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Mercoledì 13 maggio, alle 18.00, alla Casa della Cultura di Milano, Giampaolo Nuvolati discuterà Camminare la città. Manuale per la flânerie (il Mulino, 2025) con Francesco Careri - professore associato di Composizione architettonica e urbana all'Università degli Studi Roma Tre -, Anna Lazzarini - professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale dell’Università degli Studi di Bergamo - e Chiara Merlini - professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano -.
L’iniziativa rientra nella tredicesima edizione di Città Bene Comune – ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali – coprodotta dalla Casa della Culturae dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti APS, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.
La formula adottata è quella che caratterizza questo appuntamento dal 2013 ovvero quattro incontri con gli autori/curatori di altrettanti libri recenti, tre discussant invitati a leggere e commentare pubblicamente i testi oggetto di riflessione e dibattito, un confronto finale aperto al pubblico. L’obiettivo è quello di favorire una riflessione critica sui temi delle trasformazioni urbane e territoriali, anche dal punto di vista ambientale e paesaggistico, promuovendo una cultura urbanistica diffusa.
Le ragioni di un confronto
Camminare fa bene. Non c’è dubbio. Lo dicono anche i medici. Soprattutto a quanti hanno una certa età. Ma camminare fa bene non solo al nostro corpo. È prima di tutto un modo per liberare la mente. Per stare con sé stessi. Per staccare la spina di un quotidiano spesso sovraccarico di cose da fare, di e-mail a cui rispondere, di incombenze burocratiche sistematicamente riversate su di noi. Come se il tempo delle nostre giornate fosse infinito. Come se fossimo macchine imbrigliate in un meccanismo sociale (barbaro e faticoso) che non lascia respiro al pensiero ma solo al fare. E come se proprio questo fare continuo fosse il senso ultimo della vita. Cosa che non è. Almeno, non del tutto. Non sempre.
Prendersi del tempo per camminare, invece, farlo lentamente e cambiare lo scenario che quotidianamente abbiamo intorno a noi – non il solito tragitto casa-lavoro, supermercato, palestra, scuola dei figli, ecc. – è una di quelle cose che ci aiuta a rimettere i piedi per terra. A mettere ordine nei nostri pensieri. A ritrovare quel piacere della vita che il quotidiano, frequentemente, tende a cancellare. Questo mentre il tempo e le età della nostra esistenza, senza che ce ne accorgiamo, se ne vanno lasciandoci in fondo al cuore un senso di vuoto difficile da colmare. Forse per questo il libro curato da Giampaolo Nuvolati – Camminare la città. Manuale per la flânerie, edito da il Mulino nel 2025 – suscita subito un certo interesse. Anche per la sua ambizione a farsi “manuale” – e dunque rituale da ripetersi perfino meccanicamente come speranzosa via d’uscita – e soprattutto per il suo richiamare, con la gentilezza di una parola francese d’altri tempi, una pratica giocoforza dimenticata nei ritmi stranianti di tutti i giorni.
Il libro, articolato in tre parti, ha tutta una dimensione operativa legata al mondo della ricerca di cui diremo più avanti. Ma, a parte questo, in termini più generali, non tradisce le nostre aspettative, quelle più personali che intercettano le nostre fragilità di esseri urbani, aiutandoci a comprendere il significato contemporaneo della flânerie: che cos’è oggi e perché, per ciascuno di noi, potrebbe diventare uno strumento utile per riconnettersi gentilmente con il mondo. A tratteggiare il quadro è in primis il curatore, da anni serio studioso di questo approccio e, come accademico, fortemente impegnato nel tentativo di trasferirlo alle pratiche di ricerca. Comprendendone le potenzialità. Che in primo luogo sfidano la durezza di un certo scientismo e vanno nella direzione di una sorta di umanizzazione dell’indagine conoscitiva. Quella che non dimentica la stretta relazione tra l’identità personale e l’anima dei luoghi. Nuvolati nella sua introduzione al volume richiama naturalmente l’esperienza di Charles Baudelaire, figura che per conoscere Parigi si fa “personaggio anonimo che rinuncia alla sua innocenza e autorevolezza, mescolandosi – scrive – senza scrupoli nella folla” (p. 7). Richiama quella di Walter Benjamin che anticipa la critica alla “massificazione delle condizioni umane” (p. 7). E in generale identifica il flâneur come “colui che, attraverso le sue opere letterarie e artistiche, ridisegna e valorizza – più o meno consapevolmente – gli spazi in chiave inconsueta, creando percorsi originali, valorizzando luoghi marginali, demistificando icone sacre, generando provocazioni. Grazie alla sua sensibilità – secondo Nuvolati – [il flâneur] è in grado di capire più di qualunque altro il senso dei luoghi” (p. 8). Come? Proprio attraverso il cammino. Con passo lento. Perdendosi nei meandri della città. Senza una vera meta ma lasciandosi guidare dal sentimento. Un cammino, cioè, che “più che fisico, è mentale, meditativo, dubitativo, provocatorio” (p. 9). Attento e allo stesso tempo indifferente a ciò che ci circonda. Oggi, a differenza dell’Otto-Novecento, non sempre il flâneur riversa il pensiero generato da questa esperienza in “opere letterarie e artistiche”. Tuttavia, anche ai giorni nostri questa resta una pratica che ha ancora un suo senso conoscitivo e percettivo. Ai giorni nostri, scrive Nuvolati, “essere flâneur altro non significa che rallentare il passo […], alzare lo sguardo per osservare il mondo che ci viene incontro nella quotidianità, spegnere il cellulare e chiedere a una passante […] la strada per arrivare a destinazione, non temere eccessivamente la frequentazione di chi sembra così diverso da noi, abbandonarci – afferma – alle rêverie più originali, abitare con spensieratezza i momenti e i luoghi interstiziali” (p. 12).
Questo è il flâneur. E questo, in fondo, è lo spirito del libro che spinge questa figura a “metodo di analisi della realtà urbana contemporanea, [che ne dimostra] in tal modo l’attualità” (p. 13). Che riguarda l’identità dei singoli – il loro modo e la loro capacità di stare nei luoghi – e, al tempo stesso, più in generale, la scientificità della ricerca sociologica, ma anche urbanistica, filosofica, antropologica o geografica – per citare alcune discipline che intercettano i temi della città, del territorio, del paesaggio o dell’ambiente – immaginando che queste sappiano andare oltre il dato statistico per comprendere aspetti che paiono sfuggire a ogni analisi fondata sul mero dato quantitativo: quelli “sull’importanza dei luoghi e delle piccole emozioni che costellano le nostre giornate” (p. 13) che, non c’è dubbio, qualcosa in più di questi luoghi possono dirci. Anche oggi, fare il flâneur significa dunque interrogarsi sul mondo. Guardandosi dentro e guardando fuori. Significa “stimolare la sensibilità nei confronti del ‘teatro’ urbano – le sue atmosfere, le sue quinte e i suoi attori – lasciando ai lettori la possibilità di calarsi in pieno nel ruolo, oppure di guardare leggermente di sbieco, senza troppo impegno e coinvolgimento, la realtà che li circonda” (p. 15).
Una realtà che gli autori del libro raccontano in modi diversi, anche inaspettati.
Daniele Papotti, per esempio, sottolinea la “dimensione squisitamente letteraria” (p. 187) della flânerie e la capacità delflâneur di muoversi “con disinvoltura tanto nel reticolo della città quanto negli intrecci delle pagine stampate” (p. 187). Quindi di compiere un viaggio puramente intellettuale che rimanda all’“azione del leggere” e dunque all’attraversamento “sia [del] testo letterario che [del] ‘testo’ urbano” (p. 188). Quelle di cui parla sono le città italiane contemporanee da cui, tuttavia, emerge da un lato “l’importanza della dimensione corporea” (p. 188), ovvero di un’osservazione situata, dall’altro “la componente dinamica, di trasformazione continua degli elementi costitutivi” del paesaggio urbano (p. 189) e dunque della necessità di una narrazione/interpretazione che sostanzialmente non ha mai fine. In questa “azione guidata, più che dal movimento delle gambe, da quello degli occhi” (p. 191), il flâneur letterario intercetta così le dimensioni immaginativa, identitaria o geografica ben sapendo – come sottolinea Sandra Petrignani citata nel testo – che, perdendosi nella narrativa come il flâneur fa nella città, si rimanda a “libri che uno vorrebbe leggere e non lo fa, rimanda[ndo] ogni volta per un motivo o per l’altro. Eppure, [si] sa che quel libro […] sta aspettando e prima o poi ci cadrà dentro e sarà al momento giusto. Così con i luoghi” (p. 199). Che in fondo ci aspettano pazienti.
Marco Biraghi, ragionando sull'architettura, osserva che la flânerie “si ‘consuma’ sempre e comunque in una metropoli [generando] visioni [che] costituiscono un dono prezioso. Ogni città – scrive – ne ha in dote un certo numero variabile sulla base della sensibilità individuale, della curiosità e della capacità di scovarle” (p. 23). Esse si alimentano e si intrecciano con i ricordi personali, le esperienze vissute, generando paesaggi che fanno parte del nostro sentire e al tempo stesso rimandano a contesti che forse solo il ricordo può resuscitare e riportare a noi. Nel caso di Biraghi si tratta per esempio del “ponte di ferro che scavalcava la strada ed entrava direttamente al primo piano del Palazzo dell’Arte” (p. 28) disegnato da Aldo Rossi e Luca Meda in occasione della XIII Triennale del 1964 che visita da bambino; si tratta di un’architettura affacciata sulla Strada della Carità o, meglio, “una casa ‘moderna’ nella prospettiva di allora, rivestita di piastrelle di maiolica azzurra” (p. 29) inspiegabilmente collocata in quella posizione urbana; oppure, per finire, si tratta della trama degli spazi aperti di Genova che Biraghi frequenta nei primi anni di insegnamento universitario e, in particolare, di “piazza dei Macelli di Soziglia […] quella più di ogni altra tiranna di spazio; ciò che in questa città obliqua, conficcata a forza tra i monti e i mare, vale più dell’oro qui – afferma – non ammonta in totale che a pochi spiccioli” (p. 31). Storie di involontaria flânerie, dunque, che generano visioni personali con cui, in fondo, si fanno i conti guardando il mondo.
Vittorio Magnago Lampugnani apre con Camillo Sitte e richiama il suo interesse a “cercare la quintessenza della città europea tout court” (p. 61) attraverso – sottolinea – l’occhio dello “scienziato”. Ovvero, di colui che guarda e si interroga su ciò che vede. Un approccio che Magnago Lampugnani per certi versi ripropone nella sua logica di flâneur che attraversa uno spazio che “non è affatto vuoto” (p. 63) ma è ricco di una miriade di elementi architettonici apparentemente minori eppure assai determinanti nel definire il carattere dei contesti: “entrate della metropolitana, padiglioni e tettoie delle fermate dei mezzi pubblici, dehors di bar e ristoranti, chioschi, edicole, bagni pubblici, cabine telefoniche, guardiole” (p. 63) e molte altre cose ancora che di fatto sono, insieme alle architetture e alla forma degli spazi pubblici, un elemento fondante della lingua di una città. La storia dell’arte e quella della letteratura è fatta anche di un’attenzione a “i piccoli oggetti dello spazio urbano [che] – scrive – sono costrutti che sorprendono non soltanto per il loro numero e la loro varietà ma anche – sottolinea – per la loro complessità e contraddittorietà” (p. 64). Oggi, al contrario, non sempre questi aspetti sono considerati. “Lo spazio pubblico contemporaneo – avverte – è diventato il palcoscenico allestito per mettere in scena la città del benessere celebrato e del consumo globalizzato” (p. 71) indifferente a tratti intimamente identitari che, in realtà, sono l’essenza della differenza. Tra i luoghi e tra le persone che li abitano.
Il libro in realtà è molto più ricco di quanto non si riesca a raccontare qui. Cito rapidamente i testi di Luca Bottini che tornando sul celeberrimo libro di Kevin Lynch sottolinea l’importanza del guardare nel cogliere il pathos determinato dai luoghi urbani. “L’emozione che deriva dall’incontro con un oggetto per noi rilevante – sottolinea – passa prima di tutto attraverso lo sguardo, e poi mediante l’azione di camminarci attraverso. Il corpo con i suoi sensi, dunque, è – secondo Bottini – lo strumento principale con cui mettersi in relazione con lo spazio urbano” (p. 35). Emanuele Morezzi e Alessia Zampini focalizzano il loro discorso, invece, sulla possibilità di cogliere attraverso la flânerie aspetti della “città storica” – definizione di cui va continuamente ridefinito il significato – sottolineando la possibilità di superare l’approccio “meramente percettiv[o], per poi, potenzialmente, evolvere in una indagine che possa sondare le ragioni di quel dato sensibile, cercandone cause e potenziali sviluppi” (p. 77). Infine, ricordiamo il contributo di Francesco Vergani e la sua idea di considerare il flâneur come “testimone ecologico, capace di restituire voce e visibilità a quella moltitudine di agenti [dell’ambiente] che, pur silenziosi, plasmano e attraversano quotidianamente le nostre città” (p. 108).
Poi c’è lo sguardo della flâneuse perché perdersi e leggere la città è stato ed è anche un gesto rivendicativo della condizione femminile. A partire da Monica Guerra – che nella sua bella riflessione sul “guardare le persone” sottolinea la possibilità “di uscire dall’invisibilità, senza potersi in realtà sottrarre veramente, ma scegliendo deliberatamente di abitare con coraggio lo spazio che ci separa, di rischiare – scrive – di entrare in uno scambio di sguardi” (p. 53) –; di Valeria Pecorelli che mette in luce il ruolo del paesaggio sonoro, qualcosa “che ci invita ad ascoltare il mondo in modo più responsabile riconoscendo che i suoni sono una componente fondamentale della nostra esperienza e della nostra comprensione dello spazio” (p. 97); infine quello di Letizia Carrera che, giustamente, ci ricorda che “lo sguardo delle donne, come quello di ogni altra differenza urbana, diventa quello dei ‘soggetti imprevisti’ la cui diversa normalità irrompe in quella dominante rivendicando e a volte assumendo un pieno protagonismo e – afferma – diventando necessario per rendere le città inclusive e giuste per tutte le differenze che vivono e convivono in esse” (p. 118).
La parte centrale del libro è invece caratterizzata da una dimensione più pratica, focalizzata sull’interpretazione del quartiere di Milano-Bicocca tramite la flânerie. Qui i testi fanno luce su una serie di strumenti che potrebbero accompagnare questo approccio alla lettura della città contemporanea come: il “prendere appunti” – dove Michela Bresciani, pur sottolineando che “la camminata praticata dal flâneur non è per definizione mossa da un tema di ricerca specifico o da obiettivi intenzionali” (p. 132), evidenzia come la scrittura sia “un atto interpretativo, non […] una registrazione oggettiva ma […] la prima forma su cui si basa la nostra costruzione del sapere” (p. 134) –; il “realizzare mappe” – dove ancora Bresciani ci ricorda che “il bisogno di rappresentare, di mettere in relazione il qui e l’altrove, il noto e l’ignoto, è un tratto umano che sembra aver attraversato tutte le culture” (p. 141) e che rappresentare i luoghi dall’alto “è una forma raffigurativa utilizzata fin dai tempi più antichi” (p. 141) –; il “disegnare la città” – dove Stefan Davidovici evidenzia che “in fin dei conti, il disegnatore non è altro che un flâneur con un po’ di tempo in più, che si ferma per fissare le sue sensazioni, i suoi ricordi, utilizzando un linguaggio visivo alla portata di tutti” (p. 158); lo “scattare foto” – in cui Giacomo Segantin ci invita, per comprendere i luoghi, a creare immagini provando “ad ascoltare più che parlare” (p. 163) e dunque misurandosi con una “pratica fotografica più simile a un’intervista piuttosto che a una battuta di caccia” (p. 162) –; l’”utilizzare la tecnologia” – dove Monica Bernardi ci ricorda che “l’avvento di smartphone, app geolocalizzate, realtà aumentata e sensori che si sovrappongono al paesaggio fisico trasforma[no] il flâneur in un digital o post-flâneur” (p. 167).
Un capitolo questo che si chiude con un bel testo di Valentina Porcellana che – come in sostanza vuole il libro – ci invita a “praticare la lentezza”. Camminare – scrive richiamando il pensiero dell’antropologo Tim Ingold – “significa trarre un racconto dalle impronte sul terreno, poiché è il movimento stesso a essere un sapere e – afferma – colui che cammina acquisisce una nuova conoscenza nell’azione stessa dell’avanzare, matura, cresce in saggezza” (p. 179) –. “La flânerie come arte del perdersi – sottolinea Giampaolo Nuvolati – può [dunque] costituire un modo alternativo per guardare al mondo e interrogare provocatoriamente i risultati [investigativi] che consideriamo più scientifici” (p. 14).
Renzo Riboldazzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA 08 MAGGIO 2026 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
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