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Fitopolis, la città vivente di Stefano Mancuso (Laterza, 2023) fa il punto su un dato incontrovertibile: il male che stiamo infliggendo alle nostre città, concependole, disegnandole e governandole in modo disfunzionale rispetto al loro senso profondo di civitas. Questa lettura pone in discussione una tesi di assoluto rilievo, troppo spesso ignorata dalla comunità di studiosi dell’urbano, ossia le conseguenze sociali e ambientali di un disegno puramente “antropomorfo” dei centri urbani.
Per come si sono sviluppate nei secoli, le città hanno assimilato una forma e un funzionamento che ricorda in modo evidente quello del corpo umano (quindi del regno animale), ma gli effetti che tale declinazione in chiave urbana avrebbe potuto ingenerare sia nell’ambiente che nell’impianto sociale sono stati sottovalutati. Si badi bene, non è un “errore” contemporaneo frutto di visioni urbanistiche e decisioni politiche recenti, ma è la conseguenza di un processo partito da lontano, almeno da quando la specie umana, sviluppando le tecniche agricole circa 12.000 anni fa, ha sentito l’esigenza, per la prima volta, di collocarsi stabilmente presso un’area geografica, trasformandosi da nomadica a stanziale. Questo ha significato una più stretta relazione con la natura, con le sue risorse e con la terra. Tuttavia, tale relazione si è esplicitata attraverso un modus operandi tipico di un organismo animale, evoluto come la specie umana attraverso lo sfruttamento delle risorse dedito alla trasformazione dello spazio naturale in luogo artificiale consono alle proprie esigenze e praticando atteggiamenti protezionistico-conflittuali di natura territoriale.
La città, dunque, iniziò a comparire su questa terra con il saldo obiettivo di compiere una netta separazione con la natura circostante, al fine di affermare un modello insediativo che rispecchiasse le esigenze degli umani e venisse di conseguenza modificato e adattato a questo scopo. La natura, da semplice spazio temporaneo da cui estrarre risorse per la propria sussistenza, divenne spazio percepito come pericoloso, un oggetto da cui proteggersi; in questo senso va inquadrata la pratica degli umani di stabilirsi e collocarsi geograficamente in luoghi considerati sicuri. Nei secoli, le popolazioni non hanno fatto altro che compiere variazioni sul tema dal punto di vista architettonico, estetico, funzionale, riproducendo nel tempo lo stesso identico comportamento. L’antica idea de “l’uomo misura di tutte le cose” – come accuratamente descritto dall’autore in uno dei primi capitoli – è il richiamo alla storica tendenza antropocentrica che non solo ha caratterizzato secoli di storia culturale della specie sapiens, ma è stata mutuata anche nelle pratiche costruttive, in particolare nella progettazione urbana.
Come dicevamo, le città possiedono un impianto dichiaratamente antropomorfo e Mancuso ne offre una chiara descrizione: “Il volto della città per indicarne l’aspetto, l’arteria principale, i polmoni verdi, il suo cuore pulsante, le cellule abitative che ne descrivono le diverse tipologie costruttive, e poi i centri nevralgici, la struttura, la sua pelle” (p. 25). Oggi, ciascuno di noi, si riferisce alla città utilizzando questi termini, quasi l’urbs fosse una estensione del proprio corpo. Da questo dato possiamo evincere quanto forte sia la associazione tra biologia umana e forma delle città. Ma lo snodo cruciale della trattazione di Mancuso è proprio qui: se il modello di funzionamento urbano, ispiratosi al mondo animale, sta conducendo ad una crisi globale delle città per via della loro crescente insostenibilità economica, sociale e ambientale, quale alternativa è possibile? L’autore individua nel regno vegetale una possibile evoluzione da una “città a misura d’uomo” ad una “città pensata come un vegetale”, in grado di prefigurare un nuovo destino all’oggetto urbano, ispirandosi ad un paradigma innovativo come quello delle piante, una “fitopolis” come viene definita.
L’idea che sottende tale paradigma è decisamente affascinante; si tratta di un modo di concepire la città non più come un organismo animale, caratterizzato dalla tendenza alla iperconcentrazione delle funzioni in un’unica area centrale, vitale per la sopravvivenza stessa della città (la prossimità di tutti gli organi vitali di un organismo animale), bensì ad una distribuzione delle funzioni vitali in tutte le parti della città, così come fanno le piante. Una “fitopolis” siffatta permetterebbe una serie di vantaggi; in primis una riconnessione tra città e natura, andando quindi a sanare l’arcaica cesura che l’ha condotta ad essere luogo in cui la natura svolge una funzione ancillare anziché cooperativa; in secondo luogo la diffusione su larga scala del verde urbano permetterebbe di rinfrescare lo spazio urbano nell’epoca del climate change, migliorando la capacità delle città di sopravvivere alle sfide che tale fenomeno impone sotto molteplici aspetti; infine, ragionare sull’oggetto urbano come farebbe un pianta consentirebbe di costruire una città dalle funzioni diffuse per tutto il suo spazio, riconfigurando l’approccio gerarchico-specialistico che ne caratterizza il suo funzionamento attuale. Un funzionamento che, va ricordato, caratterizza il regno animale: specializzazione e gerarchizzazione delle funzioni significa velocità, movimento e capacità decisionale rapida, ma se una variabile esogena perturbasse questo equilibrio, l’organismo potrebbe essere minacciato nella sua stessa esistenza. Il paradigma vegetale proposto da Mancuso, dunque, è orientato a immaginare un futuro più sostenibile per le città, non solo per quanto riguarda il loro impatto sui sistemi naturali, ma anche dal punto di vista del funzionamento sociale.
Nel complesso, dunque, la proposta di Mancuso invita tutti noi che ci occupiamo di città come bene comune a riflettere sul fenomeno urbano come un oggetto in divenire ed in evoluzione costante, senza che – come indica l’autore – l’evoluzione di un organismo (e quindi anche della città-antropomorfa) segua un copione prestabilito. Tuttavia, credo sia utile non semplificare troppo questi processi, rischiando di finire in un determinismo biologico; oppongo a questa visione una mentalità più “transazionale”, riprendendo questo classico paradigma psicologico, ossia una chiave di lettura che ponga vari elementi in mutua interazione fra loro anziché dichiararne una maggiore o minore importanza nella lettura del processo logico. La dimensione biologica, in altri termini, deve interagire con quella culturale. Credo, infatti, sia utile affiancare ad una pur realistica prospettiva evoluzionistica, gli effetti prodotti dalle azioni degli individui, che sono in grado di fare la differenza. In questo senso, Mancuso, a pagina 43, specifica che “[…] il destino di una città non è nelle esclusive mani di nessuno studio di architettura o ufficio amministrativo, quanto nelle azioni dei suoi cittadini”. Questa affermazione funge da ponte ideale per offrire alcuni elementi di riflessione conclusiva di carattere sociologico.
Il ruolo della responsabilità della comunità di individui associati è la chiave di volta per innescare un cambio di rotta nell’interpretazione del fenomeno urbano contemporaneo. Nessuno escluso: studi di progettazione, politica locale, Università, cittadini e tutta la società civile sono chiamati a riflettere sul futuro urbano. La città è un fatto umano, essa, come abbiamo visto, è stata concepita fin dall’inizio ad immagine e somiglianza della nostra specie. Ma proprio perché è un fatto umano, dal contributo degli umani deve provenire la revisione di ciò che dell’urbano è insostenibile, per la natura e per la società. Quindi: come è possibile realizzare la nuova civitas così come proposto da Mancuso? A mio avviso dobbiamo soffermarci su tre questioni rilevanti: la necessità di riequilibrare la relazione tra umani e natura mediante uno sguardo transazionale tra l’azione umana e l’ambiente circostante (naturale e costruito), riconnettere cultura e biologia, e infine mettere in discussione il senso della politica locale.
Un primo elemento di riflessione riguarda la relazione tra natura e umani urbanizzati che oggi ha raggiunto una forma altamente critica. L’idea unidirezionale per cui “l’uomo è misura di tutte le cose”, ed è quindi libero di disporre come vuole sia dello spazio naturale che di quello costruito, oggi si sta presentando in tutta la sua inconsistenza e fragilità. Questa presunzione, efficacemente descritta da Mancuso, origina dalla modalità mediante cui l’homo sapiens si è evoluto nel corso del tempo, ossia come animale mobile, dedito al nomadismo e alla massimizzazione dello sfruttamento delle risorse naturali locali e, oggi, dell’estrazione di rendita economica dallo spazio urbano ed in particolare da quello pubblico. Ora, sebbene questa spiegazione, squisitamente biologica, racconti una parte della storia, dobbiamo pur riconoscere che la nostra specie ha evoluto una capacità culturale e cognitiva per apprendere e discernere azioni sostenibili da quelle che non lo sono. La relazione con lo spazio è un fatto transazionale, cioè di mutuo scambio interattivo tra spazio fisico ed esseri umani: modifichiamo lo spazio a nostro piacimento, ma esso stesso ci influenza dal punto di vista cognitivo ed emotivo (Bonnes & Secchiaroli, 1992). La relazione con la spazialità che ci circonda può essere vissuta istintivamente, utilizzando la nostra componente comportamentale naturale (quindi la naturale tendenza ad agire in modo insostenibile, come descritto da Mancuso), oppure possiamo utilizzare le nostre risorse cognitive per apprendere nuove forme di atteggiamento più sostenibile. Esiste un campo di studi particolarmente fortunato nella psicologia ambientale che è dedicato ad indagare i fattori che spingono o meno le persone ad agire a favore dell’ambiente (Gifford, 2011). L’ambito famigliare, ad esempio, risulta essere il primo contesto dove vengono consolidate queste forme di comportamento virtuoso, da cui possono diffondersi al di fuori della famiglia in ciascun ambito sociale, con evidenti ricadute positive sulla collettività. Rispetto della natura e consapevolezza di una necessaria gestione razionale delle risorse naturali a nostra disposizione sono competenze che devono necessariamente essere apprese per ricomporre una società urbana, ma non solo, giunta ad un livello di criticità come quello che conosciamo. Diffondere una cultura di questo tipo, fin dalle giovani generazioni, può essere un buon modo per costruire una società diversa attraverso un adeguato supporto che spazia dalla società civile fino al ruolo agito dalle istituzioni politiche.
Un secondo stimolo riguarda la riconnessione tra cultura e biologia ed è la conseguenza di quanto detto sopra. I primi lavori teorici di sociologia urbana risalgono agli anni Venti del Novecento con il lavoro della Scuola di Chicago. Uno degli aspetti che caratterizzano questo approccio alla comprensione della vita degli individui nelle grandi città fu quello di interpretare le preferenze di localizzazione delle diverse popolazioni urbane nello spazio della città prendendo come riferimento i meccanismi di distribuzione ecologica nella biologia animale. Ma l’elemento aggiuntivo, senza il quale questo paradigma sarebbe stato incompleto, fu quello di accostare la dimensione culturale umana al suo interno. Oggi, più che mai, mettere in discussione il funzionamento delle città contemporanee (per estensione, includerei anche i sistemi territoriali in generale) non può prescindere dalla necessaria riscoperta della nostra natura, ossia di individui in cui convivono forze squisitamente biologiche con altre di natura culturale e politica. La specie umana produce idee, pensieri, scelte; sa mettere in campo decisioni politiche e soprattutto può costruire soluzioni positive per impattare efficacemente nella società. In questo senso, le istituzioni politiche rivestono un ruolo cruciale grazie al potere di arginare eccessi e favorire l’attivazione di risorse mediante la legislazione ed il policy making. La vera sfida attuale per la governance urbana è quella di compiere una profonda sterzata, difficile, certo, ma dovuta per compiere un cambio di passo nel governo urbano non più rinviabile.
E arriviamo al terzo ed ultimo punto, ossia la necessità di ripensare il nostro modo di immaginare e fare politica urbana. Inutile dire che il modo attraverso cui dagli anni ’80/’90 si progettano e si amministrano le grandi metropoli europee ed occidentali sia stato fortemente orientato a raggiungere obiettivi che nulla hanno a che vedere con un’etica urbana orientata al benessere diffuso della collettività. Piuttosto, utilizzando il paradigma proposto da Mancuso, i grandi centri metropolitani, assurti a cosiddetti hub globali, mostrano il lato peggiore della “animalizzazione” dell’oggetto urbano. I modelli di sviluppo delle nostre città sono purtroppo caratterizzati da una profonda assenza di un’idea politica, cristallizzata su delle prassi la cui incapacità di produrre uno sviluppo equo e sostenibile è ormai sotto gli occhi di chiunque: cieca fiducia nella capacità del mercato di allocare sempre in modo efficace le risorse (pensiamo alle distorsioni prodotte dal mercato immobiliare delle grandi città italiane), concentrazione di ricchezza, economie di agglomerazione urbana (causando sperequazioni territoriali nella disponibilità di servizi), valorizzazione della rendita prodotta dallo sfruttamento del valore dello spazio urbano (gli effetti della gentrification), genesi di disuguaglianze a più livelli e diffusione di un’idea di città esclusiva sono la perfetta traduzione sul campo della forma urbana costruita secondo una logica totalmente scevra da una visione culturale. Le strade percorribili, ancora una volta sono due, accontentarsi di un laissez-faire destinato ad acuire il declino sociale ed etico delle città, oppure contrapporre uno sforzo politico, istituzionale e collettivo, atto a compiere un profondo rinnovamento del concetto stesso di politica urbana. Un passo in questa direzione non è solo doveroso farlo per restituire una dimensione etica e a misura di umanità alla città del futuro, ma si rende necessario in vista di quelle sfide ormai non più procrastinabili che tutta la società globale, in particolare quella urbana, si ritrova a dover affrontare a causa dei mutamenti climatici. Gli effetti di questo cambiamento sono ormai sotto gli occhi di chiunque, effetti che si declinano soprattutto in termini di benessere sociale, economico e di qualità della vita soggettivo. Le città in questa sfida sono le principali protagoniste, non solo perché da esse possono prendere forma le soluzioni, ma soprattutto perché hanno un grande ruolo nell’essere causa di immissione di inquinanti e gas serra in atmosfera. In definitiva, la sfida per le città è di natura esistenziale.
Ripensare la città ispirandosi all’intelligenza del mondo vegetale non è solo un esercizio scientifico interessante, ma può essere un punto di partenza per inaugurare un nuovo capitolo della affascinante storia urbana, un fenomeno oggi sotto stress e messo profondamente in discussione. La scissione tra civitas e urbs non è certamente cosa nuova (Sennett, 2018), auspicarne un nuovo rinsaldamento dovrebbe essere una preoccupazione fondamentale per la politica urbana, ma temo oggi non ve ne sia contezza. Quella posta da Mancuso è una sfida molto più ampia, di natura sociale ed esistenziale, per ridare nuova linfa alla città contemporanea, imprimendo una direzione sempre più diretta a un nuovo modo di intendere il fenomeno urbano. Possibilmente etico e sostenibile.
Luca Bottini
Riferimenti bibliografici Bonnes M. & Secchiaroli G. (1992), Psicologia ambientale. Introduzione alla psicologia sociale dell’ambiente, NIS La Nuova Italia Scientifica, Roma. Gifford R. (2011), “The dragons of inaction. Psychological barriers that limit climate change mitigation and adaptation”, American Psychologist, 66(4), 290. https://doi.org/10.1037/a0023566 Sennett R. (2018), Costruire e abitare, Feltrinelli, Milano.
N.d.C. - Luca Bottini è ricercatore in sociologia urbana presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca dove insegna "Città e Governo Locale" presso il corso di laurea triennale in Scienze del Turismo e Comunità Locale. È stato visiting PhD student presso la University of Victoria (Canada) dove ha lavorato nel «Environmental Psychology Lab» coordinato dal prof. Robert Gifford. Ha frequentato a corsi di perfezionamento presso la University of Essex (UK) e l’Università di Trento e ha presentato le sue ricerche presso conferenze in Europa e Stati Uniti. Dal 2013 è membro del comitato editoriale di “Città Bene Comune”, periodico sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali coprodotto dalla Casa della Cultura di Milano e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Il suo ambito di ricerca è lo studio della relazione tra ambiente urbano e comportamento sociale, con particolare riferimento alla qualità della vita e al benessere soggettivo nei quartieri, alla mobilità sostenibile in contesti urbani e all’identità locale, utilizzando un approccio interdisciplinare tra sociologia urbana e psicologia ambientale.
Tra i suoi libri: Lo spazio necessario. Teorie e metodi spazialisti per gli studi urbani (Ledizioni, 2020); Luoghi eventi e turismo. Una prospettiva sociologica (Ledizioni, 2022).
Per Città Bene Comune ha scritto: Il valore dei luoghi e dello spazio (20 novembre 2020); Milano, un’altra storia (17 novembre 2023).
Sui libri di Bottini, v. in questa rubrica: Simona Sacchi, Lo spazio urbano è necessario (15 aprile 2022).
Sullo stesso libro oggetto di questo commento, v. anche: Massimo Venturi Ferriolo, La città è vivente (18 gennaio 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 04 APRILE 2025 |
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