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CONSERVARE GLI AVANZI, SENZA DIMENTICARLI


Commento al libro di Luciano Crespi



Luigi Trentin


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Questo libro, Stop City Now. Progetti di architettura dal finito al non-finito (LetteraVentidue 2025), è in qualche modo un racconto che viene sviluppato per una serie di capitoli che sono, allo stesso tempo, la storia personale del loro autore e anche la vicenda di una serie di cambiamenti che sono avvenuti nel mondo del progetto negli ultimi decenni. L’autore è Luciano Crespi: docente universitario prima alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e poi alla Scuola del Design di Milano Bovisa, autore di numerosi testi e saggi e architetto atipico, che ha esercitato il mestiere con diverse sfumature, cosa che il libro racconta molto bene. Le mie annotazioni non possono prescindere dalla mia lunga frequentazione con Luciano, con cui mi sono laureato in Architettura e con cui ho continuato a collaborare per diversi anni come assistente universitario: il mio nome spunta qui e là anche in alcune collaborazioni di progetto. Detto questo per correttezza nei confronti del lettore, passo a fare alcune osservazioni che forse aiuteranno meglio a capire la struttura e il senso di questa pubblicazione.

L’autore ha suddiviso i progetti in quattro grandi categorie: riparare, sostituire, connettere e non-finire, categorie a cui corrispondono dei precisi atteggiamenti nei confronti dei temi di progetto. Mi sembra una classificazione molto chiara e che mi sembra inutile ripercorrere: il lettore la troverà presentata nel testo e la potrà usare come chiave di lettura di un intero percorso progettuale. Mi sembra più interessante quindi muovermi con un percorso diverso, forse arbitrario, ma che può offrire dei punti di vista diversi sul contenuto del testo e soprattutto sul senso complessivo di questa operazione.

La prima osservazione che posso fare è l’esistenza di una circolarità che lega in maniera forse inaspettata le prime prove di progetto con gli ultimi orientamenti della ricerca progettuale di Crespi. Nei primi progetti vi è un insistita frequentazione del tema della riprogettazione: qualcosa che non è restauro – troppo comuni e talvolta davvero banali i manufatti di partenza, di poco interesse sia nella loro consistenza costruttiva sia nella loro scrittura architettonica, talvolta praticamente assente. Ma non si tratta neppure di ristrutturazione, almeno non nel senso che solitamente si attribuisce a questo termine. Sono delle operazioni a mio avviso molto interessanti, dove viene adottata una strategia di riscrittura di un testo edilizio senza qualità per riconfigurarlo nel suo valore di spazio, di linguaggio e di costruzione. La Casa Albini a Induno Olona (1990) è un ottimo esempio e, forse ancor più, la casa in Valcuvia (1995): operazioni condotte a partire da edifici modesti ma in qualche misura analoghe agli esercizi che Umberto Eco proponeva a livello linguistico – un esempio che Luciano ama citare – e che ti portano a lavorare su una traccia preesistente con ristrette regole molto precise attraverso cui poter operare.

Un atteggiamento che possiamo ritrovare, trasformato, nella pratica del non-finito che il libro ci presenta nella parte finale della rassegna. Sono questi dei progetti che assumono l’esistente come una partitura di base e che vanno alla ricerca delle qualità residua in lacerti, resti urbani ormai abbandonati e luoghi che hanno perso la loro ragione funzionale per sperimentare quale sia il grado minimo di intervento necessario per fare sì che possano tornare ad avere una qualità e una nuova vita urbana. Sono progetti che si assumono anche dei rischi: molto spesso le committenze anche pubbliche preferiscono la demolizione con conseguente ricostruzione, mentre allo stesso tempo normative e regolamenti edilizi non aiutano. Lo stesso vale per le giurie di concorso, che recepiscono più facilmente oggetti immediatamente identificabili a complesse operazioni di ripensamento degli spazi.

Un altro tema trasversale è quello del vuoto, esplorato in numerosi progetti. Qui la questione diventa più complessa e le proposte progettuali si muovono tra due poli opposti: da un lato, l’idea quasi archetipica della piazza e del suo significato storico all’interno dei tessuti urbani consolidati. All’opposto, la necessità di ripensare lo spazio pubblico quando questo si presenta nelle forme meno rassicuranti e riconoscibili delle periferie o nelle trame senza qualità a cui tanti scenari metropolitani ci hanno abituato. La prima categoria è rappresentata da progetti come quello per Piazza Gramsci a Cinisello Balsamo o la proposta di concorso per Verbania, dove il disegno della pavimentazione, il carattere degli elementi architettonici e la ricerca di allineamenti e giaciture è tutta rivolta al dialogo con la città. Alla seconda categoria appartengono progetti come il concorso per il “centro piacentiniano” di Bergamo, probabilmente incompreso dalla giuria per la sua apparente leggerezza nel toccare il meno possibile la forma attuale della situazione urbana e offrire una diversa chiave di lettura delle richieste del bando. O, ancora, il progetto di riqualificazione di via Lambruschini, che lavora a partire invece da uno spazio urbano di bassa qualità, completamente da reinventare introducendo piccoli elementi di design urbano e dando nuovo valore al percorso, alla luce, al verde urbano.

La differenza della scala di intervento è un’ulteriore chiave di lettura di questi progetti. Dimensionalmente, il progetto più ampio tra quelli raccolti nel testo è, probabilmente, il nuovo Municipio di Casalecchio di Reno: frutto di un concorso vinto e realizzato poi nel 1998. Si tratta di un tema, quello del municipio e, più in generale, dell’edificio pubblico per la città, che Luciano Crespi affronta più volte: diversi sono i progetti di concorso che portano poi ad alcune realizzazioni, come nel caso di Dresano e di Cassago Brianza. A Casalecchio il progetto è costruito sul dialogo di due corpi principali: il palazzo per uffici e la sala consiliare. La scelta del mattone e il linguaggio architettonico molto misurato non devono trarre in inganno: a mio giudizio si tratta di un progetto che guarda, seppure con occhio italiano, a contemporanee esperienze europee, Spagna e Portogallo su tutte. Al linguaggio più severo del corpo di rappresentanza si accompagna una scrittura più lieve e ricca di allitterazioni del volume degli uffici.

Di piccolissima scala invece l’edicola realizzata per piazza Cordusio: un piccolo oggetto dimensionalmente parlando ma di chiara vocazione urbana. Una piccola architettura dal doppio volto (di giorno: una struttura aperta che offre agli avventori un piccolo tetto di sapore ingegneristico e uno spazio che gioca sulla dialettica interno-esterno; di notte: un elegante oggetto di design che si richiude su sé stesso, esaltando il linguaggio della costruzione metallica) e dalla vocazione sociale di essere un luogo di incontro. Nel parlarne l’uso del passato è d’obbligo, perché l’arrivo di un noto marchio americano nel settore della ristorazione che si è insediato nell’edifico delle ex – Poste di Broggi ha portato all’eliminazione dell’edicola.

Tra questi due poli – il grande e il piccolo – numerosi edifici che cercano di riscattare con un linguaggio severo e con una composizione molto studiata – e qui gioca un certo peso il lungo rapporto di collaborazione e amicizia con Fabio Reinhard – la perdita di qualità urbana dei piccoli centri della Brianza e dell’hinterland milanese: quasi una reazione alla Babele dei linguaggi e all’insensatezza dello sviluppo urbano incontrollato. E il processo di reazione è un altro fil rouge che lega i lavori presentati in questo libro. Sono progetti di critica dell’esistente, che sia questo inteso nel senso materiale e concreto del contesto urbano o, più sottilmente, come modo diffuso di pensare il progetto.

Ed è nella parte finale del libro – a mio modo di vedere la più interessante per le aperture che mostra in chiave futura – che si mettono sul tavolo le questioni fondamentali. I progetti definiti dal loro autore del non-finito pongono degli interrogativi che vengono poi ripresi nel breve testo conclusivo e che riassume anche il significato del titolo scelto per il testo. In un momento storico dove la crisi energetica, il consumo del suolo e la crescita ipertrofica delle città hanno ormai raggiunto il punto di non ritorno, ha ancora senso progettare e costruire secondo le prassi consolidate del XX secolo?

In questo senso vanno letti i progetti presentati e che lavorano tutti sulla conservazione di manufatti senza apparente qualità, intervenendo meno possibile ed evitando le facili tentazioni del gesto eclatante della ricostruzione ex-novo. Sono spesso oggetti che hanno perso la loro funzione, spazi obsoleti nel panorama di sempre più veloce trasformazione della città. Sono, per usare le parole di Crespi – avanzi: manufatti abbandonati, simili a fantasmi di un passato recente che si fa di tutto per dimenticare, come il Faro delle Isole Tremiti, la ex-cartiera Burgo, il cotonificio Brambilla. Crespi propone interventi che non cancellino il passato, mantenendo anche parti di evidente bassa qualità architettonica, conservando financo i segni del tempo, le crepe, la stratificazione materica, gli invitabili “accidenti” dovuti alle successive trasformazioni. Sono progetti in cui nulla viene sprecato, che raccontano la storia dei luoghi e capaci di proporre un futuro. Un atteggiamento radicale che non sembra trovare interlocutori che lo intendano: nessuno dei progetti presentati nella categoria non-finito è giunto a realizzazione o ha trovato il pieno consenso delle giurie, che ne hanno spesso premiato gli intenti con menzioni d’onore ma orientandosi poi su proposte diverse.

Un’ultima nota meritano i disegni. Dalle assonometrie, definite da Luciano Crespi, “rappresentazioni impietose” per la loro incapacità di nascondere eventuali punti deboli del progetto, alle prospettive di mano del fratello Marino Crespi, che è stato un disegnatore straordinario, in grado di lasciare il segno del panorama dell’architettura milanese: notevoli viste a volo d’uccello lavorate a matite colorate o rapide ed evocative prospettive, viste talvolta poco più che abbozzate ad acquerello. In un momento in cui l’architettura si affida sempre più a sofisticate simulazioni iperrealistiche digitali questi disegni sono un segno di interessante inattualità. Come i progetti, mostrano che un futuro diverso è possibile.

Luigi Trentin

 

 

N.d.C. – Architetto, titolare con l’architetto Katia Accossato dello studio ACT architettura (sede a Chiasso, Canton Ticino), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana nel 2002 al Politecnico di Milano, con la tesi Paesaggi della tecnica. Nello stesso ateneo è stato professore a contratto di Rappresentazione del progetto e Progettazione. Ha inoltre insegnato all’Università di Pavia. Attualmente Docente di Geometria Descrittiva all’Accademia di Architettura di Mendrisio.

Tra i suoi libri: con Katia Accossato, a cura di, Percepire lo spazio: 30 biblioteche per Milano (Maggioli, 2016); con Bruno Bosetti, Angelo Del Corso, a cura di, Una stagione breve: le architetture di Luciano Brunella (Ordine degli architetti di Varese, 2012); con L. Crespi, Il meno e il più. Argomenti di cultura tecnologica della progettazione (Alinea, 2000).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 


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05 SETTEMBRE 2025

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