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TROPPO VECCHI PER CAPIRE?
Commento al libro di Alberto Secchi
Anna Delera
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Milano. Due o tre cose che so di lei. Ciò che ho visto e ciò che vedo (Planum Publisher, 2024) è il titolo del libro di Alberto Secchi che racconta le trasformazioni nel tempo della città vista con gli occhi del suo autore, ma anche di come la percepiamo e la viviamo nella frenetica e distratta quotidianità e delle attenzioni che, invece, meriterebbe che le dedicassimo. Già il titolo è esemplificativo dell’affetto che l’autore del libro prova per Milano! E ce lo restituisce in un racconto pulito, semplice, scorrevole, chiaro, sincero, praticato con umiltà da colui che, oggi cittadino che vive e guarda la città con grande senso critico, per molti anni ha svolto la professione di urbanista e di architetto progettista con passione, con grande competenza tecnica, conoscitiva e sensibilità sempre coniugando l’attività dell’urbanista e del progettista (professioni che ormai da troppo tempo sono praticate separatamente come se non fossero l’una la genesi del pensiero sull’altra) anche con la natura, con l’ambiente e con le relazioni umane nella convinzione, spesso dimenticata, che l’architettura serve a costruire gli spazi della città.
Tanti sono i temi proposti. Dalle questioni urbanistiche ai gravi problemi ambientali che i cittadini di Milano devono pagare in termini di salute; dalla prossemica alla nuova logistica urbana che aumenta il traffico e i pericoli; dalle critiche al ruolo anche culturale che dovrebbe svolgere l’Istituto Nazionale di Urbanistica ai problemi della città da anni sul tavolo e mai risolti (vedi la vicenda dello stadio di San Siro e il degrado dei quartieri di Edilizia Residenziale Pubblica, solo per portare qualche esempio); dal bisogno di case pubbliche alle difficoltà di vivere in città per chi guadagna 1000, 1500 euro al mese o per chi il lavoro non ce l’ha. Ma anche temi prettamente progettuali raccontati da chi la città l’ha percorsa a piedi, in lungo e in largo e l’ha guardata attraverso il mirino della macchina fotografica cogliendone i dettagli, i contrasti, le banalità, per aiutare il pensiero a chiarirsi, a trovare il senso, le giustificazioni a ciò che è stato recentemente costruito e, se si riesce, a coglierne anche il piacere e la bellezza. Urbanistica, architettura, spazi verdi, socialità sono gli ingredienti cercati nella lettura degli spazi urbani e degli edifici documentati attraverso alcuni temi che ci vengono proposti nella parte conclusiva del libro intitolata appunto Esplorazioni fotografiche (pag. 92) e che ha trovato l’occasione, nella Design Week 2025, per l’esposizione fotografica presso lo spazio Off Campus San Siro del Politecnico di Milano.
Densità: quella regolata dei quartieri Harar, Sant’Ambrogio e Gallaratese, progettati tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso e quella, invece, squilibrata del nuovo insediamento residenziale costruito a Cascina Merlata dove la concentrazione è tale che il sole non riesce a penetrare nei piani bassi degli edifici. O come l’incombente e orribile sopralzo di un palazzo dell’inizio del secolo scorso in via Dezza senza alcuna discrezione e cura che trasforma un elegante edificio residenziale in una Casa di Cura. E molte altre recenti realizzazioni, sorte in altre parti della città, potrebbero essere portate ad esempio sia per la densità non equilibrata sia per i formalismi che le caratterizzano.
Formalismi: quello dei formalismi è un altro dei temi progettuali trattati. Composizioni di fronti con impaginazioni, in alcuni casi, semplicistiche dove si “può fare di tutto” senza alcuna regola. Esempi, peraltro, molto praticati anche dagli studenti forse perché mostrati come “virtuosi” nei corsi di Progettazione o perché proposti negli innumerevoli e frettolosi articoli sui nuovi mezzi di comunicazione social con titoli eclatanti come “La riqualificazione della periferia milanese riparte dal social housing d’autore”. Oppure le scontate inclinazioni di volumi aggettanti e i “fantasiosi” parapetti in architetture “di lusso” da vendere a prezzi esorbitanti al mq. a City Life. Ma anche le sei torri progettate da Guido Canali sorte al di là della passerella che, scavalcando via Scarampo, collega con il Portello dove sono esibiti elementi sovrastrutturali inutili rispetto alla funzione abitativa a cui sono destinati.
E ancora, l’efficace differenziazione tra recinti e recinzioni: i primi sono quelli alti, incombenti, impenetrabili utili a proteggere un ricco verde condominiale da un “fuori” rumoroso, respingente, insicuro, e sono utili a definire una condizione di “isolamento esclusivo” dalla città come scrive Secchi. Le seconde, invece, sono quelle delimitazioni dello spazio privato della residenza dal marciapiede e dalla strada. Sono barriere discrete, silenziose, pensate per definire una prima “zona filtro” di accesso alla casa, arretrate di qualche metro e realizzate con un muro basso sul quale impostare una cancellata.
E poi ancora le violente intrusioni di nuovi e imponenti edifici, probabilmente con funzione terziaria, in contesti storici e consolidati caratterizzati ancora da edifici bassi e margini verdi; o gli spazi urbani di nuova progettazione come la piazza Aldo Rossi al Portello dove una squadra di calcio ha realizzato la sua sede su di una “piazza” leggermente inclinata e priva di verde, calda e assolata nei lunghi mesi estivi e, immagino, pericolosa in inverno in caso di gelo.
A questi temi progettuali ne aggiungerei uno procedurale riguardante il cambio di destinazione d’uso! È mai possibile che in una città come Milano che ha così tanta necessità di alloggi, interi edifici residenziali abbiano l’autorizzazione per trasformarsi in Case di Cura (vedi l’edificio di via Dezza) o in ristoranti sviluppati sui quattro piani (vedi l’edificio di piazza Morselli angolo con via Alfieri)?! Io ogni tanto mi domando se non siamo noi, troppo vecchi e nostalgici per capire! In fondo anche la Ca'Brütta progettata il secolo scorso venne proprio soprannominata in questo modo dai milanesi che non ne compresero l’uso stravagante di materiali, forme, linguaggi che nulla avevano a che vedere con l’architettura classica alla quale erano abituati!
Il libro, oltre che di architettura, si interroga anche su come la città abbia smesso di attuare politiche a favore dei suoi cittadini assecondando l’iniziativa privata considerata “il motore per promuovere e dirigere lo sviluppo”. Le trasformazioni già operate, quelle in atto e la vicenda dello Stadio di San Siro, che ormai da quasi cinque anni tiene banco, ne sono la dimostrazione. L’Amministrazione pubblica sembra avere delegato agli investimenti privati lo sviluppo e la realizzazione di “visioni” per la città, naturalmente a loro esclusivo vantaggio, limitandosi a racimolare qualche finanziamento quando, a livello ministeriale, vengono promossi bandi dedicati a interventi su beni pubblici per l’Edilizia Residenziale Pubblica, per la mobilità lenta, per gli spazi pubblici, spendendoli male e frammentati sul territorio senza un disegno complessivo che immagini, anche per parti e con tempi lunghi di realizzazione, la soluzione definitiva ai problemi urgenti della città. Si agisce ormai solo attraverso piccoli interventi di riqualificazione che non riescono a lasciare il segno; con economici, tanto quanto temporanei, interventi di “urbanistica tattica” colorando qualche superfice asfaltata; il tutto, però, attivando processi di “partecipazione” come alibi a pratiche di facilitazione e mediazione sociale spesso a copertura di smaccati interessi immobiliari. Ma Alberto Secchi si interroga anche sui nuovi modelli culturali, gli interessi dominanti e le consuetudini della popolazione più giovane (e non solo!) fondate su modalità comunicative sempre più immediate che non ci appartengono! E qui mi torna la domanda: non è che siamo noi troppo vecchi per capire?
Il libro ci lancia anche una “proposta razionale di pianificazione democratica” (pag. 78) che non so se attribuire all’anima dell’urbanista autore del libro o, piuttosto, al cittadino “sognatore”. La proposta immagina una vera rivoluzione nella Pubblica Amministrazione con uffici tecnici e amministrativi che, in connessione costante, abbiano il polso dello stato di salute della città e che, insieme ai Municipi – ai quali verrebbe finalmente riconosciuto l’importante ruolo di conoscitori del territorio – svolgano un ruolo da protagonisti nelle iniziative di trasformazione. Ciò in un processo dinamico di pianificazione continua in grado di cogliere le trasformazioni fisiche, anche minute, e quelle sociali in evidente contrapposizione con la consueta pianificazione che invece continua ad attribuire, a priori, destinazioni e indici secondo l’idea tradizionale di zoning. Sul territorio, diviso in “unità di rigenerazione urbanistica”, dovrebbe essere attuato un monitoraggio continuo e costante riguardante la qualità dell’aria, l’efficienza del sistema dei trasporti, il consumo di suolo, la quantità e qualità dei servizi, il paesaggio da tutelare, ecc. allo scopo di definire le criticità da rimuovere e le modifiche possibili in quella specifica porzione di territorio per procedere con una pianificazione in grado di fare previsioni e prendere decisioni riguardo a quanta edilizia sia ancora costruibile e per fare cosa, quali servizi siano effettivamente necessari, registrando le necessità in un rapporto periodico aperto al confronto pubblico. Il tutto con una particolare attenzione alla residenza in quanto bene primario da proteggere ma anche da trasformare e aggiornare alle diverse richieste sociali e demografiche che i tempi impongono.
Anna Delera
N.d.C. – Anna Delera, architetto PhD, è professore ordinario di Tecnologia dell’Architettura nei corsi di laurea triennale e magistrale della Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni del Politecnico di Milano. Conduce attività di ricerca nel Dipartimento di Architettura e Studi Urbani dello stesso ateneo occupandosi in particolare del progetto residenziale e dei suoi aspetti innovativi, di sostenibilità e di qualità degli spazi aperti e dell’alloggio. Da alcuni anni la sua attenzione si rivolge prevalentemente alla riqualificazione delle periferie e dei quartieri residenziali pubblici. Recentemente ha ampliato i propri interessi verso le politiche della casa in affitto. Ha coordinato ricerche commissionate da Regione Lombardia, Aler Milano e Comune di Milano e partecipato a Prin, ricerche di Fondazione Cariplo e Farb.
Tra i suoi libri: Le regole del progetto. I nuovi requisiti per abitare (Maggioli, 1996; Libreria Clup 2004); Le 'case-albero' di Frei Otto (Libreria Clup, 2001); Progettazione partecipata nel quartiere San Siro a Milano. Riqualificazione sostenibile dei cortili in un quartiere di edilizia residenziale pubblica (Libreria Clup, 2004); con Ermanno Ronda, (a cura di), Quartieri popolari e città sostenibili. Gli abitanti al centro di strumenti ed esperienze di riqualificazione urbana (Lavoro, 2005); (a cura di), Ri-pensare l'abitare. Politiche, progetti e tecnologie verso l'housing sociale (Hoepli, 2009); con Gian Luca Brunetti e Ermanno Ronda, Il risparmio energetico nell'edilizia residenziale pubblica. Politiche, progetti e strumenti (Maggioli, 2011); con Francesca Cognetti (a cura di), For rent. Politiche e progetti per la casa accessibile a Milano (Mimesis, 2017); con Margherita Bernardi e Francesca Cognetti, Di-stanza. La casa a Milano in tempi di COVID 19 (LetteraVentidue, 2021); con Elisabetta Ginelli, Storie di quartieri pubblici. Progetti e sperimentazioni per valorizzare l'abitare (Mimesis, 2022).
Per Città Bene Comune ha scritto: Una periferia metropolitana (privata) (8 dicembre 2023).
Sui libri di Anna Delera, v. in questa rubrica: Bianca Bottero, Città VS Cittadini? No grazie (10 febbraio 2023); Gabriele Pasqui, Case pubbliche: una questione aperta (16 settembre 2022).
Sul libro oggetto di questo commento (scaricabile gratuitamente a questo link) v. anche: Arturo Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare) (21 marzo 2025); Bianca Bottero, L’urbanistica è quantistica (21 marzo 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 20 GIUGNO 2025 |
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