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IMPARARE COL CORPO, VIAGGIANDO
Commento al libro di Roberto Secchi
Rosario Pavia
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Il libro di Roberto Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024), si inserisce in un genere letterario e saggistico inconsueto: è un libro di viaggio e di formazione, ma si discosta nettamente dalla tradizione degli architetti del Grand Tour cui appartiene in fondo anche l’esperienza giovanile di Le Corbusier. Non c’è la ricerca di un Sud mitico e di radici mediterranee che appassionò tanti architetti della prima metà del Novecento. Lo sguardo è rivolto al di là delle Alpi, ma il libro non propone un itinerario definito. È piuttosto un percorso personale, autobiografico, che attraverso gli anni, dal periodo universitario degli anni Sessanta agli anni più recenti, conduce Secchi a incontrare una pluralità di opere di architettura, realizzando un processo continuo di apprendimento e di riflessione sulla cultura del progetto.
Roberto Secchi ha insegnato con passione e competenza progettazione architettonica alla Sapienza di Roma, misurandosi spesso con la dimensione sperimentale e professionale. I viaggi, l’attenzione alle opere di architettura, colte nel loro contesto urbano e culturale, trovano nella scuola e nell’insegnamento lo sfondo principale attraverso cui traguardare un testo che intreccia le descrizioni degli spazi e dei caratteri tipologici e tecnici degli edifici visitati, le interpretazioni del linguaggio architettonico, a ricordi, sensazioni, riferimenti letterari. Al centro della narrazione c’è il corpo di chi attraversa lo spazio, un corpo inteso come unità di carne e mente, si tratta di una posizione culturale importante che si rivela fin dall’inizio del testo ma che si consolida via via, divenendo una pratica fenomenologica, un metodo che rivendica un’architettura necessariamente empatica, capace di suscitare meraviglia, di coinvolgere i sensi, aprire l’immaginario, avviare un processo cognitivo. “Credo che l’architettura sia esperienza dello spazio vissuto dal fruitore, spazio e abitante costituiscono una diade indivisibile”. Ciò che conta, afferma Secchi è “la macchina di tutti i sensi sollecitati dall’esperienza nell’abbandono ai sentimenti dello stupore risvegliati” (p. 9). Il libro è in questo senso un gesto di opposizione alla condizione di estraneazione e di passività nei confronti dell’architettura e del paesaggio urbano contemporaneo. È anche un modo per reagire all’informazione mediatica che, attraverso la diffusione dei social e le immagini patinate delle riviste specializzate, riducono l’opera di architettura a un oggetto di consumo.
Per Secchi l’apprendimento dell’architettura è un esercizio laborioso di analisi e di meditata assimilazione, in cui entrano in gioco una pluralità di fattori: gli studi e le letture in corso, l’esperienza e la sensibilità che mutano con gli anni, gli stati d’animo del momento. Gli incontri con l’architettura di Secchi sono testimonianze utili a ricostruire il contesto culturale di un periodo, di una scuola, di un gruppo. A partire dagli inizi universitari, dai suoi primi viaggi di studio alla scoperta dell’architettura moderna, si sente la presenza di Bruno Zevi che invitava a mettere al centro il ruolo dello spazio, di Paolo Portoghesi che conduceva gli studenti fuori dalle aule ad analizzare la complessità del barocco romano, di Ludovico Quaroni e Mario Fiorentino docenti di composizione architettonica. Si sente l’importanza data dagli studi universitari di allora al disegno come strumento conoscitivo, che obbligava gli studenti a disegnare dal vero e riprodurre a mente piante e sezioni delle opere di architettura. Si sente l’influenza di letture di testi in uso in quegli anni, da Pevsner e Giedion, a Benevolo ed Argan che facevano coincidere l’architettura moderna con un progetto di rinnovamento ed emancipazione sociale. Non è un caso che i primi viaggi di studio di Secchi siano dedicati ai maestri del moderno: a Labrouste, a Perret, a Beherens. Le descrizioni sono approfondite attente alla struttura costruttiva, ai materiali, agli aspetti distributivi, alla luce, alla concatenazione degli spazi.
I viaggiatori del Grand Tour (Montesquieu ad esempio) amavano osservare la città dall’alto prima di visitare le sue parti, nei viaggi di Secchi ritroviamo la permanenza di questa pratica antica, di cui si sente ancora bisogno nonostante lo sviluppo delle dimensioni urbane: “avevo imparato a guardare la città e i loro territori dall’alto prima di visitare le singole architetture” (p.35). Così a Darmstadt, a Francoforte, persino nel piatto paesaggio finlandese dove una bassa collina consente di avere una visione d’insieme del centro civico di Seinäjok progettato da Alvar Aalto. C’è in Secchi un indubbio interesse per la architettura razionalista tedesca per il suo rigore funzionalista e l’impegno civile nell’affrontare il tema dell’abitazione sociale. I viaggi a Berlino Est per conoscere da vicino le opere di Bruno e Max Taut e di Gutikind sono vissuti come veri “pellegrinaggi”.
L’adesione al razionalismo, tuttavia, si arricchisce attraverso l’interesse per una architettura funzionale, che mantenendo l’unità dell’organismo rompe le simmetrie, articola lo spazio e le volumetrie: nel viaggio a Hilversum è coinvolto profondamente dalle opere di Willem Dudok e di Johannes Duiker. A Berlino ricerca l’eredità espressionista nel Max Plank Institut di Fehling & Gögel, individuando corrispondenze sorprendenti: “ci si “interrogava sulla legittimità così palese con le architetture degli anni Venti e con quelle dell’immediato dopoguerra, soprattutto di Scharoun di cui avevamo visto la Philarmonie, la Staatbibliothek e l’Instrumentenmuseum”(p. 199).
L’interesse per l’architettura dell’espressionismo consente a Secchi di ampliare la visione del moderno verso linguaggi più aperti, più legati al contesto, al vissuto, alle modalità di fruizione dello spazio. I viaggi più recenti, a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila diventano l’occasione per accostarsi alle architetture dichiaratamente più sperimentali e innovative. A Rotterdam è colpito dalla qualità dei nuovi quartieri residenziali: “la cultura dell’abitazione olandese si era prolungata nella grande città contemporanea ad alta densità” (p. 213). Ma è il complesso del NAI di Jo Coenen ad attrarlo maggiormente per la sua architettura come complesso marchingegno: “la composizione era un montaggio di pezzi, ciascuno dotato di una propria individualità, connessi, ma non sostenuti in alcuna figura di pianta” (p. 214). Astrazione e costruttivismo. La gabbia strutturale di acciaio e la tettoia che sovrasta l’edificio conferiscono all’insieme una forza iconica propria di un grande landmark urbano.
Pur dichiarando di nutrire “una certa ostilità” nei confronti del mondo delle archistar”, Secchi è attratto da molte opere di quella contemporaneità. Il museo Kiasma di Steven Holl, a Helsinki, lo appassiona per la sua capacità di avvolgere l’utente in una sequenza di spazi fluidi. Il museo è un attrattore empatico che cattura il visitatore per condurlo nel suo ventre di organismo “zoomorfico”. Di fronte al museo Secchi ebbe “l’impressione che si trattasse del corpo di un pesce spiaggiato… e così appariva all’interno. Forse avevo percorso le sue viscere seguendone le traiettorie degli itinerari della visita”.
A Lucerna, il complesso del centro culturale e congressuale (KKL) di Jean Nouvel lo attrae e lo incuriosisce: “la spropositata profondità della pensilina si protendeva verso il lago, sembrava sottilissima, terminando verso l’acqua con il minimo spessore” (p. 266). È la città, il lago, il fiume, il paesaggio, tuttavia, ad affascinarlo; soprattutto i ponti SpreurbrüKe e KapelbrüKe. Questi sono “di forma singolare… due linee spezzate per collegare, sulle opposte sponde interamente coperti e costruiti in legno (…). Camminare sul legno, coperti da una struttura di capriate lignee, con pareti e parapetti costruiti in perfetta omogeneità con pavimentazione e copertura suggerisce l’idea d’essere entrati in un lungo tunnel ligneo che risuona ai nostri passi” (pp. 271-272)
Sul lago di Costanza il Kunsthaus di Peter Zumthor gli appare come un “volume puro, un cubo di vetro opalino, una costruzione in forma di parallelepipedo”. Purezza, sobrietà trasparenza, esattezza e leggerezza grazie a una gabbia strutturale portante e dispositivi tecnologici di ancoraggio delle superfici di vetro, efficacemente integrati nelle facciate. Una scatola magica: all’interno “la luce si diffondeva uniformemente. Non era mai una luce diretta ma sempre filtrata e calibrata. Non abbagliava ma conferiva uno straordinario senso del vuoto” (p. 259). In questo vuoto le superfici in calcestruzzo, perfettamente levigate, si offrivano al tatto: “considero il tatto un senso molto sottovalutato (…), invece è estremamente importante per una valutazione della qualità dello spazio” (p. 255).
Roberto Secchi ci offre un ampio repertorio di luoghi, di architetture, di modalità di percezione dello spazio. Trai suoi viaggi, gli itinerari dedicati a Roma, la sua città, assumono un rilevo particolare. Secchi analizza con cura il rapporto degli edifici postali realizzati tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: dall’intervento di Adalberto Libera e Mario De Renzi, a quelli di Giuseppe Samonà, di Mario Ridolfi e dei BBPR. Sono opere importanti che rivelano le diverse anime del razionalismo italiano; tutti gli interventi si confrontano, tuttavia, con la specificità dei luoghi, alla ricerca di una relazione forte con i caratteri edilizi di una città in crescita, in cui le poste come servizio pubblico e architettura civica dovevano emergere come elementi nodali per orientare e qualificare lo sviluppo dei tessuti edilizi in via di consolidazione o formazione (le poste dell’EUR).
A distanza di circa settant’anni le chiese realizzate nella estrema periferia di Roma verso il mare, lungo la Cristoforo Colombo, offrono a Secchi l’occasione per analizzare le opere di Alessandro Anselmi (San Pio da Pietralcina, Malafede), di Umberto Riva (San Colombiniano, Infernetto), di Antonio Monestiroli (San Carlo Borromeo Apostolo, Fonte Laurentina), di Marco Petreschi (SanTommaso Apostolo, Infernetto). Gli interventi sono diversissimi: le forme e gli spazi si articolano in una molteplicità di linguaggi. Alla dispersione della periferia sembra corrispondere una diffusione di lingue personali o di gruppo, come nel caso della chiesa di Monestiroli dove appaiono “chiaramente gli insegnamenti dei maestri Aldo Rossi e Giorgio Grassi nel loro periodo più rigorosamente definibile come espressione della tendenza” (p. 318). Le soluzioni spaziali si confrontano con contesti urbani informi, tentano con le loro volumetrie e geometrie di far emergere una centralità architettonica riconoscibile e inclusiva. Impresa difficile, le architetture sembrano impotenti di fronte alla volgarità di un paesaggio urbano anonimo e banale. L’impresa è resa ancora più difficile per la frammentazione dei linguaggi: “non c’è attualmente nel nostro paese una cultura orientata verso una qualche tendenza, verso una ricerca di una filosofia del progetto, di obiettivi comuni. Tutti sembrano avere ripiegato sulla propria soggettiva ricerca che possa rappresentare la loro individualità e unicità” (p. 337). Pur in questa dispersione Secchi non rinuncia a rintracciare “semi di speranza”. La speranza che il progetto moderno possa trasformarsi ancora e ritrovare la sua finalità di promuovere un mondo migliore, contribuendo ad affermare i valori di libertà e di democrazia. La speranza che l’architettura possa ancora riproporsi come principio, come utopia concreta, come polarità dialettica capace di orientare lo sviluppo qualitativo della città.
Rosario Pavia
N.d.C. - Rosario Pavia, già professore ordinario di Urbanistica all'Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara, ha diretto il Dipartimento Ambiente Reti e Territorio dello stesso ateneo e il periodico "Piano Progetto Città".
Tra i suoi libri: Le paure dell'urbanistica (Costa & Nolan, 1996); con A. Clementi, Territori e spazi delle infrastrutture (Transeuropa, 1998); Babele. La città della dispersione (Meltemi, 2002); con L. Caravaggi e S. Menichini, Strade paesaggi (Meltemi, 2004); Adriatico risorsa d'Europa (Diabasis, 2007); con M. Di Venosa,Waterfront. Dal conflitto all'integrazione (LISt, 2012); Il passo della città. Temi per la metropoli futura (Donzelli, 2015); Tra suolo e clima. La terra come infrastruttura ambientale (Donzelli, 2019; RCS 2020); Bruno Zevi. Uomo di periferia (Bordeaux, 2022); Roma Babilonia. Figure dell’inerzia urbana (Bordeaux, 2024).
Per Città Bene Comune ha scritto: Il suolo come infrastruttura ambientale (11 maggio 2016); Leggere le connessioni per capire il pianeta (21 giugno 2018); Questo parco s’ha da fare, oggi più che mai (19 aprile 2019); Roma, Flaminio: ripensare i progetti strategici (26 febbraio 2021); Le città di fronte alle sfide ambientali (1 ottobre 2021); Le parole dell’urbanistica (21 gennaio 2022); Il porto come soglia del mondo (22 aprile 2022); Le strade sono architetture (ma non solo) (21 ottobre 2022); La cura è nel Mediterraneo (31 ottobre 2024).
Sui libri di Rosario Pavia, v. i commenti di: Renzo Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall’uomo (e dai suoi rifiuti)? (23 settembre 2015); Patrizia Gabellini, Un razionalismo intriso di umanesimo (22 settembre 2016); Paolo Pileri, Suolo: scegliamo di cambiare rotta (28 giugno 2019); Luca Zevi, Forza Davide! Contro i Golia della catastrofe (28 febbraio 2020); Patrizia Gabellini, Suolo e clima: un grado zero da cui ripartire (24 aprile 2020); Piero Ostilio Rossi, Zevi: cinquant’anni di urbanistica italiana (3 marzo 2023); -Anna Laura Palazzo, Tre sguardi su Roma (30 gennaio 2025); Enzo Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma (7 marzo 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 10 LUGLIO 2025 |
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