| |
SGUARDI NEURODIVERGENTI SULLA CITTÀ
Commento al libro di Alberto Vanolo
Miriam Serini
altri contributi:
dello stesso autore
sullo stesso argomento
|
|
|
|
|
Il libro di Alberto Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024) si posiziona dentro il filone emergente dei neurodiversity studies, portando un contributo innovativo alla ricerca sulla neurodivergenza. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito allo sviluppo degli studi sulla disabilità in ambito sociologico: un filone di ricerca e riflessione che ha analizzato quei processi attraverso cui istituzioni, organizzazioni, architetture e sistemi di relazione sociale disabilitano le persone che hanno un corpo e una mente non conforme. La maggior parte delle ricerche si sono focalizzate soprattutto sulla disabilità fisica, ma alcune ricerche si sono occupate anche di disabilità intellettiva mentre solo pochi lavori si sono concentrati finora sulla neurodiversità. È in questo ultimo campo che si colloca il libro di Vanolo, che apporta un contributo originale a questo filone di ricerca, calando l’analisi in una dimensione urbana e attuando un processo di queerizzazione della neurodivergenza, attraverso la sovversione di significati e la rivendicazione di una condizione di alterità. In questo volume l’autore, utilizzando un approccio autoetnografico, ci racconta la sua esperienza personale con il figlio Teo, un bambino autistico, che al momento della stesura del libro aveva nove anni. Vanolo dà voce alla sua esperienza di padre, di ricercatore, raccontando anche aneddoti personali per mettere in luce le difficoltà, le discriminazioni e la stigmatizzazione che vivono le persone neurodivergenti in un contesto urbano costruito su un modello neurotipico. Ma allo stesso tempo questo libro parla di resistenza, una resistenza che nasce dal margine, atta alla rivendicazione di una città giusta, in cui essere, abitare e attraversare lo spazio vivendo liberamente la propria condizione di diversità.
Nella prima parte del volume l’autore ci spiega il potere che hanno le categorie nel dare una forma alla nostra realtà. Ci viene mostrato come la categorizzazione e l'etichettamento di uno specifico gruppo di persone creano differenze in negativo, agendo pratiche normative divisive che producono l’alterità, attraverso un processo di sottrazione. Infatti, la neurodivergenza è identificata dal deficit rispetto alla normalità attesa e quest'ultima è definita su una base abilista, che considera il deficit come una caratteristica individuale, intrinseca alla persona. Da qui le pratiche normative e divisive che producono sia le differenze che i diversi attraverso la negatività. Il modello medico misura e quantifica le capacità degli individui e, stabilendo la norma, suddivide ciò che è normale da ciò che è patologico. Tutto ciò che si discosta dalla normalità subisce un processo di patologizzazione. La neurodivergenza in questo senso diviene una patologia, in quanto rende gli individui deficitari di alcune capacità ritenute essenziali, legate specialmente alla sfera relazionale, della comunicazione ed emotiva. Da questi assunti Vanolo definisce la neurodivergenza come una fenomenologia dell’assenza, poiché la sua misurazione comporta un esercizio di potere che determina delle aspettative, calcolando la distanza tra le capacità effettive e quelle che si dovrebbero possedere. Il paradigma della neurodiversità attua un rovesciamento di prospettiva, sfidando gli approcci patologizzanti e stigmatizzanti. Parlare di neurodiversità implica riconoscere la variabilità della mente umana, senza dare un giudizio di valore a questa diversità, e questo cambio di paradigma permette da un lato di parlare di diversità e non patologia, superando la visione dicotomica normale/patologico; dall’altra di sovvertire il processo di gerarchizzazione tra gli individui basato sul possesso di determinate capacità.
Nei capitoli successivi l’autore mette in luce come il contesto socio-spaziale possa influenzare l’esperienza quotidiana urbana dei gruppi marginalizzati, con un focus specifico sull’autismo. Infatti, se consideriamo la neurodivergenza non solo come una caratteristica dell’individuo, ma anche come una condizione definita dal contesto, lo spazio urbano acquisisce un significato diverso, non essendo più solo uno sfondo neutro, ma un contesto in cui avvengono dei processi, si strutturano interazioni, traiettorie e situazioni. In questo senso l'autismo può essere considerato come una condizione spaziale di differenza. Il regime di normatività che si struttura all’interno della città separa ciò che è appropriato da ciò che non lo è, spesso spingendo le persone neurodivergenti ai margini materiali e simbolici dello spazio pubblico, costringendole a mascherare una serie di comportamenti considerati socialmente non accettabili. Le persone autistiche vivono in un mondo costruito su misura per persone neurotipiche e questo comporta l’agire di una violenza sistemica e strutturale all’interno della società, per esempio nelle pratiche rieducative di normalizzazione attuate per rendere una persona neurodivergente “il più neurotipica possibile”, nella sfera relazionale, comunicativa, ma anche corporea. Da questo punto di vista Vanolo propone la psicogeografia come pratica attraverso cui rinegoziare lo spazio urbano con suo figlio Teo, utilizzando delle strategie di deriva: prendendo un mezzo di trasporto in una direzione qualsiasi, perdendosi in città, esplorando lo spazio, si abbandonano all’inesplorato e alla casualità degli incontri e delle possibilità. Queste passeggiate situazioniste rappresentano una pratica autistica che prende forma nello spazio, grazie alla quale sovvertire i significati e gli usi dello spazio attraverso un rovesciamento di senso e la costruzione di situazioni.
Sempre in relazione alle pratiche di risignificazione, il quarto capitolo è a mio avviso il più interessante. Qui l’autore ci racconta quelle che lui definisce le tattiche queer attraverso cui lui e suo figlio Teo rivendicano uno spazio di resistenza. Queerizzare l’autismo vuol dire rivendicare una condizione di diversità, attraverso una critica radicale ai valori dominanti: l’analogia tra identità queer e identità neurodivergente risiede qui, nell'abbracciare la propria alterità, eccentricità, stranezza, anche come atto politico. Una resistenza che viene dal margine. L’autore identifica nel margine, nella periferia, uno spazio in cui costruire una contro-narrazione: nei locali periferici, marginali, trova con Teo uno spazio meno normato, dove si respira un clima di maggiore tolleranza e in cui coesistono una serie di persone che in altri luoghi sarebbero considerate strane. La resistenza è anche nella sola esistenza: abitare, attraversare lo spazio con il proprio corpo e la propria mente non conforme, essere una presenza visibile, perturbante e disturbante nello spazio urbano. In questo senso anche il solo atto di andare a cena fuori, prendere i mezzi pubblici, mangiare una scatoletta di tonno in un parcheggio con Teo sono per Vanolo esperienze urbane molto potenti, sono performance che risignificano la realtà al di fuori nella norma abilista.
Assumere una postura queer vuol dire rivendicare il diritto a una città autistica. Ed è proprio nell’ultimo capitolo che l’autore identifica i principi generali che delineano quella che definisce “città autistica”. Si immagina dunque una città che sovverte le logiche capitaliste dominanti volte alla produttività, al consumo e alla frenesia, per perseguire piuttosto immaginari legati alla lentezza, prevedibilità e silenzio. È uno spazio dove diviene centrale la dimensione della cura e della solidarietà collettiva, dove le persone possono muoversi liberamente nello spazio pubblico senza paura. La città autistica è una città giusta, che riconosce ogni differenza neurologica, dove ogni corpo e ogni mente possono esercitare lo stesso diritto alla città. Inoltre, è un luogo dove le battaglie delle persone autistiche possono intersecarsi con quelle di altri gruppi minoritari marginalizzati, per la rivendicazione di uno spazio basato su logiche di convivenza diverse da quelle attuali. La lettura di questo libro permette di immergerci nella realtà urbana leggendola attraverso lo sguardo neurodivergente, ci aiuta ad osservare lo spazio in modo diverso rispetto a ciò a cui siamo state e stati abituate e abituati, svelando quelle dinamiche di potere che tendono a patologizzare, normalizzare e marginalizzare ogni forma di diversità rispetto a una norma neurotipica egemone.
Miriam Serini
N.d.C. Dottoranda in sociologia urbana presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, Miriam Serini si è laureata in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli studi Roma Tre e ha conseguito la laurea magistrale in Sociologia e Ricerca Sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. I suoi principali interessi di ricerca si posizionano all’interno della crip theory, il paradigma della neurodiversità e i critical disability studies.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 05 GIUGNO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/pubblicazione 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)
D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)
F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
|
|
|