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LA DIFFICILE COSTRUZIONE DEL QUOTIDIANO
Commento al libro di Mario Cucinella
Bianca Bottero
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Sono sempre più numerosi in Italia i testi e che esprimono disappunto e spesso indignazione per come vengono gestite e costruite le nostre città: per gli spazi pubblici sacrificati a obiettivi privatistici (con la costruzione di residenze di lusso o di grandi aree commerciali invasive dei vecchi tessuti, distruttive di ogni più minuto commercio, di ogni più intima relazione) e parallelamente per l’affermarsi di architetture “gridate”, affiancate da un’edilizia povera, priva di ricerca, di riferimenti culturali. Si perde con ciò sia il rispetto per i luoghi sia la capacità di interpretazione del rapporto che i cittadini hanno con la loro città e di quello che potrebbero avere in un futuro che affrontasse consapevolmente anche il problema del cambiamento climatico. Della ricerca di una quotidianità difficile da costruire ci aveva parlato con grande finezza Elena Granata nel suo Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura (Einaudi, 2023) in cui sottolineava quanto una serie di anche piccoli interventi avrebbero potuto rendere più confortevoli e vivibili gli spazi urbani: nella collocazione delle panchine, nella cura dei ritagli di verde per il gioco dei bambini, il riposo degli anziani; nell’attenzione alla larghezza dei marciapiedi, spesso stretti, ingombrati da pali o cestini dei rifiuti e difficoltosi per le carrozzine; nel disegno di spazi in cui rendere possibili gli incontri, le relazioni anche impreviste, grazie ai quali porre un freno alla fretta, all’indifferenza per i luoghi e la loro storia, per ciò che comunicano i vecchi palazzi, le facciate delle case.
Oggi un nuovo testo di Mario Cucinella con Serena Uccello, Città foresta umana. L’empatia ci aiuta a progettare (Einaudi, 2024), torna a riflettere sulle modalità con cui si interviene e si progetta nelle nostre città. Ma se Elena Granata attribuiva la capacità di agire positivamente negli spazi urbani a una particolare sottile sensibilità femminile, qui parla un architetto importante che, attraverso un avvincente racconto biografico, descrive una personale ricerca progettuale che lo porterà a contestare radicalmente la politica culturale italiana e la sua mancanza di interesse, diversamente da quanto avviene in tutti gli altri grandi paesi Europei, per un’architettura adeguata ai cambiamenti sociali, alla crisi ambientale e alle grandi trasformazioni delle nostre città. È un pensiero che, quasi istintivamente fin dai suoi anni di studio universitario, lo porta a rifiutare le architetture illustrate nelle riviste e insegnate nell’accademia, e lo induce addirittura ad abbandonare l’università prima della laurea. Sarà dopo un anno avventuroso negli USA che, fermatosi a Parigi, trova lavoro e rifugio per quattro anni nello studio di Renzo Piano, dal quale riceverà un contributo formativo fondamentale. Tornato in Italia a completare i suoi studi e a laurearsi, dove avrà un rapporto con Giancarlo De Carlo che solo successivamente riuscirà ad apprezzare veramente, Cucinella si rafforza nell’opinione che l’architettura non può essere staccata dalla vita, ignorante della natura e delle sue leggi, indifferente e incapace di ascolto delle persone e dei luoghi quale vedeva praticata in Italia, ma deve fare di questi gli assi portanti di ogni ideazione, la ragione di ogni scelta formale e costruttiva. In ogni progetto si tratta quindi di scoprire le leggi fisiche, i materiali, le funzioni e le specifiche esigenze umane a cui dare risposta, senza ricorrere a forme a priori, a tipologie abituali, collaudate dal mestiere. È un percorso faticoso, che Cucinella affronta con coraggio, aprendo un primo studio a Parigi (in un edificio progettato da Le Corbusier!) partecipando a concorsi, molti persi, alcuni vinti, precisando via via i suoi obiettivi di ricerca. Un percorso che proseguirà poi in Italia, pur non trovando qui a lungo né molto consenso né molto aiuto. Sarà però per lui estremamente gratificante la progettazione di diverse scuole in varie città d’Italia nelle quali, abbandonando gli schemi rigidi degli edifici scolastici del passato, sperimenterà strutture nuove, interpretando i bisogni sia di gioco sia di concentrazione dei bambini, grazie al ricorso a forme ed elementi naturali sensibili al clima, in grado di reagire al variare delle stagioni e delle temperature.
Il successo che queste e altre opere via via realizzate hanno incontrato nei loro contesti e presso i loro fruitori, porteranno Cucinella e il suo studio ad avere sempre maggiori riconoscimenti in Italia e all’estero, specie in paesi, come la Cina, il Marocco, l’Algeria, dove difficili condizioni climatiche e sociali imponevano un approccio particolarmente attento all’ambiente. Qui le competenze bioclimatiche costituivano un prezioso contributo dei progettisti, che a loro volta, in queste occasioni, trovavano modo di precisare e articolare la loro esperienza con l’invenzione di nuove tecniche e di nuove materiali. Così nel progetto per un ospedale ad Algeri, nel quale, a fianco del rigoroso controllo della funzionalità degli spazi per le attrezzature specialistiche, vennero attentamente affrontati i bisogni dei pazienti e quelli particolari dei loro visitatori. O in quello per un campus universitario in Africa, dove la difesa da temperature estremamente elevate diventa il motivo dominante di un raffinatissimo procedimento ambientale in cui l’acqua viene a giocare un ruolo fondamentale. O ancora nella costruzione di un complesso universitario in Cina, dove il problema ambientale più importante da affrontare era quello di un clima estivo caldo e umido e invernale rigido e secco; o del campus universitario a Ben Guerir nel cuore del Marocco, luogo caratterizzato da temperature altissime, quasi tutto il giorno sotto l’esposizione solare, zero piogge, dove il suggerimento progettuale determinante viene tratto da una pianta del deserto, il ferocactus, di cui si riprende la forma tonda che garantisce durante il giorno una zona d’ombra e riesce, grazie alle spine, a raccogliere e a concentrare l’umidità notturna.
Ma non è possibile qui ripercorrere i numerosi esempi, le sperimentazioni, le scelte tecnologiche, le delusioni e i successi che sono narrate in un testo di più di duecento pagine, evidentemente nato da una lunga intervista registrata, che conserva un andamento libero a volte ripetitivo, ma insieme estremamente diretto, appassionato nel sostenere l’importanza sociale di un’architettura studiata con un’attenta, scientifica conoscenza delle leggi della natura e appoggiata a continue riflessioni su un nostro possibile futuro in nuove strutture urbane, entro nuove forme comunitarie, con società che reinventino il rapporto, oggi perduto, della città con la campagna. Riflessioni che Cucinella riassume nel termine empatia e che ritrova nelle posizioni di artisti come Pasolini o Beuys, di filosofi come Edgard Morin, di scienziati come Stefano Mancuso, che tutti, in modi diversi, hanno affermato l’importanza di capire le differenze, la complessità delle persone e dei luoghi, l’interconnessione dei saperi, l’incredibile intelligenza della natura.
Varrebbe la pena a questo punto di affrontare il tema del linguaggio, tema sul quale il testo non si sofferma in modo particolare, ma che io ritengo vada sollevato, perché, specie in Italia, costituisce un elemento di disturbo, di scarsa chiarezza nel dibattito, pur così povero, sull’approccio bioclimatico: una delle strade più interessanti, e direi obbligate, per gli sviluppi dell’architettura contemporanea. Il tema fu a suo tempo sollevato – quando ancora si discuteva - a proposito dell’opera di Renzo Piano, della quale solo dopo anni e un po’ obtorto collo si è riconosciuta l’importanza. In merito, Cucinella, parlando del disegno afferma: “Un tempo si disegnava con la china. Tratto pulito, linee precise. Un’estensione quasi fisica dell’architetto. Io invece ho sempre disegnato con un pennarello. Perché per me il disegno è uno strumento di rappresentazione, non ho l’ansia della precisione, della qualità delle righe, del foglio perfetto... L’imprecisione del segno suggerisce un pensiero nascosto, inconscio. Un disegno è un disegno: la verità di un progetto si mostra e si svela nella costruzione. E nella costruzione emerge la capacità di riformare lo spazio, e quindi di incidere” (p. 94). Coerentemente, nella descrizione della maggior parte dei progetti, suoi e del suo studio, ormai numerosi in Italia e all’estero, Cucinella fornisce per ogni opera informazioni precise sui diversi elementi che la compongono: spazi vuoti, a corte o a giardino; pareti curve, opache o trasparenti; percorsi coperti, scoperti; alberature allineate, sinuose… e ne descrive i risultati dal punto di vista energetico, della gradevolezza fruitiva, della appropriatezza funzionale. Obiettivo principale è infatti un rapporto corretto tra tecnica e visione in un sistema ambientale coerente col clima, il luogo e la funzione da affrontare: non un linguaggio o una forma astratta. Altrettanto coerentemente, manca nel testo qualsiasi immagine delle opere realizzate e sono solo riportati degli schizzi molto approssimativi eseguiti a pennarello. Eppure, io credo sia evidente che il linguaggio e la forma sono i modi in cui le scelte espressive, specie nei contesti urbani, rappresentano e costruiscono il valore e la memoria dei luoghi da parte dei soggetti e delle comunità; o, al contrario, li negano, quando assolutamente estranei, per esempio, a quei sistemi spaziali composti che hanno sempre connotato le nostre città. L’assimilazione di certe forme inedite, di certe scelte linguistiche avviene per gradi, lentamente e a mio parere richiede un contesto e, forse, un’assunzione più esplicita di responsabilità, anche politiche riguardo a scelte importanti per la città. Alle quali lo stesso Cucinella non pare voglia sfuggire, oggi che è inserito stabilmente in un contesto produttivo con interventi importanti come, ultimi a Milano, due grattacieli a Cascina Merlata e soprattutto la Torre UnipolSai nel centro direzionale di Porta Nuova.
Riporto quanto lui stesso scrive rispetto al suo attuale impegno e alle sue forti visioni come progettista: ”Ancora oggi, quando mi succede di rivedere un’opera che ho progettato, se penso a cosa c’è stato dietro, alla macchina enorme che si è mossa, economica certamente, ma anche umana, resto col fiato sospeso… È un sentimento ricorrente quando sono a Milano e osservo la Torre UnipolSai, l’opera che oggi mi identifica di più (p. 95)… lo stupore per tutte le risorse messe in campo, l’energia delle persone coinvolte. Guardo e ripercorro anche le notti insonni in studio, i momenti quando ancora la Torre era sui nostri tavoli, dentro ai nostri computer, rivedo come l’abbiamo realizzata, come ci abbiamo scherzato sopra (p. 96)… Per raccontarla sento che è necessario contestualizzarla all’interno di quella che è stata la trasformazione della città di Milano. È una contestualizzazione necessaria, perché mi permette di spiegare il progetto inserendomi in una trama e perché penso che, per quanto riguarda l’architettura, non c’è stata nessuna città che, come Milano, abbia accettato la sfida della contemporaneità.” (p. 97). È dunque anche nel suo essere parte di un complesso ormai affermato nell’immaginario cittadino che per Cucinella si giustifica la scelta linguistica e formale di un edificio che certamente si impone e impone alla città la propria figura. La Torre si colloca infatti nel luogo che alcuni ritengono oggi il più simbolico di Milano, più della piazza del Duomo: la piazza Gae Aulenti a Porta Nuova. Qui sono stati costruiti infatti, e in pochi anni, prestigiosi grattaceli da parte di altrettanto prestigiosi architetti… e qui anche Cucinella ha accettato la sfida.“L’edificio – scrive – è una ellisse rivestita da una rete: la rete vuole essere la concretizzazione estetica dell’identità di Unipol, che è una rete di relazioni, ma anche di aree di intervento, dalla salute, dalle assicurazioni, agli investimenti. Abbiamo poi sfruttato il fatto che questo fosse l’unico edificio che poggia al livello della strada… per raccontare due storie. Una più di contenuto; l’altra progettuale. L’accesso all’edificio è costituito infatti da un grande atrio alto 75 metri. Questo atrio ci permette di dipanare una narrazione: quella della città che entra dentro l’edificio e dell’edificio (come la società che ospita) che allo stesso modo si apre alla città (p. 98). La seconda storia è progettuale: l’atrio è uno spazio di moderazione climatica. L’involucro esterno è infatti concepito come una doppia pelle che permette di isolare l’edificio in inverno e… limitarne il surriscaldamento durante l’estate… Questo progetto… si porta dietro memorie stratificate… (tra le altre) la City Hall di Norman Foster a Londra. Il collegamento sta sicuramente nell’aspetto esteriore con la struttura esterna a rete. Invece gli elementi di differenziazione sono soprattutto due. Il primo: qui la copertura è tagliata in diagonale nella sommità. Il secondo è che questo taglio apre un enorme affaccio interno che attraversa tutta la Torre” (p. 99).
Non continuo: siamo in una vulcanica, entusiastica descrizione di un intervento architettonico suggestivo che certo, più dei suoi illustri compagni e dello stesso Bosco Verticale, si fa carico di obiettivi ambientali e di risparmio energetico, ai quali dà evidenza attraverso una forte espressività. La mia impressione, tuttavia, è che un linguaggio più quotidiano per la città, sia ancora da cercare e praticare.
Bianca Bottero
N.d.C. – Bianca Bottero, già professore ordinario di Tecnologia dell’architettura, ha insegnato Progettazione ambientale presso la seconda Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ha svolto attività di ricerca nel campo della progettazione urbana, della sostenibilità e dell’abitazione sociale col Laboratorio ABITA da lei diretto. Nel 1987 ha creato, con Lorenzo Spagnoli e altri, l’annuario internazionale “Housing” che ha diretto fino al 2000. Da dieci anni collabora con l’Associazione di volontariato Alfabeti, insegnando italiano alle donne extracomunitarie che vivono nel quartiere San Siro a Milano.
Tra i suoi scritti: a cura di, Città e campagna (Edizioni del sole, 1975); con Lodovico Meneghetti, a cura di, Il problema della casa (Clup, 1977); a cura di, Alain Lipietz, La rendita fondiaria nella città. Circolazione del capitale e proprietà fondiaria nella produzione edilizia (Feltrinelli, 1977); La cultura del 900. Architettura (Gulliver, 1979; Mondadori, 1982); a cura di, Progetto e gestione dello spazio nelle società complesse. Rapporto di ricerca dai paesi anglosassoni (Clup, 1984); Progetto o metodo. Variazioni sul tema della Salina di C. N. Ledoux (Guerini, 1988); a cura di, Decostruzione in architettura e in filosofia (CittàStudi, 1991; Clup, 2002); a cura di, Progettare e costruire nella complessità. Lezioni di bioarchitettura (Liguori, 1993); con Anna Di Salvo e Ida Faré, a cura di, Architetture del desiderio (Liguori, 2011).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città vs cittadini? No grazie (10 febbraio 2023); Città femminili? Ahimè, non ancora (18 ottobre 2024); L’urbanistica è quantistica (21 marzo 2025).
Sul libro oggetto di questo commento, v. anche: Francesco de Agostini, L’empatia nella cassetta degli attrezzi (3 luglio 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 10 LUGLIO 2025 |
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