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Di recente alcune mostre hanno riproposto il tema di Milano capitale napoleonica: in primo piano, vi è stata l’esposizione Eterno e Visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo, allestita presso le Gallerie d'Italia a cavallo tra il 2025 e il 2026. A questa, come in una sorta di passaggio di testimone, ha fatto seguito la mostra Andrea Appiani. Il Neoclassicismo a Milano, tenutasi a Palazzo Reale dal settembre 2025 al gennaio 2026.
In contemporanea, al ‘primo pittore’ del Regno d’Italia, l’Archivio di Stato di Milano ha dedicato una raccolta di documenti e di carte intestate, opera di Andrea Appiani, “artista del Neoclassicismo”. Accanto alla sua prevalente attività di artista di corte, Appiani disegnò infatti una serie di carte intestate e illustrate per gli uffici della nuova amministrazione a partire dall’inizio fino alle soglie dell’Impero: insieme con l’intento propagandistico, il proposito era quello di dimostrare il carattere innovatore dei nuovi governanti anche con l’ausilio delle arti grafiche.
Si tratta dunque di un carnet denso di iniziative riguardanti Milano, tra il 1797 e il 1814: un’epoca breve ma, come vedremo, decisiva per il futuro del capoluogo lombardo. Nelle prime delle due mostre (entrambe curate da Fernando Mazzocca, con altri collaboratori), protagoniste sono state le arti figurative, con capolavori, non solo di Andrea Appiani, ma anche di Antonio Canova, di Giuseppe Bossi e di altri attori del periodo napoleonico: al centro dell’interesse, sono pittura, scultura, grafica e arti decorative con una serie di oggetti di particolare pregio, sullo sfondo dei grandi rivolgimenti storici che caratterizzano il periodo a cavallo tra Sette e Ottocento. Pur tuttavia, in materia di architettura, l’esposizione alle Gallerie d’Italia ci mostra le tavole originali riguardanti il noto e celebrato progetto per il Foro Bonaparte, opera dell’Antolini. Seguono poi considerazioni su alcuni tra i principali monumenti e su di una serie di spazi urbani particolarmente significativi.
In tutte le iniziative, ricorre il termine Neoclassicismo e noi lasciamo da parte le possibili disquisizioni sulla sua legittimità, laddove sia applicato all’architettura: per alcuni, l’espressione deve essere sostituita da definizioni più precise (come Neopalladianesimo), per altri è da confinare soprattutto nella sola sfera di un gusto internazionale, così come peraltro le introduzioni ai due cataloghi non mancano di osservare.
Soprattutto nella seconda delle due mostre, Milano è vista come grande laboratorio di respiro europeo: al di là di problemi legati alla nozione di stile, questo concetto trova ampio riscontro alla scala urbana, specie in una serie di progetti che prefigurano un profilo di moderna città capitale. A questo proposito, ricordiamo che l’età napoleonica rappresenta l’unico momento, nella storia contemporanea, in cui a Milano viene attribuito il ruolo di città-capitale, nonostante una serie di cesure storico-politiche (dalla Repubblica Cisalpina fino al Regno d’Italia, con l’interregno dell’occupazione austro-russo).
Per mettere a fuoco il rapporto tra progetto e piano edilizio, ci viene in aiuto il libro di Giovanna D’Amia, dedicato a Milano capitale 1797-1814. Architetture, monumenti e spazi urbani della città napoleonica (Silvana Ed., 2021). Come recita la seconda parte del titolo, architetture e monumenti vi costituivano il centro di interesse, entrambi letti tuttavia nelle loro ricadute sull’assetto urbano (ovvero il terzo soggetto indicato nel titolo). Alla fine dell’introduzione (pag. 17), l’autrice afferma che dagli otto episodi descritti emerge “[…] una stagione progettuale densa di proposte e di aspirazioni, molte delle quali destinate a imprimere un segno duraturo e profondo sulla struttura della città”.
Siamo dunque alle soglie di una nuova era, anche se qualcuno potrebbe obiettare che si tratti di un periodo transitorio non collocabile a pieno titolo nel periodo contemporaneo. In realtà, se vista con il metro della storia urbana, questa fase si situa a pieno titolo all’inizio delle vicende otto-novecentesche. In particolare, se letti in una dimensione urbana, molti progetti di questa fase rappresentano l’antefatto di trasformazione che saranno realizzate in seguito.
Si pensi, a titolo di esempio, alla nuova direttrice del Sempione concepita come elemento di saldatura ideale e materiale tra l’Italia e la Francia: tracciato sulla mezzeria del Castello ormai in rovina, il nuovo asse è all’origine di futuri sventramenti, in particolare della via Dante, aperta nell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Se poi guardiamo al Piano dei Rettifili, redatto nel 1807, l’arteria non solo viene proseguita lungo l’attuale via Dante, ma si attesta in un punto corrispondente al Cordusio per poi proseguire fino alle porte della Cà Grande, quasi a congiungersi con la direttrice di Porta Romana.
Il volume di D’Amia si inserisce in una consistente tradizione di studi, imperniata sui lavori di alcune studiose come Giuliana Ricci, Aurora Scotti e la stessa D’Amia. Il suo testo del 2021 è costruito su di una struttura paratattica, ove si dipana una serie di otto case study: tutti sono dotati di una particolare rilevanza e (aggiungiamo noi) di una forte valenza di tipo urbano. Si tratta delle porte cittadine (nuove o trasformate a partire da quelle esistenti), della piazza del Duomo e dell’adiacente Palazzo (“Nazionale” o “Reale”, a seconda della fase politica). Nell’elenco compaiono poi la Villa Belgioioso (divenuta Bonaparte) e, il Foro Bonaparte; ad episodi più noti se ne aggiungono altri meno esplorati, come la “spina a verde” di Porta Orientale”, il Broletto “nuovissimo” e il Palazzo di Brera.
Ognuno dei casi descritti è facilmente individuabile in una delle grandi mappe della città ritratta, ove si registra un alto grado di precisione e di chiarezza topografica: su tutte, spicca la pianta redatta dal Corpo degli Astronomi di Brera nel 1814, a suggello di una fase di particolare propositività, come il periodo napoleonico. Una tavola, a pagina 8 del volume, vi localizza tutti i vari episodi descritti nel libro.
A parte alcuni dei progetti (in particolare gli ultimi due), tutti gli altri avranno grande impatto sull’assetto di Milano contemporanea, pur di fronte alle dirompenti trasformazioni che avranno luogo tra Otto e Novecento.
Per ritornare al primo riferimento, ovvero alla mostra Roma e Milano capitali del Neoclassicismo, si impone il confronto con la città eterna; a questo proposito, più dei pezzi esposti in quella occasione, ci viene in aiuto un volume uscito nello stesso anno e quasi simmetrico rispetto a quello pubblicato da Giovanna D’Amia. Si tratta di Roma in età napoleonica. Antico, architettura e città, a cura di Jean-Philippe Garric, Susanna Pasquali, Marco Pupillo (Officina Libraria, 2021) ovvero degli atti di un convegno franco-italiano tenutosi nel 2019. Anche qui è descritta una progressione che va dai singoli episodi architettonici fino al contesto urbano: nella città “fonte inesauribili di riferimenti alla classicità”, l’accento è posto su un altro genere di progetti, come quelli riguardanti il riordino delle vie consolari, la sistemazione del verde e i grandi monumenti celebrativi.
Sia a Roma che a Milano, l’abbondanza di feste, manifestazioni celebrative serve a consacrare la centralità di luoghi, non sempre posti in luoghi-strategici delle due città, ma che diventano tali anche con il concorso di questo genere d’iniziative. Rispetto al caso milanese, minore sembra essere a Roma l’ipoteca che quei progetti esercitano sulla forma della città otto-novecentesca: infatti, all’indomani del 1870, i piani per Roma capitale dell’Italia unita svolgeranno un ruolo decisivo nel modellare il futuro assetto urbano, arrivando quasi ad elidere quel che era stato proposto nei precedenti ottant’anni.
In conclusione, pur senza volere stabilire la priorità di un settore sugli altri, resta comunque il fatto che la dimensione urbana fornisce una cornice adeguata per inserire una serie di progetti architettonici e di interventi edilizi i quali, altrimenti, rischierebbero di restare confinati nella sfera dell’episodico.
Guido Zucconi
Riferimenti bibliografici
Giovanna D’Amia, Milano capitale 1797-1814. Architetture, monumenti e spazi urbani della città napoleonica, SilvanaEditoriale, Milano 2021
Roma in età napoleonica. Antico, architettura e città, Atti del convegno (Roma, novembre 2019) a cura di Philippe Garric et altri, Officina/Archivio del Moderno, Roma/Mendrisio CH, 2021
Appiani. Il Neoclassicismo a Milano, Catalogo della mostra (Milano, settembre 2025- gennaio 2026) a cura di Ferdinando Mazzocca et altri, Electa, Milano, 2025
Eterno e Visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo, Catalogo della mostra (Milano novembre 2025-aprile 2026) a cura di Ferdinando Mazzocca et altri, Allemandi, Torino 2025
N.d.C. Guido Zucconi si laurea in architettura prima al Politecnico di Milano poi alla Princeton University (USA). Dal dal 1980 fino al settembre 2020 insegna Storia dell’architettura presso l’Università IUAV di Venezia (dal 2000 come professore ordinario). È stato inoltre presidente dell'Associazione italiana di storia urbana (AISU) dal 2009 al 2013 e dell’Ateneo Veneto dal 2014 al 2017; dal 2022 è membro del comitato scientifico di Città Bene Comune.
Tra i suoi libri: L'invenzione del passato. Camillo Boito e l'architettura neomedievale, 1855-1890 (Marsilio, 1997); a cura di, con M. Carraro, Officina Iuav, 1925–1980. Saggi sulla scuola di architettura di Venezia (Marsilio 2011); La città degli igienisti. Riforme e utopie sanitarie nell’Italia umbertina (Carocci, 2022).
Per Città Bene Comune ha scritto: Complessità nella semplicità (13 ottobre 2023).
Sui libri di Guido Zucconi, v. in questa rubrica: Heleni Porfyriou, L’urbanistica tra igiene, salute e potere (9 giugno 2023); Donatella Calabi, Proiettare il passato nel futuro (13 giugno 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
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L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)
M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)
P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)
P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)
S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)
C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)
F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)
F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)
G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)
M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)
M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano
O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)
F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)
C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)
M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)
A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)
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