dunque un contributo rilevante: ricostruisce il quadro culturale della rigenerazione, sistematizza la sua dimensione normativa, introduce con forza il tema della capacità istituzionale e propone strumenti operativi testati sul campo. Se alcune questioni potrebbero essere ulteriormente approfondite – la dimensione ecologica più avanzata della rigenerazione, le Nature-Based Solutions, la relazione con la rigenerazione territoriale, il ruolo della digitalizzazione, il confronto con esperienze internazionali – il testo conquista per la sua coerenza interna e per il suo rigore operativo. In un panorama disciplinare che oscilla spesso tra polarità opposte – da un lato, la visione troppo astratta della rigenerazione come parola-contenitore; dall’altro, la deriva puramente edilizia o finanziaria di molti interventi – il libro di Buttarelli e Cappuccitti restituisce una posizione equilibrata: una rigorosa urbanistica della gestione, capace di unire principi, norme, strumenti, organizzazione e progetto. È un contributo importante, soprattutto per i comuni di piccole e medie dimensioni, che costituiscono l’ossatura del Paese ma che spesso dispongono di apparati fragili, incapaci di sostenere politiche complesse senza adeguati supporti regionali o intercomunali.

In questo senso, il volume può essere letto come un invito alla costruzione di una capacità amministrativa per la rigenerazione, un tema cruciale e ancora poco esplorato, ma decisivo per trasformare le intenzioni in risultati tangibili e duraturi. La rigenerazione emerge così come campo profondamente istituzionale, dipendente dalle capacità amministrative e dalla coerenza normativa. L’approccio gestionale qui presentato dialoga con le ricerche sulla territorial governance (Albrechts, 2010), sulla capacità istituzionale (institutional capacity) e sul policy design urbano (Peters, 2016). Il volume è molto utile per comprendere “come si fa” rigenerazione nei comuni italiani, spesso piccoli e con risorse limitate. Il limite, se si vuole, è l’assenza di una riflessione più ampia sulle dinamiche socio-spaziali o sulle trasformazioni culturali delle politiche urbane.

 

4. Convergenze: tre libri e un campo disciplinare in trasformazione

I tre volumi analizzati rappresentano tre prospettive complementari sul tema della rigenerazione, che arricchiscono il dibattito disciplinare italiano. La lettura incrociata dei tre volumi mette in scena, in filigrana, una vera e propria “costituzione materiale” del campo della rigenerazione in Italia. Non si tratta solo di tre libri che parlano di rigenerazione: sono tre prospettive che, nel loro intreccio, contribuiscono a ridefinire che cosa oggi significhi fare politiche di trasformazione urbana e territoriale.

Nella tabella seguente sono schematizzate differenze e similitudini:

 

Da un lato, Carta propone una decisa torsione teorica e culturale: la rigenerazione non come etichetta amministrativa, ma come pratica biopolitica e dispositivo performativo capace di mettere in discussione l’urbanistica conformativa. La forza del suo contributo sta nel ribaltamento della domanda: non più “come si deve fare”, ma “come si può” e “perché” fare rigenerazione. In questo senso, il volume intercetta bene la crisi della pianificazione tradizionale, cogliendo la necessità di strumenti adattivi, incrementali, reversibili, in grado di lavorare su futuri molteplici piuttosto che su scenari chiusi.

Dall’altro lato, Carrà e Pultrone spostano la scena: la rigenerazione non è più solo urbana, ma territoriale; non riguarda soltanto spazi degradati all’interno della città, ma sistemi fragili, aree interne, paesi in contrazione, territori periurbani in cerca di nuova identità. La formula Leave No Place Behind è, in questo senso, un cambio di paradigma: i luoghi diventano soggetti politici e non solo supporti delle politiche. Qui la rigenerazione assume i tratti di un progetto di giustizia territoriale, in cui welfare, cultura, servizi di prossimità e infrastrutture sociali diventano componenti strutturali, non accessorie.

Su un terzo fronte, Buttarelli e Cappuccitti riportano a terra, con lucidità, la questione: tutto ciò che chiamiamo rigenerazione — visioni, strategie, principi, lessici rinnovati — si misura inevitabilmente con l’“attrito” delle istituzioni, delle norme, degli apparati amministrativi. È in questo attrito che si decide se la rigenerazione resta un discorso o diventa capacità effettiva di trasformazione. La scelta di collocare al centro la gestione delle trasformazioni urbanistiche e la capacità amministrativa dei comuni — soprattutto quelli medi e piccoli — è una presa di posizione politica oltre che tecnica: senza organizzazioni adeguate, uffici strutturati, competenze multidisciplinari, la retorica della rigenerazione rischia di essere un esercizio esclusivamente linguistico.

 

Il confronto fra i tre testi fa così emergere almeno tre tensioni critiche.

La prima riguarda il rapporto tra visione e fattibilità.

Carta e, in altro modo, Carrà–Pultrone lavorano sul versante della visione: immaginazione urbanistica, transizioni, territorial care, infrastrutture sociali. Buttarelli–Cappuccitti si collocano invece sul versante della fattibilità: norme, strumenti, procedure, capacità degli enti locali. Il rischio, se queste due dimensioni non dialogano, è una scissione tra una rigenerazione “alta”, simbolica, progettata nei discorsi, e una rigenerazione “bassa”, fatta di atti, conferenze di servizi, varianti, accordi operativi, spesso condotta in condizioni di emergenza amministrativa. Il valore aggiunto della lettura comparata sta proprio nel vedere come i tre contributi, se messi a sistema, indichino la necessità di ricucire visione e gestione in un unico ciclo di policy.

La seconda tensione riguarda la scala.

Carta lavora prevalentemente sulla scala urbana, Carrà–Pultrone su quella territoriale, Buttarelli–Cappuccitti su quella comunale/intercomunale. È una pluralità feconda, ma anche problematica: la rigenerazione territoriale richiede infatti strumenti, soggetti e tempi diversi rispetto alla rigenerazione urbana, e il livello comunale — soprattutto dei piccoli comuni — è spesso troppo debole per sostenere strategie di ampia portata. Qui il nodo delle forme di cooperazione istituzionale, delle aree vaste, delle città medie come cerniere tra sistemi urbani e aree interne appare in filigrana ma resta ancora da assumere pienamente come terreno specifico di lavoro disciplinare.

La terza tensione concerne la dimensione sociale e politica della rigenerazione.

Tutti e tre i volumi riconoscono la centralità delle comunità, ma con accenti diversi: come attivazione di immaginari (Carta), come costruzione di infrastrutture di welfare territoriale (Carrà–Pultrone), come partecipazione regolata e concertazione (Buttarelli–Cappuccitti). Il rischio è che, senza un adeguato inquadramento critico, la partecipazione venga trattata come un dispositivo neutro, mentre la rigenerazione — soprattutto nei contesti più marginali o conflittuali — è sempre anche luogo di negoziazione, di potere, di possibili esclusioni. Su questo piano, il potenziale di una lettura più attenta alle disuguaglianze socio-spaziali e ai conflitti urbani e territoriali rimane ancora solo parzialmente esplorato.

 

 

Per una conclusione

In controluce, però, la combinazione dei tre volumi suggerisce una possibile via di uscita: concepire la rigenerazione come politica territoriale complessa, fondata su un triangolo virtuoso fatto di visione trasformativa, coesione territoriale e capacità istituzionale. Visione, per evitare che la rigenerazione diventi manutenzione ordinaria travestita; coesione, per sottrarre le politiche ai soli luoghi già forti e attrattivi; capacità istituzionale, per impedire che l’enfasi sui principi rimanga lettera morta. In questo senso, i tre testi possono essere letti come i tre lati di un unico problema: come trasformare la rigenerazione da parola-dispositivo a infrastruttura stabile del governo del territorio. La sfida, per la ricerca e per le politiche, è ora quella di integrare questi piani — concettuale, territoriale, gestionale — in quadri operativi che sappiano affrontare la crisi climatica, le disuguaglianze, lo spopolamento, la precarietà delle finanze locali, senza rinunciare alla qualità progettuale e all’innovazione istituzionale. Il contributo più interessante della lettura comparata, in definitiva, è proprio questo: mostra che la rigenerazione non è un campo già dato, ma uno spazio in costruzione, nel quale si giocano oggi alcune delle questioni fondamentali dell’urbanistica e del governo del territorio. E suggerisce che nessuna delle tre prospettive — la visione performativa, l’inclusione territoriale, la governance operativa — può bastare da sola. Solo nel loro intreccio è forse possibile pensare una rigenerazione che, davvero, non lasci indietro nessun luogo e nessuna comunità.

Giuseppe De Luca

 

 

N.d.C. Giuseppe De Luca è professore ordinario di Urbanistica all’Università di Firenze dove è stato, fino al 2024, direttore del Dipartimento di Architettura (DiDA). Membro della giunta esecutiva della Società Italiana degli Urbanisti (SIU), è stato segretario generale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) dal 2011 al 2016 e presidente di INU Edizioni dopo aver ricoperto le cariche di direttore della Fondazione Giovanni Astengo (2008-2011), segretario dell’INU Toscana (2000-2005); vicepresidente dell’Associazione nazionale urbanisti e pianificatori territoriali e ambientali (2000-2011). Ha ideato e dirige la collana «Pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale» della Casa editrice ALINEA di Firenze.

È stato responsabile tecnico e scientifico del Primo schema quadro del Quadro Regionale di Coordinamento Territoriale della Toscana, 1996, del Quadro strategico della Regione Toscana, 2007; del Piano di indirizzo territoriale 2000-2005 della Regione Toscana, 2005, e poi del gruppo di lavoro che ha redatto il Piano di indirizzo territoriale 2005-2010 della Regione Toscana, 2007; Ha inoltre fatto parte dei gruppi di lavoro per lo Schema Strutturale per l’area metropolitana Firenze-Prato-Pistoia, 1990; del Piano Strategico del Comune del Scandicci, 2007;del Piano territoriale di coordinamento della Provincia di Pistoia, 2009; del Piano strategico della Città metropolitana di Firenze, 2017. Attualmente è coordinatore del Piano territoriale della città metropolitana di Firenze, (in approvazione) 2026. Ha inoltre redatto o collaborato a dodici strumenti urbanistici locali, prevalentemente in Toscana.

Tra i suoi libri: a cura di, La pianificazione regionale in Toscana: 1984-1990 (Iter, 1991); con Lando Bortolotti, Fascismo e autostrade. Un caso di sintesi: la Firenze-mare (Angeli, 1994); con Lando Bortolotti, Come nasce un'area metropolitana. Firenze Prato Pistoia: 1848-2000 (Alinea, 2000); Pianificazione e programmazione. La questione urbanistica in Toscana: 1970-1995 (Alinea, 2001); a cura di, Discutendo intorno alla città del liberalismo attivo (Alinea, 2008); con Valeria Lingua, a cura di, Arcipelago mediterraneo. Strategie di riqualificazione e sviluppo nelle città-porto delle isole (Alinea, 2012); con Francesco Sbetti, a cura di, Le eredità di Astengo (INU, 2012); con Valeria Lingua, Pianificazione regionale cooperativa (Alinea, 2012); con Francesco Domenico Moccia, a cura di, Immagini di territori metropolitani (Inu Edizioni, 2015); con Francesco Domenico Moccia, a cura di, Pianificare le città metropolitane in Italia. Interpretazioni, approcci, prospettive (Inu Edizioni, 2017); con Daniele Rallo, a cura di, Cosa pensano gli urbanisti (Inu edizioni, 2018); con Mario Biggeri, Andrea Ferrannini, e Carlo Pisano, Mondeggi. Rigenerazione sociale, culturale e agricola per una Città Metropolitana sostenibile, (FUP edizioni, 2023); con Carlo Pisano, a cura di, Progettare nel disordine - Progettare il disordine. Riordinare le fragilità urbane (INU Edizioni, 2024, noncé Selected Articles from the International Conference on Designing in Disorder (Springer Nature, 2025); con Simona Ciubini, a cura di, Progettazione Urbanistica Governante. Mugello Lab. Sperimentazione di didattica laboratoriale (didapress, 2025); con Fabrizio D’Angelo e Corrado Zoppi, a cura di,, Integrazioni, specializzazione, cooperazioni, vol. 4 di Intersezioni. La formazione urbanistica di fronte ai mutamenti (SIU- FedOA press, 2026); con Carlo Pisano e Valeria Lingua, Laboratorio Regional Design. Portfolio di progetti/Project portfolio (didapress, 2026).

Per Città Bene Comune ha scritto: L’urbanistica tra politica e comorbilità (7 aprile 2023).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

06 MARZO 2026

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideazione e direzione scientifica (dal 2013):
Renzo Riboldazzi

direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate

comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia

comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

conferenze-dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

incontri-convegni

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
2024: programma/1,2,3,4
2025: programma/1,2,3,4
 
 

 

autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati
2023: Valeria Erba

 

 

letture e pubblicazioni

2015: online
2016: online/periodico1/24
2017: online/periodico2/24
2018: online/periodico1/25
2019: online/periodico2/25
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023: online/pubblicazione
2024: online/pubblicazione
2025: online/pubblicazione
2026:

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)