Emilia Corradi  
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STORIE DI ARCHITETTURE (E DI AMICIZIA)


Commento al libro di Luigi Spinelli



Emilia Corradi


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Storie di architetture (e di amicizia) potrebbe essere il sottotitolo del numero 5 della collana Imprinting edita da LetteraVentidue. Luigi Spinelli nel suo Cino Zucchi (2025) ha dato corpo a un’opera di registro (e regesto) importante del lavoro del suo amico e collega al Politecnico di Milano pur conservando la sobrietà, l’eleganza o, meglio, il “garbo” che caratterizza queste due figure. La denominazione dello studio “Cino Zucchi Architetti”, infatti, viene volutamente lasciata sullo sfondo per poi essere ripresa nell’interessante appendice di approfondimento conferendo all’intero volume una dimensione tecnicamente “scientifica” che lascia solo trasparire quella amicale.

Zucchi e Spinelli sono dotati del «dono della libera intelligenza» (Rava, 1931: 43) che, scevra da ogni considerazione politica, può essere assunta come valore critico per inquadrare tanto l’opera del primo quanto la narrativa del secondo. Quelle narrate nel libro sono storie nelle storie, un doppio binario di scrittura/architettura, un dialogo tra due amici, tra “architetti-professori” che pone alla base della riflessione un confronto serrato sul ruolo dell’architettura nella successione di «spazi in sequenza» (Spinelli, 2025: 31), di una «cultura internazionale per ricostruire Milano» (Canella, 1980: 3-9) che va oltre la riflessione sul progetto nel capoluogo lombardo per abbracciarne una cosmopolita senza rinunciare alle proprie radici. Da qui si entra in una sorta di guida per riconoscere i propri maestri, espressa attraverso il valore di una riflessione critica sul concetto di città, architettura, modernità e futuro, dando voce a ciò che, nell’imprinting sotteso della collana, vuole documentare una «continua interrogazione» (Saggio, 2025: 12) non solo sul giocare tra regola ed eccezione, ma restituendo una nuova narrativa all’architettura italiana (Saggio, 2025: 6) riportandola al centro della discussione critica internazionale.

La struttura narrativa del confronto si articola in quattro elementi: Consuetudini, Innesti, Caratteri, Facciate. Ad ognuno di essi corrisponde un grado di complessità e di scale progettuali e narrative differenti, non per importanza ma per volontà di descrivere un percorso critico in cui il confronto serrato tra una cultura cosmopolita e il principio tipo-morfologico che caratterizza la cultura architettonica milanese. Si potrebbe definire un imprinting nell’imprinting anche se Zucchi «non aderisce alla Tendenza» (Saggio, 2025: 11) ma ne assorbe il valore culturale di scelta e di rigore teorico con il suo valore riconosciuto nel contesto critico internazionale.

La rinuncia a una trattazione cronologica a favore di una tematizzazione se da un lato complica la ricostruzione evolutiva delle opere, dall’altro restituisce, allo stesso tempo, una stratificazione di contemporaneità o di sovrapposizione di esperienze e riflessioni sul progetto a vantaggio di una lettura teorico-critica. A queste sovrapposizioni si aggiunge una trasversalità di temi, varianti e invarianti, di scelte e percorsi formativi, che restituisce un percorso di riflessione teorica riletto attraverso le parole di Zucchi. Brani di interviste che, in diversi passaggi, fissano un processo di rielaborazione continua di codici semantici esistenti, astraendoli dal contesto per restituirli sotto forma di riflessioni e di dispositivi progettuali: Interferenze combinatorie, Mutazioni tipologiche, Spazi dei riti quotidiani, solo per citarne alcuni. Scostamenti e deviazioni minime sottendono sempre citazioni esplicite nei riferimenti che compaiono all'interno di una narrazione semantica più ampia.

È nel dialogo tra amici ed opere che l’indagine critica lascia posto alla riflessione teorica, un discorrere sulle circostanze dell’architettura e degli edifici e delle loro vicende che sostituisce volutamente il confronto con il dibattito contemporaneo sul ruolo dell’architettura nell’incidere sulle trasformazioni dei luoghi. L’insieme di scelte, di restituzioni, di sovrascritture, attraverso quella che Spinelli definisce «educazione sentimentale» (Spinelli, 2025: 17) si basa sull’individuazione di caratteri non solo specifici su cui reimpostare un dialogo tra parti di città che vivono squilibri e distruzioni semantiche generate da speculazione, incuria, abbandono, ma rappresentano elementi e condizioni in cui il progetto di architettura può ancora incidere e riflettere sulla responsabilità dell’architettura nel ri-costruire oggi, tessuti e trame urbane e orientamento civile per chi le abita.

La rievocazione della mostra su Luigi Caccia Dominioni alla XVI Biennale di Architettura di Venezia, “Everyday Wonders | Luigi Caccia Dominioni and Milano: the Corso Italia complex”, curata da Zucchi insieme a Simona Pierini, rappresenta il fulcro del ragionamento del libro: le radici come chiave di lettura di un percorso che pone al centro dell’osservazione la ricostruzione e abbraccia una dimensione epistemologica del proprio agire. Non c’è solo la fisicità delle esperienze di Caccia Dominioni, ma c’è anche un modo di osservare da parte di Zucchi – nella rilettura di Spinelli –, di analizzare e di tradurre nella contemporaneità una sensibilità e una cultura del progetto che parte dalla pianta e si insinua nella costruzione delle facciate.

Se nelle facciate di Caccia Dominioni il portato del campo figurativo guarda a riferimenti domestici e nordeuropei, in Zucchi il sistema di relazioni tra pieni e vuoti e l’equilibrio tra regola e deviazione raccontano una non neutralità tesa a evocare tipologie, memorie, linguaggi, lavorando su una memoria urbana milanese più esplicita e stratificata. Entrambi, tuttavia, utilizzano griglie o sistemi modulari, ma mentre Caccia Dominioni li rompe in modo quasi pittorico, Zucchi li articola con microvariazioni controllate, una sofisticatezza “garbata” in cui la facciata diventa uno spessore abitato, un elemento urbano e non più solo domestico.

Nello stesso modo, l’esperienza di Asnago e Vender lascia profonde tracce nel ragionamento interpretativo che Spinelli ricostruisce come fondamento critico delle architetture descritte: tracce che si disvelano in una radice operativa la cui trascrizione contemporanea non appare come un dogma, bensì come atto interpretativo di una tradizione milanese e non solo. In fin dei conti, per stessa ammissione di Zucchi, le sue architetture risentono di una domesticità legata a consuetudini, una dimensione intima riletta attraverso una cultura cosmopolita che gli consente di usare un vocabolario molto ampio, attitudine spesso della poesia, senza «procedere ad alcuna semplificazione o ad alcun irrigidimento» (Bachelard, 1975: 9).

Le figure che ne emergono – descritte minuziosamente da Spinelli nel racconto delle opere di architettura selezionate – sono, in realtà, storie di relazioni morfologiche, in cui le scale d’intervento sono molto differenti se comparate tra loro. Emerge, tuttavia, la restituzione di un legame in cui il primato della pianta non è prescindibile dalle facciate, una “mutazione” in cui non è solo la tipologia ma una continua variazione «tra distribuzione e involucro» (Spinelli 2025: 81). Qui, però, non si tratta solo di «briglie sciolte» (Spinelli 2025: 82) ma del tentativo di ricostruire trame, legami con il tessuto urbano, in un processo di osmosi tra spazio interno ed esterno. Parlare di un’opera specifica o ripercorrere tutte le architetture di Zucchi rilette da Spinelli significa smontare l’efficacia narrativa che caratterizza il libro che rappresenta più un dispositivo interpretativo che un’opera celebrativa, in cui la cronologia delle opere è spesso sovrapposta. Piuttosto, l’impostazione interpretativa sistematica dell’opera di Zucchi restituita da Spinelli offre una articolazione complessa del libro ma nel contempo ne limita l’indagine critica. L’esito è quello di individuare dei “cristalli” che non hanno paura di affrontare «la difficoltà a pensare la complessità e stratificazione dell’oggetto architettonico, il piacere della forma senza la paura dell’obbligo di una scelta univoca» (Pierini, 2015: 67), un posizionamento critico che viene condiviso dai due architetti, professori e colleghi.

Dalle «due o tre cose che so su di lui» (Spinelli, 2025:52), è possibile misurare il grado di rigore della narrazione di Spinelli: raccontare il percorso di un'amicizia e della stima reciproca in chiave critica e senza cadere nella retorica della celebrazione richiede una sensibilità e un rispetto reciproco che si coglie nello sforzo di restituire la figura di Zucchi per quello che è così come il suo portato teorico e culturale narrandolo senza piacioneria o sentimentalismi. Un lavoro di riduzione e di astrazione oggettiva raro, oltre che di generosità, nell’aver condiviso queste “due o tre cose” con tutta la comunità scientifica. Di questo siamo grati tanto a Spinelli quanto a Zucchi oltre che a Saggio per aver colmato una lacuna priva di senso.

Emilia Corradi

 

 

Riferimenti bibliografici
Bachelard G. (1975), La poetica dello spazio, Dedalo, Bari.
Canella G. (1980), “Cultura internazionale per ricostruire Milano”, in Hinterland, n° 13-14, pp. 4-9.
Proietti F. (2012), “L’éducation sentimentale di Gustave Flaubert come testo politico”, in Storia e Politica, n. 3, pp. 453-473.
Pierini O. S. (2015), “Questioni di tecnica della forma”, in F. Bilò , a cura di, Letture incrociate. C’è qualcosa di nuovamente attuale nel progetto culturale della Tendenza? Gangemi, Roma, pp. 64-69.
Rava C. E. (1931), “Spirito latino”, in Domus, n. 38, pp. 24-30.
Spinelli L. (2025), Cino Zucchi, LetteraVentidue, Siracusa.
Spinelli L. (2012), Gli spazi in sequenza di Luigi Moretti, LetteraVentidue, Siracusa.
Saggio A. (2025), “Imprinting”, in Spinelli L., Cino Zucchi, LetteraVentidue, Siracusa, pp. 6-9.

 

N.d.C. – Emilia Corradi è professore associato di Composizione architettonica e urbana al Politecnico di Milano. Afferisce al Dipartimento di Architettura e Studi urbani e insegna nella Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle costruzioni dove è presidente/coordinatore del Corso di Laurea in Progettazione dell’Architettura -L17.

La sua attività di ricerca è volta a declinare il tema del progetto architettonico e urbano in relazione alle diverse definizioni di fragilità come dato essenziale su cui generare le relazioni tra teoria e prassi del progetto sia in contesti urbani degradati che in contesti minori e paesaggistici fragili per definizione.

Tra i suoi libri: con Ludovico Romagni, a cura di, Dettagli territoriali (Sala, 2003); con Raffaella Massacesi, a cura di, Infrastrutture minori nei territori dell'abbandono. Le reti ferroviarie (Aracne, 2016); a cura di, Esercizi di lettura Architetture per piccoli contesti (Maggioli, 2018); Pieghe. Tra spazi interstiziali e oggetti residuali (Maggioli, 2018); con Giulia Setti, a cura di, Diacronie. Giangiacomo D'Ardia, progetti di architettura, 1967-2017 (Maggioli, 2019); con Fabrizia Berlingieri, Cassandra Cozza, Imma Forino, Yasmeen Lari. An architect (Pearson, 2021); con Fabrizia Berlingieri, Roberto Cavallo ed Hans de Boer, a cura di, Design Actions for Shifting Conditions (TU Delft Open Books, 2022); Condividere lo sguardo. Azioni di architettura e progetti per comunità e territori (LetteraVentidue, 2024); a cura di, Oltrerischio. From resilience to antifragility. Architectures, practices, communities (LetteraVentidue, 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

 

R.R.


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24 LUGLIO 2026

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M. Assennato, La storia come politica, commento a: R. Masiero, S. Tagliagambe, P. Zanenga, Metadomini (Libria, 2025)

P. Perulli, Conoscere la città camminando, commento a: G. Nuvolati (a cura di), Camminare la città (il Mulino, 2025)

M. Peverini, La casa è di nuovo sexy?, commento a S. Gainsforth, L'Italia senza casa (Laterza, 2025)

P. Pileri, La terra è un cantico, commento a: S. Mancuso, Il cantico della terra (Laterza, 2025)

M. Cusumano, Ambiente: la dimensione del rischio, commento a: A. Mela, S. Mugnano (a cura di), Il rischio ambientale (Carocci, 2025)

M. R. Gisotti, Molti luoghi dentro di noi, commento a: A. Marson, A. Tarpino, Sguardi sul paeesaggio (manifestolibri, 2025)

F. Gastaldi, La casa: diritto o privilegio? Commento a: A. Gramigna, A. Scialdone (a cura di), Diritto o privilegio? Fabbisogni abitativi... (Egea, 2026)

M. Santangelo, La relazione nella città reclusa, commento a: A. Di Franco, M. Frangipane, G. Orsenigo, Progettare in carcere (LetteraVentidue, 2025)

P. Grassi, Le reti come strumento di sussidarietà, commento a: A. Ranzini, Reti per una città che cura (FrancoAngeli, 2025)

A. Rosima, La città è (anche) dei giovani, commento a C. Leccardi, Vite aperte al possibile (il Mulino, 2025)

F. Ceci, Napoli: la necessità di fare politica, commento ai libri di: B. Russo, Le case dei sogni (Monitor, 2025); L Rossomando, L’impresa del bene (Carocci, 2025); A. Esposito, Le case degli altri (Editpress, 2023).

M. Russo, Arte e architettura: uno spazio comune, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)

G. Zucconi, Napoleone tra architettura e città, commento ai libri di G. D'Amia et al.

M. Manzelle, Perché Venezia sia ancora una città, commento a: D. Calabi, Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025)

L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)

M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)

P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)

P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)

F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)

F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)

G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)