Renzo Riboldazzi  
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IL SUOLO È POLITICA


Paolo Pileri alla Casa della Cultura



Renzo Riboldazzi


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A maggio prende il via la dodicesima edizione di Città Bene Comune, ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali. L’iniziativa, ideata e coordinata da Renzo Riboldazzi, è coprodotta dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano ed è patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti/e onlus, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.

La formula adottata è quella che caratterizza questo appuntamento dal 2013 ovvero quattro incontri con gli autori/curatori di altrettanti libri recenti, tre o quattro discussant invitati a leggere e commentare pubblicamente i testi oggetto di riflessione e dibattito, un confronto finale aperto al pubblico. L’obiettivo è quello di favorire una riflessione critica sui temi delle trasformazioni urbane e territoriali, anche dal punto di vista ambientale e paesaggistico, creando un ponte ideale tra la cultura accademica e la società civile.

Mercoledì 7 maggio 2025, alle 18.00, discuteremo con Paolo Pileri del suo Dalla parte del suolo. L'ecosistema invisibile edito da Laterza nel 2024. Al dibattito interverranno Mario Agostinelli - presidente dell’Associazione Laudato si’, un’Alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale -, Federica Bonalumi - giornalista e filmmaker freelance su migrazione, salute, diritti umani e temi ambientali -, Federico Butera (a distanza) - professore emerito del Politecnico di Milano e già ordinario di Fisica tecnica ambientale - e Enzo Scandurra (a distanza) - urbanista, saggista, già ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica alla Sapienza Università di Roma.

 

 

Le ragioni di un confronto

Se ne è parlato moltissimo in questi giorni. E forse questo libro gli sarebbe piaciuto: per il suo linguaggio diretto, per la concretezza e al tempo stesso per l’universalità delle nozioni espresse. Stiamo parlando di Papa Francesco, della cui scomparsa i media ci hanno dato ampiamente notizia. E stiamo parlando, soprattutto, di un testo i cui accenti sembrano rievocare la sua celeberrima Laudato si’ del 2015: l’ultimo lavoro di Paolo Pileri, Dalla parte del suolo. L'ecosistema invisibile, edito da Laterza nel 2024.

Un libro importante.

Per gli amministratori pubblici – quelli che, in un clima di diffusa sfiducia verso la classe politica, eleggiamo noi – che, sulla base di una legislazione non sempre chiara nell’indirizzare l’azione pubblica verso la tutela del bene comune, spesso utilizzano il suolo come fonte di guadagno immediato per i comuni, senza considerare i danni che, immediatamente e nel lungo periodo, provocano alla società di oggi e di domani.

Per gli urbanisti – e con essi gli architetti e gli ingegneri che contribuiscono a prefigurare il futuro della città e del territorio – che consapevolmente o meno hanno frequentemente trattato il suolo come mero supporto per l’edificazione: un foglio bianco dove logiche di mercato del tutto irrispettose di un senso comune andato perduto, quello del rispetto per la terra, non hanno più la forza di guidare piani e progetti.

Per gli imprenditori e gli investitori nel mattone, ormai accecati dalle opportunità della rendita al punto – a dispetto di tutti, anche di loro stessi – da non considerare l’inutilità di molte costruzioni così come l’insensatezza dei luoghi in cui sono realizzate: spesso terreni fertili che in realtà dovrebbero continuare a nutrire la nostra vita.

Per la società civile irresponsabilmente abbandonata a logiche economiche di massa che, nella sostanza, trascurano il senso ultimo delle cose: per esempio, abbracciando la comodità delle consegne a domicilio senza avere la percezione del prezzo umano – come dimenticare Sorry We Missed You di Ken Loach del 2019 ma anche le rivendicazioni di quanti tutt’oggi (oggi che mentre scriviamo è il Primo Maggio e i supermercati sono aperti!) chiedono condizioni lavorative migliori e soprattutto salari proporzionati al costo della vita – e dei costi ambientali che stanno dietro a queste scelte: la proliferazione di nuovi centri di distribuzione logistica – “un vero e proprio predatore di suoli” (p. 59) – è solo l’ultimo dei drammatici esempi che ci dice, a volerlo guardare con un minimo di lucida razionalità, della nostra incapacità di relazionarci con un bene essenziale per la nostra esistenza: la terra.

 

Pileri parla chiaro.

In primis del suolo “tanto invisibile quanto pieno di vita” (cap. 1). Ne mette in luce le proprietà. In particolare, il suo essere un ecosistema e la sua capacità di accogliere un terzo della biodiversità del pianeta. Ne evidenzia la capacità di regolare il clima, un aspetto fondamentale soprattutto oggi che gli squilibri climatici non sono più una teoria scientifica astratta ma la realtà.

Poi indaga “chi ignora, snatura e danneggia il suolo” (cap. 2) riflettendo, per esempio, sulla voracità delle autostrade, talvolta persino inutili, che sono “una tragedia per i suoli” (p. 64), della relazione tra alluvioni e cementificazione, della diffusione della plastica o del dilemma di quelle energie rinnovabili che, in realtà, sprecano suolo senza troppo ritegno confondendo, colpevolmente, ciò che è buono con ciò che non lo è.

Infine, indaga altri approcci possibili. Dà voce a quegli attivisti – soprattutto sottolinea il ruolo delle giovani generazioni – che si battono per un mondo più giusto, più equo, dove le condizioni di una vita sana e dignitosa siano garantite a tutti. Si spende per il recupero dell’immenso patrimonio edilizio esistente ma stupidamente inutilizzato, un vero paradosso che dice dell’incapacità della nostra società di gestire correttamente le proprie risorse, sprecando inutilmente una fonte essenziale per la vita del pianeta. Teorizza la depavimentazione, evidenziandone le potenzialità ma anche i limiti non secondari che, sostanzialmente, sono riconducibili a quell’idea, profondamente errata, che l’uomo può distruggere e ricreare la natura a proprio piacimento. Purtroppo, non è così. “Chi pensa che quello che c’è sotto un asfalto sia un suolo ‘pronto all’uso’ e di qualità – afferma Pileri – non ha capito nulla di suolo e della sua delicatezza” (p. 36) che non è così facile ricreare.

 

E chiude.

Chiude con l’esortazione a “ricucire gli strappi con la terra”. Con l’invito ad “agire bene e in fretta su più fronti [perché] l’ignoranza ecologica – afferma – va estirpata” (p. 146) a tutti i livelli: dai ministeri ai consigli comunali dei piccoli centri, quelli più soggetti a subire le pressioni di chi distrugge suolo. Chiude suggerendo una formazione culturale per tutti: “una scuola di pensiero ecologico” (p. 147) capace di darci gli strumenti per comprendere cosa significa la distruzione del supporto alla nostra vita. Questo anche con l’umiltà di mettersi “in ascolto delle parole che la raccontano, delle voci che la conoscono” (p. 149) meglio di noi. Voci poco ascoltate, non c’è dubbio, ma sempre più frequenti e accorate nel segnalare il disastro che stiamo costruendo con le nostre mani.

Ne citiamo una sola, quella di Alberto Magnaghi, fondatore della Società dei Territorialisti/e onlus, di cui in questa rubrica abbiamo discusso i libri: ricordiamo l’incontro del maggio 2021, i commenti di Giuseppe Dematteis (5 febbraio 2021), Giancarlo Consonni (12 marzo 2021), del sottoscritto (14 maggio 2021), di Pancho Pardi (30 luglio 2021), Francesco Ventura (13 settembre 2021), Ottavio Marzocca (16 settembre 2021), Alberto Ziparo (27 marzo 2024). E infine, soprattutto, la bella videointervista di Elena Bertani dove Magnaghi ci parla direttamente. Secondo questo autore, del territorio “ci si è progressivamente ‘liberati’ grazie anche allo sviluppo tecnologico [che ci ha fatto vedere il suolo] come un puro supporto tecnico di attività e funzioni economiche, che sono – si sottolinea nella citazione ripresa da Pileri – localizzate secondo razionalità sempre più indipendenti da relazioni con il luogo e le sue qualità ambientali, culturali, identitarie” (p. 148).

E si congeda, Pileri, invitandoci a farci “alfieri attivi della sua cura” (p. 149), dedicando il suo lavoro “a tutti i custodi del suolo, di fatto o in parola; alle attiviste e agli attivisti, donne e uomini di instancabile volontà ecologista, agli insegnanti che danno forma al futuro e parlano di suolo ai loro studenti, a tutti coloro che nella quotidianità trovano mille modi per dare voce al suolo e alla natura, senza chiedersi se ne vale la pena. Perché – afferma – ne vale sempre la pena” (p.151).

 

Il tema del suolo per Paolo Pileri non è nuovo tanto nella ricerca quanto nella battaglia politica, due ambiti che giustamente non disgiunge. Come Norberto Bobbio – sottolinea Pileri stesso – “gli uomini di cultura sono rimasti fuori dal circo come se lo spettacolo non li riguardasse” (p. 6) ma, in realtà, le cose non stanno così. Nessuno, infatti, soprattutto chi può contare sulle proprie conoscenze, “può chiamarsi fuori dall’esprimere il proprio parere rispetto a ciò che accade nel mondo e a chi lo fa accadere” (p. 6). Per fermarci al campo della produzione scientifica ricordiamo, tra gli altri:

- con Elena Granata, Amor loci. Suolo, ambiente, cultura civile (Cortina, 2012), di cui abbiamo discusso in questo ciclo nel maggio 2014;
- Che cosa c' è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo (Altreconomia, 2015), di cui in questa rubrica abbiamo pubblicato un commento di Bernardo De Bernardinis;
- con Matilde Casa, Il suolo sopra tutto. Cercasi 'terreno comune’. Dialogo tra un sindaco e un urbanista (Altreconomia, 2017), di cui ha scritto Roberto Balzani;
- 100 parole per salvare il suolo. Piccolo dizionario urbanistico-italiano (Altreconomia, 2018);
- L'intelligenza del suolo. Piccolo atlante per salvare dal cemento l'ecosistema più fragile (Altreconomia, 2022).

E, in questa rubrica, ricordiamo anche diversi commenti di Pileri a libri che intercettano il tema a lui caro a cui questo autore ha voluto qui dare voce: di Andrea Baranes et al. (3 novembre 2017), di Francis Hallé (9 novembre 2018), Rosario Pavia (28 giugno 2019), Simona Vinci (25 ottobre 2019), Piero Lacorazza (31 gennaio 2020), Antonio di Gennaro (8 gennaio 2021), Luigi Casanova (20 gennaio 2023).

E, infine, di quella Laudato si’ di Papa Francesco che l’autore considera “la pubblicazione di gran lunga più incisiva, rivoluzionaria, netta, partigiana che si è occupata della questione ambientale […]. Una sciabolata al pensiero postmoderno – scrive su Città Bene Comune –, pervicacemente attaccato alla logica del consumo e astutamente camuffato sotto nuove e affascinanti vesti che vanno sotto il nome, ad esempio, di nuove tecnologie” (2 dicembre 2015).

 

Torniamo al libro oggetto di questo commento. Il suo obiettivo è semplice: dare la parola a ciò “che non ha voce, che sta dalla parte silente e meravigliosa della vita sulla Terra” (p. 3). Il suolo, infatti, secondo Pileri “è probabilmente il luogo meno conosciuto al mondo, ma il primo ad aver bisogno di attenzione e cure” (p. 3) tant’è che della sua distruzione non ci accorgiamo neppure. Un luogo che “brulica incessante di vita” (p. 3) di cui, al di là di alcune timide leggi nazionali o europee, facciamo scempio “a forza di cementificare, asfaltare, avvelenare e soffocare” (p. 4), anche nel nome di una sostenibilità dai piedi di argilla. Per l’autore, “salvare il suolo è una questione morale, che – sostiene – ha bisogno di nutrimento intellettuale e passioni per destarsi nella coscienza di ciascuno” (p. 5). Ecco allora l’urgenza scientifica e politicamente partigiana di farci "sentire il battito del cuore del suolo [e, al tempo stesso,] di apprendere e far apprendere nozioni inattaccabili e scientificamente fondate sulle cose della natura che fanno parte della nostra quotidianità ma di cui – afferma – abbiamo smarrito la conoscenza, dimenticando la bellezza di prendersene cura” (p. 5). Serve – a giudizio di Pileri – “uno scatto visionario e culturale di gran lunga più forte e deciso di quello attuale” (p. 27), “un progetto culturale che colpisca nei posti giusti e diventi priorità” (p. 27) per tutti noi: per chi abita il suolo, chi lo trasforma, chi lo governa.

Tanto per cominciare il suolo “non è una superficie piatta e senza vita [ma] un volume che dovremmo propriamente chiamare corpo” (p. 11). Un corpo le cui funzioni vitali “stanno in appena trenta centimetri sotto i nostri piedi, quando non poggiano sull’asfalto” (p. 11). Non è dunque – sostiene l’autore – solo “materia inerte, ma è anche affollato di vita […], un [vero e proprio] ecosistema, ovvero una unità di base per la vita” (p. 16). Il suolo, poi, è fatto di “pochi ingredienti chiave: tre minerali – sabbia, limo e argilla – acqua, aria e sostanza organica” (p. 18) e “riveste un ruolo chiave nel contenere il surriscaldamento del pianeta” (p. 22). “Il primo metro di suolo [infatti] è la più grande riserva di carbonio (C) nella biosfera terrestre” (p. 22). Il suolo, infine, è anche la casa della biodiversità che “è il risultato di migliaia di anni di processi biochimici e [che] ammonta al 25/30% di tutta la biodiversità esistente sulle terre emerse” (p. 25). Infine, un’altra caratteristica essenziale del suolo “è che è lento a crescere: per dieci centimetri occorrono duemila anni” (p. 36) mentre per distruggerlo nelle quantità spaventose con cui effettivamente lo distruggiamo bastano pochi minuti. Insomma, “la conoscenza della sua fragile resilienza deve aumentare la nostra responsabilità ed essere un altro ottimo motivo per spegnere la betoniera” (p. 37). Questo – secondo Pileri – “ben prima di scovare rimedi tecnici e tecnologici che accelerino le sue capacità di rimettersi in forma” (p. 37).

Invertire una rotta – quella che stiamo praticando – fondata da un lato su una scarsa conoscenza del suolo, dall’altro da un ritorno economico non secondario di molte delle azioni che la nostra società compie abitualmente distruggendo consapevolmente o inconsapevolmente il suolo non è cosa semplice. Lo è ancor meno, paradossalmente, per un urbanista per cui la costruzione o la trasformazione degli spazi urbani alla ricerca – come sostiene Giancarlo Consonni nel suo ultimo libro Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024) – di urbanità e di bellezza dovrebbe essere fondamento della sua attività. Questo anche superando approcci celeberrimi, come quello di Bernardo Secchi che – sostiene Pileri – parlano di suolo senza avere “alcun legame con lo spessore vitale” del suo ecosistema (p. 42). In urbanistica e nel governo del territorio, afferma, “di spessore e vita [del suolo] non si parla mai, di dimensione ecosistemica men che meno” (p. 43), cosa vera solo in parte. Tuttavia, il limite tra le due polarità di cui dicevamo – scarsa conoscenza e ritorno economico – apparentemente contrapposte pur non essendo facile da trovare va ostinatamente ricercato. E qui sta la ragione principale di questo incontro. Con un aiuto inaspettato, l’irrazionalità di molte delle nostre scelte, e uno sforzo culturale, questo ci è richiesto, volti a superare alcune cose date per scontate nel governo del territorio.

Per esempio, la forestazione urbana. Se parliamo di questa “senza parlare di suolo – secondo Pileri – facciamo un grande torto alla natura e restituiamo un’immagine imperfetta e incompiuta a chi ci ascolta distraendo tutte e tutti dalla sfida delle sfide che rimane la tutela del suolo” (p. 31). Lo stesso dicasi per l’agricoltura intensiva e industriale le cui aree “sono ancor più scarse nel sequestrare carbonio” (p. 32) e dunque meno efficienti nel favorire la vita. In urbanistica, piuttosto, dovremmo superare quello che Pileri chiama terrapiattismo urbanistico ovvero quell’idea, tipica della pianificazione, soprattutto dal dopoguerra fino ai giorni nostri, per cui “ciò che conta è ciò che è o sarà il volume edilizio o infrastruttura non i suoli liberi, agricoli o naturali” (p. 47). Dovremmo provare a cambiare strada e immaginare una “urbanizzazione [che non] è un grande tappo tra sé e quello che naturalmente (o quasi) dovrebbe esserci sopra” il suolo (p. 49). E lavorare per ridurre la loro impermeabilizzazione: quando un’area la subisce “l’acqua non la attraversa più: è una sorta di pietra tombale per il suolo” (p. 52). “Più si urbanizza – aggiunge – più l’acqua circolante in superficie aumenta assieme all’energia e alla forza che la portano in giro [e] di conseguenza – sostiene dati alla mano – aumentano vittime, danni e spesa pubblica per ricostruire” (p. 67). E infine contenere il più possibile l’erosione. L’Italia, in particolare, è particolarmente “soggetta a disastro idrogeologico: il 77% della superficie nazionale è a rischio erosione idrica accelerata dalla forti pendenze e riduzione dei terrazzamenti, dall’incremento – sostiene Pileri – della meccanizzazione agricola, dall’aumento delle dimensioni dei campi” (p. 75). A ciò si aggiungano – il discorso sarebbe lungo – le spiagge, le cave, gli incendi, l’innevamento artificiale, la drammatica diffusione della plastica che ritorna maleficamente nei nostri corpi, le guerre, la proliferazione di sussidi disattenti a ogni forma di pianificazione, l’ipocrisia dei boschi verticali che, ricorrendo a un linguaggio modaiolo lontano dalla realtà, identificano come “bosco quello che - secondo l'autore - bosco non è” (p. 96), la diffusione delle attrezzature per la produzione di energie rinnovabili, lo spreco di cibo.

La ricetta per Pileri è quella di “usare freno e acceleratore assieme. Accelerare la tutela dei suoli liberi, la buona agricoltura conservativa e rispettosa dei suoli, la forestazione urbana e delle campagne e frenare drasticamente l’uso del fossile e del cemento” (p. 35). Questo perché – lo ripetiamo – “il suolo è un corpo delicato e complesso che, una volta danneggiato, richiede centinaia d’anni per tornare in piena salute” (p. 50). Che poi è ciò che ci serve per sopravvivere perché perdere le quantità di suolo che effettivamente perdiamo “vuol dire – afferma Pileri – perdere biodiversità, ecosistemi, resilienza, buon clima produzione di cibo, lavoro, benessere” (p. 75). I nostri amministratori pubblici dovrebbero – a suo dire – “studiare i rapporti scientifici prima dei disastri, in tempi di pace climatica e meteorologica” (p. 69), cosa che non avviene. Al contrario, si preferisce attribuire al cambiamento climatico molti dei danni che stiamo subendo senza l’assunzione di una responsabilità che in realtà sarebbe concreta. Piuttosto – sostiene Pileri – dovremmo “agire applicando il principio di precauzione” (p. 105). Stare, se necessario, un passo indietro, soprattutto se non siamo sicuri dei possibili danni che provochiamo all’umanità e, più in generale, all’ambiente. E assumere un atteggiamento politico – questa è la vera lacuna – nella gestione del territorio abbandonando la pura amministrazione. “Stare davvero dalla parte del suolo – per Pileri e per tutti noi – significa farsi carico di questa responsabilità, anche politicamente” (p. 114). Significa – per dirlo con le parole che Konrad Lorenz utilizza nel suo Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (I ed. Piper, 1973) – contrastare quella “devastazione dello spazio vitale” e, al tempo stesso, “dei sentimenti” di cui siamo irresponsabilmente artefici.

Renzo Riboldazzi


© RIPRODUZIONE RISERVATA

02 MAGGIO 2025

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideazione e direzione scientifica (dal 2013):
Renzo Riboldazzi

direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate

comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio

comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

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2025:

P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)

F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)

G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)

E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)