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CONOSCERE LA CITTÀ, CAMMINANDO
Commento al libro curato da Giampaolo Nuvolati
Paolo Perulli
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Ci sono ancora i flâneur, oggi? O sono solo una sopravvivenza del passato, quando Baudelaire esplorava Parigi, la capitale del XIX secolo, e Benjamin ne seguiva le tracce un secolo dopo? Oggi Parigi è solo – prima città al mondo per turismo globale – ricordo di quella stagione irripetibile. La modernità, nata qualche secolo fa (se vogliamo dare una data di inizio: il 1620, quando esce il Novum Organum di Francis Bacon, la scienza alla guida del mondo) è ormai morta da tempo (se vogliamo dare una data di fine: il 1979, La condizione postmoderna di Lyotard). Da qui in poi, esiste solo la impermanenza e intermittenza dei rapporti sociali, di qualsiasi tipo essi siano. E, primo tra tutti, proprio il nostro io che era al centro della scena, è destinato a uscire di scena. Sostituito da altro: l’io artificiale che domina i network sociali. Il flâneur è il simbolo di questa perdita. Quell’esplorare la città alla ricerca di se stesso, nella folla in cui l’io è tutti e tutti sono io, ha perso ogni significato. Nell’epoca attuale, ormai da tempo postmoderna, il flâneur sopravvive solo come viaggatore globetrotter, Bruce Chatwin in Patagonia, Cees Nooteboom in Giappone…, un istinto di fuga dalla velocità tecnologica del presente, un eclissarsi.
Invece la città torna protagonista nel bel libro curato da Giampaolo Nuvolati, Camminare la città. Manuale per la flânerie (il Mulino, 2025). Camminare diventa qui verbo attivo: io cammino la città, come io esploro la città, io sogno la città, io mi perdo nella città etc. Una rassegna, un manuale. Soprattutto un guardare: guardare le architetture (Biraghi), guardare i luoghi (Bottini), guardare le persone (Guerra), guardare gli oggetti (Lampugnani), guardare le tracce della storia (Morezzi e Zampini), guardare i segni (Pecorelli), guadare il more-than-human (Vergani), guardare i margini (Carrera).
Ma torniamo al camminare la città. Il verbo esprime un’azione, un’agency. Io cammino la città significa io costruisco la città, naturalmente nella mia mente. Camminare la città equivale a esplorare la mente dell’osservatore, che è pervasa di impressioni e di stimoli non solo visivi ma uditivi, tattili, olfattivi. Il testo di Lynch, ripreso da Bottini, ne è stato il campionario teorico migliore, basato com’era su un grande lavoro empirico di ricerca. Da cui emergevano i modelli e le mappe mentali delle persone che attraversano la città di Boston, o Los Angeles etc. e che letteralmente la costruiscono nella propria mente.
Convince meno l’idea che il flâneur sia un cercatore di persone, di contatti umani. Infatti, il flâneur evita le persone, si muove in un territorio di sogno (Benjamin), coincide con il tipo blasé che si difende dagli stimoli eccessivi della metropoli (Simmel). Per lui lo spazio si colloca tra due poli: il paesaggio e la stanza. La città è paesaggio da attraversare senza una meta, la stanza è il rifugio in cui ci si isola infine. In entrambi i casi l’interazione sociale, così importante per molti autori di questo libro, si riduce al minimo fino ad azzerarsi. Rousseau e Nietzsche, qui opportunamente citati da Guerra, camminano per pensare ma non cercano il contatto con altri: il primo raccoglie piante nelle sue passeggiate solitarie a Menilmontant (allora era sobborgo verde di Parigi), il secondo intuisce l’eterno ritorno nelle sue passeggiate ‘dedicate al pensiero’ a Sils Maria in Svizzera. Insomma, il flâneur è un sognatore solitario non certo un operatore sociale. Egli scivola nel passato: come nella propria infanzia nel caso di Benjamin, la meravigliosa infanzia berlinese, o nel passato della città come nel caso di Camillo Sitte, il grande architetto viennese qui citato da Magnago Lampugnani, e di tanti altri.
Proprio la dimensione di sogno è oggi perduta. E anche la ricerca di passato. Entrambe travolte dalla modalità tardo-moderna o postmoderna di frammentare tutto, di decostruire tutto. Per questo molto importante è il testo qui di Magnago Lampugnani dedicato ai frammenti urbani, di cui il flâneur si nutre: alberi, fontane, lampioni, orologi, tendoni e verande, cassette, targhe, cestini, bidoni, idranti, tombini, insegne, cartelli, stalli, telecamere… innumerevoli oggetti, miniarchitetture che parlano della storia passata e presente della città. Il flâneur è invitato da Magnago Lampugnani a nutrirsene, ma lo fa davvero? Si direbbe di sì. Il più eclatante dei casi è quello dei passages benjaminiani, le gallerie commerciali ottocentesche in cui il flâneur ‘incontra’ il consumo vistoso, ma che sono anche un sogno della collettività, scrive Benjamin. Oggi che le città sono divenute spesso non-luoghi, aeroporti o stazioni in cui muoversi in fretta, quei frammenti urbani assumono un nuovo significato: incanalano e controllano, registrano e sorvegliano i passanti inconsapevoli. Il resto lo fa lo smartphone, che divenuto oggetto totale viene guardato mentre si cammina o mentre si viaggia in metropolitana.
Molto distante da ciò, dall’attualità, è il lavoro di osservazione degli strati storici della città proposto da Morezzi e Zampini: affascinante percorso, che si richiama idealmente a Le Pietre di Venezia di Ruskin. Siamo in un ambito di critica della città che ha nutrito generazioni di specialisti, e ci avvicina altrettanto idealmente alla città della memoria di Proust (non per caso studioso di Ruskin). Ma di questa città della critica artistica e architettonica, il flâneur è solo un dilettante, per non dire del pubblico generico degli abitanti e dei visitatori della città contemporanea che di ciò nulla sanno.
Quando la città perde la parola, cessa di mostrare una propria identità (spesso industriale e operaia), è il tema affrontato da Pecorelli. Il caso milanese del Portello, quello della Barona, periferie in cerca di riqualificazione, richiamano giustamente il junkspace, teorizzato da Koolhaas. Solo che per lui si tratta di un valore, di una liberazione dal peso della città storica: che tutto sia junk! Che tutto sia spazzatura, per poter smontare meglio e rimontare a proprio piacimento le operazioni di valorizzazione capitalistica di una periferia. Mentre per Pecorelli è luogo di raccolta di segni, sia visivi che uditivi e olfattivi, dalla street art alle forme di resistenza artistica al degrado.
Vergani propone invece di riformulare la flânerie in chiave ecologista. Attività umana per eccellenza, la flânerie dovrebbe assumere un orizzonte non-solo-umano nella propria attività di esplorazione: guardare alle piante, agli animali e alle altre specie come coabitanti urbani. Certo è difficile travestire il flâneur da attivista ecologista, un compito che spetta semmai a movimenti collettivi che il flâneur non può rappresentare in alcun modo. Presupporrebbe un’utilità sociale della flânerie che è contraria al suo statuto epistemico. Semmai, il filosofo dell’abitare potrebbe svolgere un simile ruolo, come ha mostrato di recente Gabriele Pasqui nel suo libro I filosofi e il progetto per la città (2025). Mentre il flâneur non ‘progetta’. Egli cammina e osserva, non interviene. Abita spazi antropizzati, non ecologie. Ha scritto Karl Kraus, l’autore de Gli ultimi giorni dell’umanità, citato da Benjamin: “Nel passage di Berlino non cresce l’erba. Sembra il giorno dopo la fine del mondo, anche se la gente si agita ancora. La città organica è disseccata ed esposta in questo stato”.
Infine, ma non ultima, Carrera invita a guardare dai margini. A dislocarci. Il discorso femminista sulla flânerie, qui presentato, vuole mostrare uno sguardo ‘altro’ sulla città: la flâneuse sa cogliere più città di quanta ne colga il flâneur. Esempi innumerevoli possono essere portati al riguardo, oltre a quelli citati dall’autrice. Perché non risalire ad Antigone, che vede la Città in modo opposto a quello di Creonte, e rispetta leggi divine che sono superiori a quelle umane? Infatti, città è prima di tutto polis, in cui le donne sono escluse dal governo. Ma spesso vedono più in là, come la Lisistrata di Aristofane in cui le donne ottengono la pace praticando lo sciopero del sesso.
E se uomo e donna si unissero, come mostra Musil nello straordinario finale dell’Uomo senza qualità, a Vienna 1913-‘14, Ulrich e Agathe, fratello e sorella uniti verso il Regno millenario?
La letteratura, insomma, racconta la città meglio di qualsiasi altro strumento. Anche nell’epoca tecnica in cui viviamo. Lo mostra bene Papotti nel suo saggio sulla flânerie nella letteratura contemporanea, che degnamente conclude il volume.
Paolo Perulli
N.d.C. Paolo Perulli, già professore ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro, è stato docente e visiting scholar nelle Università del Piemonte Orientale, IUAV, MIT, Paris Sud e Accademia di Architettura di Mendrisio.
Tra i suoi libri: con Massimo Cacciari, Piano economico e composizione di classe. Il dibattito sull'industrializzazione e lo scontro politico durante la NEP (Feltrinelli, 1975); con Bruno Trentin, a cura di, Il sindacato nella recessione. Modelli e tendenze delle politiche contrattuali in Occidente (De Donato, 1983); Modello high tech: innovazione e lavoro nell'industria americana dei computers (Fondazione Adriano Olivetti, 1985); con Mimmo Carrieri, a cura di, Il teorema sindacale. Flessibilità e competizione nelle relazioni industriali (il Mulino, 1985); Pirelli 1980-1985: le relazioni industriali. Negoziando l'incertezza (Franco Angeli, 1986); a cura di, Città della scienza e della tecnologia (Arsenale, 1989); Note sugli scenari sociali dell'area metropolitana milanese (IRES Lombardia, 1989); Società e innovazione. Teorie, attori e politiche in Italia e negli Stati Uniti (il Mulino, 1989); con Enrico Ciciotti, a cura di, Politiche urbane per una metropoli europea: Lione (AIM, 1990); a cura di, Le relazioni industriali nella piccola impresa (Franco Angeli, 1990); Atlante metropolitano. Il mutamento sociale nelle grandi città (il Mulino, 1992); con Enrico Ciciotti, I dilemmi della cooperazione in una città politecnica. Stoccarda (AIM, 1992); con Enrico Ciciotti, Pianificazione strategica e giochi olimpici a Barcellona (AIM, 1992); a cura di, Globale/locale. Il contributo delle scienze sociali (Franco Angeli, 1993; 2001); con Enrico Ciciotti e Raffaella Florio, Milano. Competizione senza strategie? (AIM, 1994); Atlas metropolitano. El cambio social en las grandes ciudades (Alianza editorial, 1995); con Enrico Ciciotti e Bertrand Bellon, Innovazione come strategia. Un manuale per le piccole e medie imprese (Franco Angeli, 1995); a cura di, Pianificazione strategica (Daest, 1997); a cura di, Neoregionalismo. L'economia-arcipelago (Bollati Boringhieri, 1998); La città delle reti. Forme di governo nel postfordismo (Bollati Boringhieri, 2000); a cura di, con Matteo Vegetti, La città. Note per un lessico socio-filosofico (Università della Svizzera italiana, Accademia di architettura, 2004); Piani strategici. Governare le città europee (Franco Angeli, 2004); La città. La società europea nello spazio globale (Bruno Mondadori, 2007); Visioni di città. Le forme del mondo spaziale (Einaudi, 2009); a cura di, con Angelo Pichierri, La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società del Nord (Einaudi, 2010); a cura di, Il Veneto (Bruno Mondadori, 2010); Il dio contratto. Origine e istituzione della società contemporanea (Einaudi, 2012); a cura di, Nord. Una città-regione globale (il Mulino, 2012); a cura di, Terra mobile. Atlante della società globale (Einaudi, 2014); The urban contract. Community, governance and capitalism (Routledge, 2017); Perché falliscono le banche. Lo scontro tra capitalismo e società (goWare, 2018); Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo (La nave di Teseo, 2020); Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo (il Mulino, 2021); a cura di, Economia della velocità (Silvana ed., 2022); con Luciano Vettoretto, Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia (Laterza, 2022); Anime creative. Da Prometeo a Steve Jobs (il Mulino, 2024); Peter Thiel, l’America oggi. Il fondatore di PayPal e Palantir, il grande ispiratore di Trump (Baldini+Castoldi, 2026).
Per Città Bene Comune ha scritto: L’urbanità non è marketing (2 dicembre 2022); La vendetta dei dimenticati (11 aprile 2025).
Sui libri di Paolo Perulli, v. in questa rubrica: Monica Bernardi, Il futuro è nel glocalismo (28 luglio 2023); Loredana Sciolla, Geneaologia della creatività (3 luglio 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 17 LUGLIO 2026 |
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