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CONTRO LA CITTÀ USA E GETTA
Commento al libro di Vittorio Magnago Lampugnani
Francesco Collotti
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In occasione di una presentazione pubblica dell’ultimo libro di Vittorio Magnago Lampugnani Contro la città usa e getta. Per una cultura del costruire sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024), devo a un amico fraterno di lunga data il ritrovamento di un formidabile volumetto edito da Mondadori nel 1972 per la cura di D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers e W.W. Behrens III. Anzi, mentre sto andando alla presentazione in una biblioteca fiorentina Giulio (Barazzetta) mi mette in mano la copia di una delle prime edizioni del volume che reca in copertina un grafo così descritto nel colophon: “andamento delle grandezze più significative del sistema mondiale tra il 1900 e il 2100 nell’ipotesi che tutte le variabili seguano l’andamento attuale”.
Premessa, ora per allora
Nel 1972 il Club di Roma pubblicava il suo primo rapporto intitolato The Limits to Growth. Era un gruppo internazionale di personalità del mondo scientifico, economico e industriale, individualmente preoccupati della crescente minaccia implicita nei molti e interdipendenti problemi che si prospettavano allora per il genere umano. Si chiamava Club di Roma perché la prima riunione del gruppo, nel 1968, avvenne nella sede dell’Accademia dei Lincei alla Farnesina. Per invito del Club di Roma, il System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Technology (MIT) svolse una ricerca per simulare in un modello matematico globale le tendenze e le interazioni di un certo numero di fattori dai quali dipende la sorte della società nel suo insieme, considerando l’aumento della popolazione, le disponibilità di cibo, le riserve e i consumi di materie prime, lo sviluppo industriale, l’inquinamento. Lo studio del MIT allora si propose di definire con chiarezza i limiti fisici e le costrizioni relative alla moltiplicazione del genere umano e alla sua attività materiale sul nostro pianeta.
Dopo più di mezzo secolo le cose sono andate molto peggio di quanto fosse allora ragionevolmente prevedibile e solo da una certa distanza lo studio del MIT aveva delineato quanto sarebbe andato storto, indicando tuttavia temi assolutamente attuali come una crescita esponenziale non più controllabile, la non rinnovabilità delle risorse naturali, i rischi dell’inquinamento, la consapevolezza di un mondo finito (il bravo poeta avrebbe cantato “ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni” [Francesco Guccini, n.d.r.]). Ora per allora, fatta la tara sul veloce aggravamento della situazione, impressiona il permanere delle questioni e degli obiettivi; lo sviluppo autocontrollato, lo stato di equilibrio, fino al finale passaggio dalla fase di sviluppo alla condizione di equilibrio globale.
Contro la città usa e getta
Nel capitolo introduttivo dedicato ai preallarmi, Vittorio Magnago Lampugnani (da qui in poi per comodità VML) richiama proprio il Report for the Club of Rome affiancandolo al successivo rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo uscito nel 1987 con il titolo Our Common Future. Lo stato di equilibrio è ancora lontano, il 15% della popolazione mondiale che vive nell’abbondanza consuma l’80% delle risorse. “Tra le cause dei problemi ambientali a livello globale vengono additati soprattutto i comportamenti irresponsabili, nella produzione e nei consumi, da parte del mondo occidentale, a discapito dei paesi in via di sviluppo relegati in povertà estrema” (p. 17). Scorrendo anche solo i titoli dei capitoli parrebbe di trovarsi di fronte a un manifesto per la bellezza della città e del nostro futuro. Ne citiamo alcuni per rendere l’idea: La sostenibilità non è una preoccupazione nuova; Critica al consumismo, anche nell’edilizia; L’invenzione dell’obsolescenza; Edifici impacchettati ed effetti collaterali; Contro il paesaggio a perdere: basta aree edificabili; Stringersi; Sull’ambivalente rinverdimento dell’artefatto urbano; Costruzioni durevoli, una strategia ecologica; Le tante vite dei componenti architettonici; Vicinato e comunità: il quartiere; Conversione, adattamento, ampliamento; Smettete di costruire!; Non per forza la grande città; La bellezza ci salverà? La riflessione critica è costantemente rivolta ai luoghi comuni, alle parole d’ordine scontate (sostenibilità, per esempio), ai cliché, a ciò che viene preso per buono acriticamente e che viene ripetuto senza che un pensiero lo sottoponga a verifica. È questa, del resto, la stagione che fa un uso distorto dei social media, revisionista, diffamatorio, falsificatore o, nel migliore dei casi, semplificatore.
Breve divagazione su altri libri
Per leggerlo tocca parlare di VML, anche se so che preferirebbe si parlasse dei contenuti del libro piuttosto che di sé medesimo. Emerito della cattedra di Storia della progettazione della città al Politecnico di Zurigo (che ha tenuto dal 1994 al 2016), dirige uno studio professionale tra Zurigo e Milano ed è docente alla Graduate School of Design di Harvard. Ha dato un contributo fondamentale alla Internationale Bauaustellung (IBA) di Berlino negli anni Ottanta (dove ha affiancato il direttore Josef Paul Kleihues), ha diretto il Deutsches Architekturmuseum (DAM) di Francoforte e la rivista «Domus» a Milano, in quella felice stagione in cui i direttori non cambiavano di anno in anno. A latere dell’esperienza berlinese, per la cura di VML, resta un evento esemplare il racconto di storie plurime, talvolta contrastanti, raccolto nella cosmogonia della grande mostra L’Avventura delle idee nell’Architettura 1750-1980 (Berlin 1984, Milano 1985). Da lungo tempo gli scritti di VML, critici e controcorrente rispetto al luogo comune imperante sull’architettura e la città, indicano una via possibile a quanti vogliano mettersi in ascolto, avendo a cuore i destini del nostro insediamento umano e la vita delle sue forme. Contributi che, con garbo e con altrettanta fermezza, riportano a un’idea di architettura della città.
Tra gli ultimi testi, per Bollati Boringhieri ha pubblicato Frammenti urbani. I piccoli oggetti che raccontano le città (Torino 2021). “Le città si riconoscono al passo” è il famoso incipit di un altro libro (Musil). Di questi frammenti VML indaga la storia, il carattere e la cultura della città in cui si trovano, sondando quanto si identifichino in modo profondo con l’anima della città; offrendone altresì una lettura in chiave progettuale, rivolta al presente e al futuro. La ricerca sottolinea come ciascun frammento dovrebbe “diventare parte della composizione di strade, piazze, banchine e corti, ricoprendo un ruolo che non è solo funzionale o tecnico, ma anche eminentemente architettonico e culturale” (p. 123), facendosi interprete della dimensione corale della città attraverso un progetto fatto “con cura, perché sia in armonia con l’ambiente urbano e architettonico in cui viene collocato senza che tale cura lo porti eccessivamente in primo piano” (p. 158). Un’idea antica di carattere, espresso in forma discreta, eppure ben riconoscibile.
Ma VML viene anche dall’aver pubblicato un bellissimo Atlas in due volumi (Hirmer, München 2019) dedicato alle strade e alle piazze, desunto dagli esempi costruiti e magistralmente ridisegnati in un lungo lavoro fatto a Scuola, tutti in fila uno dopo l’altro, a scala comparabile in pianta, sezione e alzato. Un atlante è simile a un manuale. È diffusa la convinzione che i manuali siano da consultare quando ci si trova di fronte un problema pratico da risolvere. Il manuale scioglie una questione immediata, è una risposta. I manuali dovrebbero essere fatti per mettere ordine. Il mondo è bellissimo nei manuali, tutto torna, non ci sono increspature.
Alla maniera di un trattato
Cercherò però qui di argomentare che Contro la città usa e getta piuttosto è simile a un trattato. I trattati ci dicono di una visione del mondo, sono un punto di vista, una scelta di parte. Ci raccontano una idea di architettura, una idea di città, i trattati costruiscono una teoria, cioè i trattati sono un progetto di architettura basato anche sulla costruzione di una genealogia (i quattro libri di Palladio valgono da esempio per tutti). L’edizione originale tedesca, Gegen Wegwerfarchitektur. Dichter, Dauerhafter, Weniger Bauen (Klaus Wagenbach, Berlin 2023) ha del resto l’aspetto di un esemplare piccolo trattato, persino nei dettagli dell’impaginazione ariosa e un po’ severa, dei caratteri, del neretto nelle titolazioni e nell’organizzazione degli apparati. L’edizione italiana stempera questa esemplarità in veste appena più narrativa, mutando il sottotitolo in un testo programmatico meno perentorio. Nel testo di VML si disvelano pensieri, considerazioni e fatti che sono sotto gli occhi di tutti – solo che si sono dimenticati – e allora occorre che qualcuno umilmente ci dica che non sono l’ultima delle novità, ma nostro patrimonio prezioso. Il libro ha quindi il valore di una presa di coscienza e, per i più distratti o sprovveduti, il significato di un corposo memo per gli anni a venire.
Non è che tutto sia possibile oggidì: questa è un’illusione cui l’eccesso di digitale, a discapito del più realistico analogico, sta – nostro malgrado – abituando alcuni di noi, sicuramente i più giovani. Alcune affermazioni potranno stupire per la loro immediatezza ed evidenza, era però necessario che qualcuno finalmente le mettesse in fila: “gli edifici devono essere realizzati nella maniera meno complicata possibile e distinguersi per funzionalità e parsimonia nell’impiego delle risorse” (p. 21). E VML lo fa dire, anche qui ora per allora, a uno dei massimi dei teorici dell’architettura dell’Ottocento come J.N.L. Durand. Dunque, nulla di nuovo a tutti i costi (moda corrente), ma solamente un richiamo – doveroso – a ciò che è già stato. Giusto per rammentare che nel nostro mestiere esistono genealogie e adesione a mondi che ci consentono di dichiarare da che parte stare. L’uso dei luoghi comuni rende omogeneo il pensiero. Al contrario tocca sempre responsabilmente essere consapevoli di ciò che si afferma, sostenendo le ragioni anche dell’uso corretto dei termini. “L’unica città sostenibile è la città compatta. Occupa poco suolo e preserva il paesaggio. Mantiene entro limiti ragionevoli l’impiego di riscaldamento e di infrastrutture, vale a dire di condutture e cavi, riducendo così anche la dispersione di energia. Può essere percorsa a piedi, in bicicletta o con il monopattino e riduce al minimo il trasporto motorizzato, conseguentemente anche il bisogno di energia e l’inquinamento dell’aria” (p. 58). Un pensiero preciso e resistente, contro la dispersione, a valere anche per le cosiddette zone interne. Anche le comunità rurali e i villaggi possono essere serrati. Pensiamo alle case di mezza montagna o di montagna delle nostre Alpi che erano accostate in piccole schiere quasi a farsi coraggio contro il freddo e il vento. Oggi invece è stato inventato un abitato disperso ed egoista del tutto sradicato dalle ragioni più profonde che sono la costruzione del pendio, la riduzione dello spreco energetico, la casa che comincia di pietra e finisce di legno (incontro tra due culture, quella mediterranea del muro e quella nordica della carpenteria).
Tocca anche essere sinceri e non cercare di ridurre a una le contraddizioni: “bisogna diffidare da quanti affermano che taluni edifici costituiscono la fusione perfetta tra architettura e paesaggio, due cose assolutamente incompatibili” (p. 65). E finalmente qualcuno che non è entusiasta delle facciate muschiate e dei grattacieli alberati. C’erano a Milano delle bellissime case alte già negli anni Cinquanta e Sessanta, frammenti esemplari di una città interrotta, costruiti da Pietro Lingeri, Luigi Moretti, Piero Bottoni o Vico Magistretti…
Francesco Collotti
N.d.C. - Francesco Collotti (Milano, 1960), architetto e professore ordinario di Composizione Architettonica presso l’Università degli Studi di Firenze. Già docente di Architekturtheorie presso ETH a Zurigo e TU Dortmund, impegnato in una intensa attività didattica e di ricerca internazionale nell’ambito di accordi e convenzioni di cui è responsabile presso Unifi. Docente presso EMADU/UEMF a Fès. Si occupa da tempo di diverse ricerche progettuali aventi per oggetto il Mediterraneo inteso come ponte e non come muro (Giordania, Turchia, Oman), coordina una unità di ricerca di Ateneo intitolata Il Mediterraneo come contaminazione, viaggio trasposizione progetto. Dalla laurea con Giorgio Grassi (1984) si è sempre interessato a quegli altri Moderni che hanno intersecato la propria esperienza classica con le tensioni del Neues Bauen (da Heinrich Tessenow a Adolf Loos, navigando torno torno al Mediterraneo e incontrando, tra gli altri, Jože Plečnik, Sedad Hakki Eldem, Turgut Cansever, Hassan Fathy fino a Fernand Pouillon, e forse partendo molti di loro da Karl Friedrich Schinkel?).
Ha svolto fino a poco tempo fa il ruolo di Coordinatore del Dottorato di Ricerca dell’Università di Firenze in Architettura, Progetto, Conoscenza e Salvaguardia del Patrimonio Culturale. Collaboratore di numerose riviste scientifiche internazionali ha, tra l’altro, pubblicato le monografie Architektur teoretische Notizen/Appunti per una teoria dell’architettura (Quart, 2000/2002) e Idea civile di architettura (LetteraVentidue, 2017). Recenti contributi di analisi urbana sulle villes minières marocchine in Phosphatvilles (a cura di Annalisa Trentin, Stefania Rössl e Elena Mucelli, Anteferma, 2024) e ancora sulla architettura della città, ora per allora (L’idea della città, a cura di Stefan Viehts, Il Poligrafo, 2025). Con Rita Biasi e Stefano Baia Curioni sta attendendo al progetto pilota per la rigenerazione del paesaggio terrazzato di Stromboli dopo gli eventi catastrofici del 2022 (Returning to Integrated Landscape Management as an Approach to Counteract Land Degradation in Small Mediterranean Islands: The Case Study of Stromboli, 2024 LAND).
Ha realizzato edifici pubblici e case per la gente, messo in opera luoghi della memoria, siti archeologici e paesaggi fortificati sulle Alpi Orientali. Ha appena ultimato alcuni progetti pilota promossi dal DIDA in Medio Oriente e in Turchia ed ha terminato recentemente la ricostruzione di edifici e spazi pubblici nell’ambito del piano di recupero del centro storico di Francoforte (DomRömer).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
O.C.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 30 MAGGIO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
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