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La prossima settimana alla Casa della Cultura prende il via la tredicesima edizione di Città Bene Comune, ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali.
L’iniziativa, ideata e coordinata da Renzo Riboldazzi, è coprodotta dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano ed è patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti APS, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.
La formula adottata è quella che caratterizza questo appuntamento dal 2013 ovvero quattro incontri con gli autori/curatori di altrettanti libri recenti, tre discussant invitati a leggere e commentare pubblicamente i testi oggetto di riflessione e dibattito, un confronto finale aperto al pubblico. L’obiettivo è quello di favorire una riflessione critica sui temi delle trasformazioni urbane e territoriali, anche dal punto di vista ambientale e paesaggistico, promuovendo una cultura urbanistica diffusa.
Mercoledì 6 maggio 2026, alle 18.00, discuteremo con Romeo Farinella del suo Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali, edito da Mimesis nel 2024. Al dibattito interverranno Alfredo Alietti - professore associato di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli Studi di Ferrara -, Carlo Cellamare - professore ordinario di Urbanistica alla Sapienza Università di Roma - e Grazia Concilio - professoressa ordinaria di Tecnica e pianificazione urbanistica del Politecnico di Milano.
Le ragioni di un confronto
Se siete tra quanti pensano che l’urbanistica sia una disciplina lontana dalla società civile, fatta di regole e pratiche non sempre comprensibili e da svolgersi nel chiuso di uffici pubblici o privati indifferenti al mondo, questo libro non fa per voi. Se invece siete tra quanti continuano, forse un po’ ingenuamente, a sognare una disciplina politicamente attiva, partecipe delle situazioni sociali, dove – al contrario – regole e pratiche sono una condizione di uguaglianza tra i cittadini e al tempo stesso uno strumento per garantire una vita equa e migliore ai singoli e alle comunità, allora il libro di Romeo Farinella, Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali (Mimesis, 2024) vi rafforzerà in questa convinzione e, al tempo stesso, aprirà uno squarcio sulle misere condizioni in cui oggettivamente viviamo. Misere, per moltissimi, per la mancanza di quelle misure minime di civiltà – che in primis sono una casa, un lavoro, l’accesso alla scuola e alle cure mediche – che in molte parti del mondo, nonostante l’enorme ricchezza che avremmo a disposizione, continuano a risultare una chimera. Ma misere anche umanamente per la nostra incapacità come persone e come società di contrastare il proliferare di disuguaglianze che allignano sotto i nostri piedi e che riguardano anche molti di quanti quotidianamente incrociamo per strada fingendo di non vedere.
Il libro di Farinella per molti versi è uno schiaffo.
Uno schiaffo in primo luogo a una certa urbanistica – quella che vede le cose dall’alto, di chi non sa stare in strada a sentire la vita – ma anche uno schiaffo a chi ha dimenticato le matrici genetiche di questa disciplina e finge di non conoscere la sua storica propensione a comprendere – e poi provare a modificare con i suoi poveri strumenti e anche commettendo errori clamorosi – ciò che succede nei contesti urbani e rurali. Non a caso, il primo capitolo è dedicato alla nascita della città moderna e alla “enorme quantità di nuovi volumi edilizi costruiti nelle città industriali inglesi [che – afferma Farinella – hanno] un carattere di tristezza, mostruosità, fumosità che non consente al ‘nuovo’ alcuna associazione con l’idea di architettura” (p. 27). Quell’architettura e, aggiungiamo noi, quell’urbanistica che, al contrario, avrebbero tra i loro fondamenti quello di fare più bello e ospitale il mondo. Qui, al contrario, lo “squallore e la sporcizia dei quartieri operai” (p. 23) la fanno da padrone e l’autore ne dà una descrizione fatta di dati e inchieste – importantissimi, certo, ma non esaustivi per connotare una realtà – ma soprattutto si apre al mondo della pittura, della letteratura, della poesia, della sociologia, della drammaturgia, dell’economia, della filosofia, della storia, della geografia, del cinema e naturalmente dell’architettura e dell’urbanistica e della critica architettonica e urbana, ovvero a diverse altre discipline neppure così rigidamente distinte, tratteggiando il quadro di una condizione spesso drammatica. Una realtà urbana che, certo, è igienicamente povera – dove infatti non mancano le “epidemie di colera che rendono ancora più urgente la comprensione delle condizioni abitative del proletariato urbano” (p. 34) –, urbanisticamente deplorevole nei suoi attributi – perché “caratterizzata dalla inadeguatezza delle condizioni abitative e dal sovraffollamento […con] una diffusa presenza di informalità con abitazioni precarie, costruite con materiali di fortuna” (p. 33) –, socialmente e umanamente devastante – negli “ospizi per lavoratori indigenti”, per esempio, si pratica “il principio della segregazione e della separazione di uomini, donne e bambini” (p. 35) indipendentemente dai loro legami affettivi e familiari –, ma soprattutto economicamente sbagliata nelle sue ragioni di fondo. Una condizione che pian piano emerge. Farinella, non a caso “evidenzia chiaramente [un] cambio di prospettiva che vede il ritorno in primo piano dell’attenzione alle ragioni economiche della povertà, dopo il lungo periodo di studi dominati dal paradigma ambientalista di molti igienisti sociali e – afferma – lo scarso successo ottenuto nel campo del miglioramento delle condizioni di vita e abitative dei lavoratori” (p. 31). Il tutto con un risultato evidente (e terribile per quanto attuale): la distruzione della città come luogo della convivenza civile, dove il nutrimento delle relazioni tra spazio e società sembra inaridirsi. Quello che prende corpo tra Otto e Novecento in Inghilterra così come in altre città industriali occidentali – secondo l’autore – è “un paesaggio che sembra destinato a perdere il proprio carattere di trama di luoghi sensibili, per ridursi alla condizione di relitto all’interno di cumuli di scorie e rifiuti che […] – scrive – diviene facile associare ai luoghi degradati e senza qualità della città industriale in via di espansione” (p. 38). È qui che l’urbanistica moderna prende corpo, spesso dimenticando due cose inscindibili: la vita dei contesti e la storia urbana, il suo possibile insegnamento. Non a caso, nel secolo scorso la volontà di cancellare ambiti urbani caratterizzati dalla miseria e, spesso, dall’insalubrità ambientale – spesso con intenzioni speculative, com’è successo ovunque da Milano a New York, e al tempo stesso per una evidente mania viabilistica – non è mancata, riducendo questa disciplina a una “terapia per curare una città [considerata] malata” (p. 42), “il progetto [a] strumento per il suo risanamento” (p. 49). Città che, dunque, in alcuni ambiti andavano perfino demolite e ricostruite in alcune loro parti ma anche contenute nelle loro dimensioni, tant’è che c’è tutta una stagione in cui proliferano “modelli di organizzazione metropolitana dichiaratamente antiurbani o orientati alla [loro] dissoluzione […] nella campagna” (p. 44). Modelli, tuttavia, che né l’urbanistica, né la politica, né – tantomeno – la società civile ha saputo cogliere e trasformare in realtà. Così la città oggi “assume sempre più la conformazione di una agglomerazione o di una urbanizzazione, in ogni caso di un fenomeno non sinonimico rispetto all’organismo che l’ha generato (una città, un insediamento compatto)” (p. 53). È cioè qualcosa che stiamo perdendo o, forse, abbiamo già irrimediabilmente perso.
Il libro di Farinella è poi uno schiaffo alla nostra società – civile?... difficile a dirsi – che tanto nei paesi dove il benessere economico è più diffuso quanto in quelli dove, al contrario, le condizioni di vita lasciano letteralmente atterriti appare incapace di imporre un ordine minimamente diverso e naturalmente migliore di ciò che ci si trova di fronte. “Informalità, segregazione e crescita demografica sono fenomeni che da secoli accompagnano la crescita urbana” (p. 58) e – osserva l’autore – soprattutto nei paesi del Terzo Mondo lo fanno tutt’oggi. “La parte più povera del mondo – scrive – si sta urbanizzando a ritmi impressionanti” (p. 58) ma la lettura che diamo del fenomeno è piuttosto generica e superficiale. “I dibattiti [infatti] sono inquadrati dentro narrazioni universalistiche che – scrive Farinella – presuppongono che il fenomeno urbano abbia le medesime caratteristiche ovunque” (p. 59). Cosa evidentemente non vera. Ancora una volta, piuttosto, la sua radice (prima che urbanistica) è economica, nelle mani di un neoliberismo ammantato di “pietismo e filantropia” (p. 60) che, in realtà, è sempre più spregiudicato e privo di freni. La verità – secondo Farinella – è che “una minoranza, concentrata principalmente in Occidente, […] sta condizionando le sorti del pianeta sostenendo le élite politiche locali di paesi ricchi di risorse ma spesso molto poveri o connotati da forti disuguaglianze” (p. 60). Arricchendosi moltissimo. E generando in quei paesi e via via anche in Occidente una povertà diffusa, a cui – tuttavia – non sappiamo veramente reagire. “Le ricadute negative sull’ambiente, così come le disuguaglianze sociali – secondo Farinella – non costituiscono preoccupazione” (p. 63) per la nostra società che perlopiù rimane muta. L’Africa è un esempio eclatante di questa situazione. Qui “i migranti climatici sono il doppio di quelli per guerra” (p. 66). Qui “dal 1950 la popolazione […] è più che quadruplicata” (p. 67). E qui possiamo osservare insediamenti lontanissimi da quelli occidentali – nelle loro forme, nei modi di vita, nell’organizzazione – e tuttavia, a parte la contrapposizione tra zone più o meno ricche, interessanti e forse persino “più contemporanei, perché – scrive Farinella – si adattano a pratiche socioeconomiche e a forme di organizzazione sociale che connotano le economie post-industriali globalizzate, [operando] al di fuori dei sistemi normativi rigidi che connotano le città occidentali” (p. 67). Al contrario, secondo l’autore, la nostra società dovrebbe essere assai più decisa nel pretendere “una giustizia ambientale che diventi globalmente un valore non negoziabile […] puntando – scrive – verso politiche di solidarietà e condivisione territoriale, facilitate caso mai da una ridistribuzione planetaria della ricchezza” (p. 75). Anche la risposta urbanistica, ahimé, va poco oltre in termini di slancio e capacità di una prefigurazione intrecciata alle condizioni locali. Appare infatti priva di quell’immaginazione nutrita dai contesti di cui avrebbe bisogno e legata semmai a una tradizione progettuale che colloca gli approcci della cultura occidentale moderna tra i cardini del fare città (se di città possiamo parlare) senza il minimo sforzo di guardare oltre proporzionando il problema alla sua gravità. “Il colonialismo ‘urbanistico’ e segregativo – scrive Farinella – non è mai morto, lo vediamo anche oggi nel sud del mondo, interessato da ricchi progetti di urbanizzazione che impongono ipocrite smart e green city all’europea, nei deserti africani o nelle foreste tropicali dove – afferma – l’informalità urbana connota aree metropolitane sempre più estese” (p. 77). L’idea di immaginare altre forme di città per questi contesti (ma forse anche per quelli occidentali) ormai è probabilmente fuori dal tempo. Forse – sostiene Farinella – “sarebbe già un ottimo risultato riuscire a trovare qualche forma di governo per quanto riguarda l’accesso ai servizi urbani, il miglioramento fisico delle urbanizzazioni della povertà, la sicurezza fisica e sanitaria o per far diventare legali gli insediamenti informali” (p. 77). La percezione del disordine che sentiamo attraversando i quartieri informali è forse la stessa che Robert Moses sentiva percorrendo quelli newyorkesi che strenuamente Jane Jacobs difendeva nel secondo dopoguerra. È qualcosa che probabilmente attiene la cultura occidentale, qualcosa che ha permeato quella urbanistica ed è qualcosa che probabilmente oggi dovrebbe suggerirci di ragionare molto o, anche meglio, di stare un passo indietro. “In fondo il disordine che noi percepiamo quando camminiamo per le strade di un quartiere informale africano, asiatico o sudamericano – osserva Farinella – è un altro modello di organizzazione, da non valutare moralisticamente, che si misura con problematiche ed esigenze diverse da quelle di una realtà urbana occidentale, inclusa la necessità di gestire la precarietà” (p. 78). Nelle città, piuttosto, “la relazione ordine/disordine più che un’opposizione è un intreccio, una necessaria – sostiene Farinella richiamando Pasolini – forma di convivenza” (p. 97).
Il libro di Farinella, infine, è uno schiaffo alla retorica sull’architettura e sull’urbanistica che – nei quotidiani, nei periodici e, in generale, nella comunicazione di massa – ci presenta spesso una realtà patinata, inesorabilmente green qualsiasi cosa si faccia ma incapace di dire, per esempio, delle condizioni di vita – e talvolta di morte – di quelle classi sociali più direttamente impegnate nella realizzazione pratica di quelle opere di cui noi vediamo, ripulite da tutto ciò, solo le immagini più belle. Dubai, per fare un solo esempio riportato da Farinella, “è tra le metropoli che garantiscono meno diritti umani, dove le libertà politiche, civili e sociali sono ignorate. Il 90% della popolazione – scrive – è costituito da immigrati indiani, pakistani, bengalesi che lavorano in fabbriche, cantieri e dormono in grandi camerate senza aria condizionata, con temperature che raggiungo i cinquanta gradi” (p. 115). Quella che ci sommerge è una narrazione paradossale che arriva a banalizzare la nostra lingua ripetendo all’infinito termini che finiscono col perdere il loro vero significato. “Sostenibilità, smart, transizione, circolarità, resilienza, nature urbana, prossimità dei 15 minuti, sono sostantivi che – afferma Farinella – accompagnano da tempo le nostre letture e riflessioni sul futuro delle città, dell’economia, sui modelli di vita e le scelte da perseguire. L’uso ridondante di tali categorie – aggiunge – ne ha sicuramente ridotto la portata e il significato qualitativo, prestandosi a banalizzazioni determinate dalla necessità di generare consenso” (p. 13). Una condizione che finisce col caratterizzare anche il mondo dei liberi professionisti, secondo Farinella spesso più o meno volontariamente inseriti in un sistema contraddittorio che giocoforza attutisce fino ad annientarla qualsiasi capacità di reazione di fronte a pratiche professionali non sempre condivisibili: quelle in cui, per esempio, il consumo di suolo non esiste (o meglio non si dice), dove i fenomeni di gentrification si fa finta di non vederli (e naturalmente si raccontano a denti stretti), dove l’accesso alla città per i meno danarosi resta un miraggio. “La povertà di massa da decenni [in realtà] ha dato vita a quel processo che potremmo chiamare l’urbanizzazione della povertà” (p. 101) ma “i modelli comunicativi globali propongono immagini del futuro urbano che non tengono conto di questo dato, prefigurando – secondo Farinella – avveniristiche città per ‘ricchi’, mentre i problemi vengono sempre attribuiti a una generica umanità” (p. 101). Le trasformazioni urbane sono ridotte a prodotti, a forme di investimento e così vendute al miglior offerente e, ancor peggio, gestite dalle pubbliche amministrazioni spregiudicatamente senza tenere conto dell’interesse collettivo. Proprio le pubbliche amministrazioni – sostiene Farinella – nelle città occidentali “svolgono spesso il ruolo di facilitatori di progetti di rigenerazione promossi da fondi di investimento internazionali o società private, alleate con importanti società immobiliari e studi professionali che orientano le politiche verso utenze abitative particolari, short time, a scapito di cittadini che vengono, di fatto, espulsi dalle aree centrali e dalla prima periferia” (p. 104). Queste trasformazioni non solo sono una fonte di redditi enorme per chi le promuove, non solo distruggono la trama sociale delle città compiendo un’impropria e antidemocratica azione di selezione ma, il più delle volte, sono anche caratterizzate da architetture che “distruggono ogni ordine spaziale con i contesti nei quali sono inserite” (p. 106). Questo con il beneplacito di figure di primo piano della cultura architettonica internazionale. Farinella cita giustamente Rem Koolhaas che ha promosso, con successo, un approccio al disegno urbano contemporaneo volto “alla scomparsa dell’intreccio tra lo spazio aperto e l’architettura riducendo la seconda ad oggetto collocato nel primo senza alcuna relazione dialettica” (p. 106). Un modo di intendere la realtà che ha goduto di un certo successo mediatico e che, in realtà, non è altro che la riproposizione di quel primo razionalismo italiano e internazionale che – da Le Corbusier in avanti – negava ogni possibile insegnamento delle preesistenze storiche urbane. La retorica, una retorica senza riflessione critica, è devastante non solo per gli architetti e gli urbanisti ma, più in generale, per l’architettura e l’urbanistica. E soprattutto per la società civile.
Il libro di Farinella, tuttavia, è anche una spinta.
Una spinta a pretendere che le città, in qualunque forma esse oggi si presentino, siano, se non proprio uguali per tutti, almeno accessibili a chiunque voglia viverle. A contrastare una politica il più delle volte incapace di difendere, anche normativamente, gli interessi di tutti i cittadini assecondando quelli delle classi sociali privilegiate. A immaginare forme di convivenza in cui le attività economiche non sopravvivano solo grazie alla moltiplicazione fittizia di plusvalori immobiliari che arricchiscono ampiamente alcuni e impoveriscono ampiamente molti altri. Le domande che, in sostanza, Farinella si pone sono molte. Che città vogliamo? Ci possiamo/dobbiamo rassegnare alle molte condizioni oggettivamente negative dei nostri contesti urbani e rurali o possiamo fare qualcosa di più e di meglio? “Il futuro del mondo e delle città, quindi, a chi è in mano? Alle democrazie occidentali o ai leader delle autocrazie che sfornano progetti [venduti come] innovativi […]?” (p. 105). E, infine, che strumenti abbiamo per costruirle o modificarle, anche come architetti e urbanisti?
La risposta non è facile. E naturalmente non può che essere fondata sulla consapevolezza che da un lato – scrive Farinella – “è probabilmente tramontato il sogno di prefigurare sintesi urbane ideali, mentre si fa sempre più forte la necessità si sporcarsi le mani immergendole nella miseria nella quale molti abitanti vivono quotidianamente” (p. 16); dall’altro dobbiamo aspettarci “scenari urbani del futuro probabilmente […] caratterizzati da segregazione, suddivisioni di censo, condizioni ineguali di accesso a diritti fondamentali dell’abitare” (p. 85). Due condizioni che non fanno che spingerci, fin da subito, a rimettere al centro delle nostre riflessioni intellettuali e delle nostre azioni politiche il tema delle disuguaglianze facendone uno dei fondamenti del nostro modo di stare al mondo.
Renzo Riboldazzi © RIPRODUZIONE RISERVATA 01 MAGGIO 2026 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
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