Pier Carlo Palermo  
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CAMMEI DI URBANISTICA


Commento al libro di Luca Gaeta



Pier Carlo Palermo


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L’ultimo di Luca Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024), non è un libro che posso condividere senza obiezioni. Non mi convince il progetto per alcune scelte; trovo discutibili alcuni esiti. In questi casi, di solito, evito di trattare l’argomento. Città Bene Comune forse ricorda che, negli anni, ho declinato alcuni inviti, proprio per questa ragione. Nel caso, però, alla fine ho deciso di scrivere un commento, perché l’iniziativa editoriale solleva due questioni che considero di grande interesse. La prima. Un’istituzione culturale di alta tradizione come Einaudi ha voluto occuparsi nuovamente di urbanistica, dopo una lunga pausa. Una scelta non scontata nella fase; forse sorprendente nel contesto Italia, dove il tema evoca innanzi tutto scandali, fallimenti, illusioni o mistificazioni. La politica non affronta volentieri un dibattito pubblico sul tema perché la materia è considerata insidiosa, controversa e divisiva: può mettere a rischio il consenso da parte di una varietà di attori o di contesti locali. Meglio tacere, se possibile, o limitarsi a qualche racconto edificante che dovrebbe valere come “heresthetic” (Riker, 1986; ma crescono i dubbi che gli effetti siano realmente significativi). Poco rilevante, nel complesso, è il contributo dei media, che spesso sembrano agire con leggerezza e strumentalità: pronti a denunciare lo scandalo, quando i fatti sono ormai compiuti, ma anche ad accogliere con benevolenza iniziative discutibili o palesemente inadeguate; come se i limiti di qualità e gli effetti perversi (plausibili) di alcuni interventi in atto non fossero un dato degno di attenzione, almeno quanto le eventuali irregolarità formali (penso, per esempio, a certi limiti dell’urbanistica milanese, che ho segnalato più volte, anche in questa sede). Nel quadro, l’opinione pubblica sembra disorientata; un esito non inatteso, se la comunicazione resta ampiamente elusiva o fuorviante. Colpisce il silenzio degli esperti. Non basta l’appello nostalgico alle glorie (presunte) del passato o l’indignazione sporadica di fronte a violazioni eventuali della legge. Credo che l’area abbia grandi responsabilità rispetto alla debolezza oggettiva della cultura architettonica e urbanistica in Italia. Nella fase più intensa e appassionata della rinascita postbellica, la formazione di una ‘coscienza urbanistica’, più matura e diffusa nel paese, era un valore e un impegno guida per le figure più significative dell’urbanistica italiana. Ebbene, dovremmo prendere atto che l’obiettivo è stato clamorosamente mancato; mentre la voce dei discepoli è diventata sempre più debole e marginale. In un quadro che presenta molte ombre, l’iniziativa di Einaudi merita attenzione: quale è l’immagine dell’urbanistica che questa istituzione autorevole oggi sostiene, o quanto meno accoglie e sottoscrive?

La seconda questione. Se il campo di idee e pratiche risulta fluido e controverso, l’apertura di orizzonti per i non-esperti diventa un obiettivo complicato. Questo sembra essere lo scopo istituzionale della collana nella quale il libro è stato pubblicato. Come intendere la meta, come scandire il percorso di avvicinamento? È disponibile, naturalmente, un vasto repertorio di esperimenti affini. Quale via è stata scelta? Appartiene a qualche tradizione consolidata? Oppure l’interpretazione peculiare del tema e la riflessione sulle difficoltà già esperite altrove induce a esplorare qualche opzione originale? Intendo trattare brevemente le due questioni, prima di esporre, in sintesi, le mie obiezioni al libro.

 

1. Primer

Il dato è evidente. L’editoria, ovunque, si preoccupa di produrre testi che possano valere come guida verso certi campi del sapere e delle pratiche. Cambridge University Press da molto tempo ha aperto una collana di “short introduction” a discipline consolidate. A Oxford, un progetto affine ha preso le forme di una “very short introduction”; sono centinaia i testi prodotti nel contesto. Edward Elgar, in tempi più recenti, ha lanciato una collana di “advanced introduction”, che include un contributo importante di Robert Beauregard sul tema urban planning (2020). Sarebbe facile segnalare altri riferimenti, ma preferisco rivolgermi subito al caso italiano, che sembra prediligere un’altra forma discorsiva. Infatti, Laterza da anni ha aperto la collana “Prima lezione”. Più recente è il formato Einaudi: “Il primo libro”. Forse la scelta tende a evidenziare la missione propedeutica del progetto editoriale; forse vorrebbe esprimere una strategia comunicativa, vagamente ‘social’. Io preferisco la sobrietà anglosassone. Perché la formula in voga nel nostro paese risulta obiettivamente ambigua. La “prima lezione” fa pensare all’apertura di un corso, che però rappresenta la voce dell’autore più che un riferimento generale alla disciplina. Infatti, le prime lezioni di Arnaldo Bagnasco (Sociologia, 2007) o di Gianfranco Pasquino (Scienza politica, 2008), per citare due temi affini, rappresentano una visione selettiva di due campi sconfinati (l’editore Laterza era consapevole della necessità di scegliere una prospettiva, annota Bagnasco nella sua introduzione, e ha lasciato grande autonomia agli autori). Sarebbe imprudente assegnare a quelle rappresentazioni una funzione propedeutica elementare. La “prima lezione di Urbanistica” di Bernardo Secchi (2000) è uno dei testi più sofisticati che sono stati scritti sulla materia. Si configura perciò come un progetto di fondazione del lavoro disciplinare: uno dei possibili, uno dei più ambiziosi e complicati. Il rischio di ambiguità può sembrare grave anche nella variante “Il primo libro”. La formula ricorda certi rami dell’editoria dell’infanzia. Tuttavia, come apertura di orizzonti per un soggetto più maturo, richiede competenze avanzate e scelte responsabili. Una vasta letteratura internazionale si concentra sulle ‘visioni di sistema’, invece di limitarsi a qualche suggestione introduttiva. Per esempio, nel 2014 Matthew Carmona ha pubblicato presso Routledge un importante Primer sull’urban design; nel 2018, Michael Howlett ha pubblicato, tramite il medesimo editore, un’opera analoga sul tema policy design. Ci troviamo di fronte a due eccellenti quadri di riferimento che intendono illustrare le principali tradizioni e frontiere degli studi nei rispettivi filoni. Ecco perché l’immagine a me pare ambigua: potrebbe alludere almeno a quattro famiglie di significati. Il testo di primo avvicinamento a un possibile tema di interesse, che mira soprattutto a suscitare curiosità o attrazione. Il primo passo di un percorso formativo che, verosimilmente, sarà lungo e complicato; con una funzione preliminare davvero solo propedeutica (primo perché destinato a essere superato da molti contributi successivi). All’opposto, un atto potenziale di fondazione: la rivendicazione di una concezione peculiare del campo di interessi, da raccomandare rispetto a qualunque opzione alternativa (il senso della “prima lezione” di Secchi, per esempio). Oppure un quadro critico maturo dello stato della disciplina, che offre un bilancio della missione e dei risultati principali (come le opere di Carmona, Howlett, Beauregard, per esempio), lasciando al lettore la responsabilità di una scelta. Quale è la linea di Einaudi o di Laterza? Non ho elementi per formulare un’ipotesi. Posso notare che i contributi disponibili documentano un’ampia varietà di interpretazioni.

 

2. La meta

La prima osservazione è che Einaudi e l’autore del libro sembrano disposti a considerare l’urbanistica come un tema di interesse e un campo di pratiche che possono essere trattati in modo unitario. Sarebbe garantita, dunque, l’esistenza di un nucleo identitario chiaro e condiviso, di confini solidi e riconosciuti, di paradigmi maturi e compatibili. Probabilmente, lo stesso orientamento vale, come presupposto implicito, per le altre discipline trattate dalla collana (anche se alcuni contributi restituiscono più chiaramente le tensioni interne al campo: per esempio, Il primo libro di geografia di Mauro Varotto, 2025). Il punto di vista non è scontato. MIT Press (tramite Brent Ryan, 2017) riconosce che l’oggetto della discussione, oggi, è un “plural urbanism”. Columbia University Press (tramite Martin Murray, 2022) prende atto della pluralità di “many urbanisms”, che per di più si sviluppano secondo traiettorie divergenti. Io penso che quelle visioni siano più attuali e lungimiranti della posizione che Einaudi è disposta a ratificare. Concordo con le voci autorevoli (tra le più convincenti, Ernst Alexander, 2015, 2022) che ammoniscono che l’urbanistica non è una disciplina, bensì un insieme, anzi una varietà di pratiche, che dipendono dal contesto e sono cambiate radicalmente nel corso del tempo. Nate per svolgere funzioni esigenti di regolazione e controllo (urbano, ma anche sociale), hanno assunto forme sempre più flessibili, contingenti, adattative, persino informali: ovunque, non solo nel Sud del mondo. Quei caratteri sono stati a lungo considerati un’eccezione alla regola, oppure una realtà imbarazzante da confinare nell’ombra. Negli ultimi 20 anni, sono diventati requisiti normali per diversi filoni ufficiali della disciplina: come everyday, temporary, do-it-yourself, contingent, tactical urbanism (Palermo, 2025, 2026). Una pratica nata sotto le insegne del ‘progetto moderno’ ha dovuto adattarsi a condizioni ormai palesemente postmoderne. La deriva ha provocato uno stato oggettivo di confusione disciplinare alle soglie del secolo – ha osservato Philip Allmendinger (2002). Concordo e rilevo che quella fase tormentata ha lasciato tracce ancora oggi imbarazzanti. Della svolta occorre rendere ragione, per capire e gestire le conseguenze, tecniche e sociali, che non sono marginali. Parafrasando Henry Mintzberg, sarebbe il caso di ammettere che oggi “plan-making is not what you think” (Mintzberg e Westley, 2001). È necessario rimettere in discussione le visioni e gli strumenti tradizionali; ripensare le priorità. Perché le condizioni, le sfide sono profondamente cambiate nel corso del tempo: non solo è indiscutibile la crisi del ‘progetto moderno’, ma una revisione sembra necessaria anche dei programmi riformisti tentati un po’ ovunque nel tardo ‘900 (Palermo, 2022).

Di fronte alle difficoltà, molti esponenti dell’area tendono ancora a cercare rifugio nella tradizione. Fra il 1991 e il 2022, Pierre Merlin, in Francia, ha ripubblicato13 volte un testo base come Urbanisme. I punti fermi sono sempre gli stessi: i riferimenti al quadro legislativo e alle tecniche fondamentali, ma innanzi tutto vasti richiami alle figure dei classici o dei precursori dell’Urbanistica, una famiglia condivisa sulla scena internazionale. Nel 2023, Gilles Novarina ha pubblicato un testo che presenta alcune affinità con il lavoro di Gaeta. Dovrebbe rappresentare una storia della disciplina, dal Rinascimento ai nostri giorni; consiste in sostanza in una serie di ‘medaglioni’ dedicati alle figure e ai movimenti di maggiore notorietà internazionale: Haussmann, Cerdà, Sitte, Wagner, Howard, Unwin, i CIAM, le “new towns”, il “projet urbain”, fino al “new urbanism”. Si tratta di semplici cronache più che di una ricostruzione storico-critica; le singole schede sono tradizionali, per impianto e contenuti, e restano ampiamente indipendenti. Lo sguardo è rivolto al passato, mentre resta marginale l’attenzione verso il ‘grande cambiamento’ in atto da tempo. Non condivido la strategia culturale, che a me sembra illusoria e insostenibile. Credo che non dovrebbe essere questa la suggestione principale da riproporre ancora una volta ai più giovani.

 

3. Il libro

Il testo di Luca Gaeta rivela, a mio avviso, tre contraddizioni potenziali, che determinano alcune conseguenze. L’autore non intende presentare la sua visione dell’urbanistica. È la posizione assunta anche da Robert Beauregard che, nella Advanced Introduction del 2020, non ha voluto esplicitare il suo punto di vista (chiaramente manifestato in altre opere), perché l’obiettivo specifico era ricostruire e offrire al lettore un quadro esauriente dei paradigmi e delle tendenze principali che la cultura urbanistica ha saputo esprimere nel lungo periodo. La rappresentazione di Gaeta, invece, è evidentemente selettiva; l’autore seleziona alcune figure guida fra i classici o i precursori: Haussmann, Geddes, Wright, Astengo, Bohigas e pochi altri. Propone dunque al lettore una visione particolare, che però resta latente. Anche perché l’autore non si preoccupa di spiegare, giustificare le ragioni delle sue scelte (come se fossero scontate). È legittimo chiedere, invece: perché quei temi, quegli autori, e non altri? Si potrebbe osservare che la selezione dei temi tende a essere completa: il grande progetto di piano, i quadri di struttura, la zonizzazione, il nesso conoscenza-decisione, la fondazione di una città nuova, la diffusione urbana, i rapporti fra piano urbanistico e progetti urbani. Resta il fatto che il trattamento di ogni tema presenta elementi di eccezionalità o arbitrarietà. Invece di affrontare la complessità delle situazioni ordinarie, Gaeta preferisce selezionare qualche esperienza d’autore, che però rappresenta un caso limite o chiaramente irripetibile. Perché Brasilia è un esperimento estremo, poco significante rispetto alla realtà comune delle new towns; la fenomenologia dello sprawl urbano diventa l’antitesi dell’idealtipo wrightiano; il modello Barcelona ha fatto leva su condizioni contestuali non ordinarie, e così via. Eppure, l’autore non sente il bisogno di motivare le sue scelte, e soprattutto di dimostrarne il valore attuale e futuro.

Il secondo problema. L’unità della disciplina è un presupposto implicito, come ho anticipato; tuttavia, l’autore non si preoccupa di ricostruire il filo che dovrebbe mettere in relazione gli eventi e i racconti che ha selezionato. Come accade a Gilles Novarina (2023), l’esito è la semplice giustapposizione di schede indipendenti. Non solo manca un tentativo di ricomposizione unitaria, ma sono sottovalutate le interferenze potenzialmente negative fra i singoli contributi: perché la visione della città diffusa di Wright è antitetica al disegno comprensivo e centralizzato di Haussmann; il progetto d’autore di Brasilia risulta incommensurabile rispetto alla ricerca di razionalità collettiva da parte di Astengo; i modelli urbanistici di Barcellona e di Bergamo sono incompatibili (la strategia selettiva che punta su progetti urbani di speciale interesse vs. il codice normativo, sistematico e di grande dettaglio, che vorrebbe prescrivere la struttura e la forma della città futura). Dovremmo concludere che l’idea di unità della disciplina assume soltanto una valenza ideologica: come proiezione fantasmatica di un insieme di desideri o sogni che sono considerati virtuosi e che proprio alcune grandi figure d’autore hanno saputo degnamente impersonare. Come conciliare quelle visioni indipendenti, come tradurre le idee in pratiche effettive? Nel libro, queste sembrano questioni marginali, che è lecito sottovalutare. Resta l’evocazione di qualche narrazione estemporanea, seppure di fama, che diventa oggetto di rifugio o esercizio di nostalgia, più che espressione di una ragionevole speranza. Oppure la sopravvalutazione di alcune analogie delle tecniche, che in realtà vengono ad assumere un senso e un’efficacia differenti in relazione al contesto. Mancano riferimenti significativi alla dimensione pragmatica delle esperienze urbanistiche, come attività non solo visionarie e progettuali, ma anche amministrative. La prospettiva che John Nolen poneva al centro dell’attenzione negli Stati Uniti, negli anni ‘40 (Stone et al., 1941); che Campos Venuti ha avuto il merito di rilanciare con forza in Italia, quasi 30 anni dopo (Campos, 1967). Considero un limite del libro l’interesse insufficiente verso questa dimensione, che diventa sempre più determinante nell’età della contingenza.

Intravedo nel testo un altro punto debole, che a me pare rilevante. Ogni racconto parziale sembra soffrire delle medesime carenze: di contesto, di storia, di critica. È come se diverse favole rimanessero sospese nel vuoto. Resta marginale l’esigenza di chiarire il contesto nel quale una visione e una proposta hanno preso forma; ma anche insufficiente la cura del processo coevolutivo in atto, che diventa fondamentale per capire le possibilità di adattamento o trasformazione di un’idea datata di urbanistica rispetto a condizioni che sono profondamente cambiate. L’ultimo limite forse è il più grave: è possibile riprodurre un vecchio racconto edificante senza una revisione critica? Penso a Geddes, per esempio. Probabilmente oggi nessuno ritiene più che questo autore sia il Leonardo, il Galileo del primo ‘900, come enfaticamente proclamava il giovane Lewis Mumford (Novak, 1995); ma è possibile celebrare ancora – come principale titolo di merito – il suo contributo all’indagine territoriale come fondamento delle scelte di piano? Ho appena finito la stesura di quel “libro noioso”, scriveva Geddes nel 1914, a proposito di Cities in evolution (Ferraro, 1998). In realtà, la critica ha messo in evidenza che l’innovazione più importante (davvero radicale) è stata la sua concezione delle trasformazioni urbane come un processo coevolutivo, che peraltro rappresentava un’alternativa incompatibile con ogni visione intenzionale e razionalista della pianificazione – l’orientamento di Giovanni Astengo, per esempio. Il quale un giorno a Preganziol mi ha detto: “va bene, forse ho sbagliato tutto”. C’era amarezza, ma anche ironia nella sua affermazione, che era la reazione istintiva alla pubblicazione del libro di Chiara Mazzoleni (1983): una rappresentazione accurata, bene argomentata, giustamente critica, dell’esperienza astenghiana di Bergamo. Grande personaggio per passione civile e impegno riformista, Astengo generosamente ha tentato di dare un fondamento più solido, razionale e condiviso, alle scelte urbanistiche di interesse collettivo. Quel tentativo illuminista non teneva conto delle condizioni reali del contesto; non poteva funzionare; è stato un fallimento. Lo stesso Astengo, correttamente, era disposto a riconoscere quella possibilità. È paradossale che ora la sua visione venga riproposta senza una sufficiente cautela critica. Considerazioni simili potrebbero facilmente essere formulate per gli altri racconti.

La mia conclusione, per coerenza, non può essere positiva. Non credo che questo sia un libro di urbanistica. È una collezione di visioni e di esperimenti (una serie di ‘cammei’) d’autore; giustamente noti, ma datati e poco comunicanti. Certamente degni di memoria, ma a due condizioni: che siano accompagnati da una cura adeguata delle ragioni del contesto, della storia, della critica; che si riconosca che il contributo possibile, ormai, è solo complementare rispetto al nucleo essenziale delle pratiche urbanistiche attuali, che stanno assumendo forme originali – progettuali e amministrative – rispetto alle tradizioni della modernità e del riformismo. Vorrei che a questi temi fosse dedicata maggiore attenzione: dovrebbero essere considerati cruciali per un insegnamento fondamentale di Urbanistica nelle Scuole di Architettura. Se gli esponenti dell’area disciplinare non avranno la forza e il coraggio di affrontare i nodi del presente (continuando, invece, a indugiare sulle memorie incompiute), non potranno eludere qualche responsabilità rispetto a un dato imbarazzante: dell’urbanistica, oggi, si parla quasi solo con il linguaggio del mercato o della politica.

Pier Carlo Palermo

 

 

Riferimenti bibliografici
Alexander, E. R. (2015) ‘There is no planning, only planning practices: Notes for planning theories’, Planning Theory, 14 (1), 1-13
Alexander, E. R. (2022) ‘On planning, planning theories and practices: A critical reflection’, Planning Theory, 21 (2), 181-211
Allmendinger, P. (2002) Planning Theory, Basingstoke: Palgrave Macmillan (3hd edition, 2017)
Bagnasco, A. (2007) Prima lezione di sociologia, Roma-Bari: Laterza
Beauregard, R. A. (2020) Advanced Introduction to Planning Theory, Cheltenham: Edward Elgar
Campos Venuti, G. (1967) Amministrare l’urbanistica, Torino: Einaudi
Carmona, M. (ed.) (2014) Explorations in Urban Design: An Urban Design Research Primer, London-New York: Routledge
Ferraro, G. (1998) Rieducazione alla speranza: Patrick Geddes planner in India, Milano: Jaca Book
Howlett, M. (2018) The Policy Design Primer, London-New York: Routledge
Mazzoleni, C. (1983) Teoria del piano: Giovanni Astengo e il piano di Bergamo. Un caso paradigmatico, Milano: FrancoAngeli
Merlin, P. (1991) L’urbanisme, Paris: Presses Universitaires de France (13me édition, 2022)
Mintzberg, H., Westley, F. (2001) ‘Decision-making: It’s Not What You Think’, Sloan Management Review, (Spring), 89-93
Murray, M. J. (2022) Many Urbanisms: Divergent Trajectories of Global City Building, New York: Columbia University Press
Novak, F. G. (ed.) (1995) Lewis Mumford and Patrick Geddes: The Correspondence, London-New York: Routledge
Novarina, G. (2023) Histoire de l’urbanisme de la Renaissance à nos jours, Paris: Éditions Le Moniteur
Palermo, P. C. (2022) Il futuro dell’urbanistica post-riformista, Roma: Carocci

Palermo, P. C. (2025) Roots and Frontiers. Figures and Cultures in Contemporary Urban Planning, Milano: Planum Publisher
Palermo, P. C. (2026) La mutazione. Metamorfosi o eclissi dell’urbanistica contemporanea, Milano: mimeo (in pubblicazione)
Pasquino, G. (2008) Prima lezione di scienza politica, Roma-Bari: Laterza
Ryan, B. D. (2017) The Largest Art: A Measured Manifesto for a Plural Urbanism, Cambridge Mass.: The MIT Press
Riker, W. (1986) The Art of Political Manipulation, New Haven: Yale University Press
Secchi, B. (2000) Prima lezione di urbanistica, Roma-Bari, Laterza
Stone, D. C., Walker, R. A., Nolen, J., Flwood, P. H., Black, R. V., Draper, E. S. (1941) ‘Planning as an Administrative Process’, Journal of the American Institute of Planners, 7 (2), 10-13
Varotto, M. (2025) Il primo libro di geografia, Torino: Einaudi

 

N.d.C. Pier Carlo Palermo è professore emerito di Urbanistica del Politecnico di Milano dove ha fondato e diretto il Dipartimento di Architettura e Pianificazione e dove è stato preside della Facoltà di Architettura e Società.

Tra i suoi libri: Trasformazioni e governo del territorio (Franco Angeli, 2004); Innovation in Planning: Italian Experiences (Actar, 2006); con G. Pasqui, Ripensando sviluppo e governo del territorio (Maggioli, 2008); I limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo (Donzelli, 2009); con D. Ponzini, Spatial planning and urban development (Springer, 2010); con D. Ponzini, Place-making and urban development (Routledge, 2015); Il futuro dell’urbanistica post-riformista (Carocci, 2022); Roots and Frontiers. Figures and Cultures in Contemporary Urban Planning (Planum Publisher, 2025).

Per Città Bene Comune ha scritto: Per un'urbanistica che non sia un simulacro (5 febbraio 2016); Non è solo questione di principi, ma di pratiche (18 gennaio 2017); Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto (30 giugno 2017); Il futuro di un paese alla deriva (23 febbraio 2018); Oltre la soglia dell’urbanistica italiana (13 settembre 2019); Le illusioni del “trasnational urbanism” (22 maggio 2020); Urbanistica? Necessaria e irrilevante (14 settembre 2023).

Sullo stesso libro oggetto di questo commento, v. anche: Piergiorgio Vitillo, Abilitare le antinomie del piano (26 giugno 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

03 LUGLIO 2025

CITTÀ BENE COMUNE

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2025:

P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)

A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)

D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)

R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)

M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)

A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)

D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)

F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)

P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)

F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)

G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)

E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)