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È NATO PRIMA L'UOVO O LA GALLINA?
Commento al libro di Giordana Ferri e Alessandro Scandurra
Bianca Bottero
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Questa domanda se la fanno, en passant, Giordana Ferri e Alessandro Scandurra, autori dello stimolante e intelligente libretto, Casa Rebus, uscito nel 2023 per LetteraVentidue. Il tema affrontato, come dal titolo, è quello della casa, della casa comune, quella di tutti, cioè di quell’ambiente importantissimo che è ormai praticamente diffuso ovunque ma che, soprattutto in Italia, è in gran parte omogeneizzato e irrigidito dentro forme e schemi “standard” che vengono prodotti perché – si dice – sono richiesti e voluti dai più: anche se, grattando un po’, se ne ritrova la massima responsabilità nei meccanismi del mercato e nelle scelte opportunistiche delle imprese. Ed è grande il disagio che gli autori, importanti architetti, sentono per tale situazione, della quale ritengono sia il momento di assumersi la responsabilità culturale di un cambiamento affinché, anziché adeguarsi a un apprezzamento acritico di architetture che ostentano innovazioni linguistiche sempre più improbabili e volumetrie discutibili, si riproponga un serio dibattito sulla centralità dell’alloggio, che di tali edifici dovrebbe essere tra l’altro costitutivo. Ferri e Scandurra, in altre parole, sono consapevoli che nella “casa comune” consiste il vero benessere non solo fisico, ma esistenziale di tutti gli abitanti.
Si tratta di un tema della massima importanza che questo testo ha il merito di sollevare, anche ricorrendo a una riflessione anche storica, che ripercorre quella che la casa ha rappresentato al suo primo emergere nella modernità: quando la working class evocata nell’800 dalla rivoluzione industriale era costretta ad ammassarsi in condizioni miserabili nei tuguri delle città inglesi, nelle Mietskaserne di Berlino e via via in Francia e in tutti i paesi europei. Una storia dolorosa che troverà un suo momento di importantissimo avanzamento all’inizio del ‘900 con le ricerche e le proposte del Movimento Moderno, nelle quali l’istanza razionale imporrà una rigorosa ricerca sugli spazi della casa, disegnati e dimensionati per una abitabilità civile e funzionale che, come notano gli autori, fu certo un po’ rigida, ma intimamente profondamente democratica e lasciò anche spazio a proposte molto innovative (si vedano quelle di Le Corbusier o di Mies van der Rohe) che potrebbero ancora oggi fornire importanti suggerimenti. Un momento questo dunque che, se pur apparentemente minoritario, provocò un avanzamento fondamentale nella concezione sociale della casa.
Nel secondo dopoguerra, fino agli anni ’60 – ci dicono Ferri e Scandurra – vi sono in Italia ancora alcune importanti innovazioni nella casa comune, con le proposte di Gardella, Quaroni, Ridolfi e altri, sia in quartieri popolari sia in edifici borghesi, grazie anche agli spazi che si allargano per le più favorevoli condizioni economiche. Ma in seguito prevarrà un costume edilizio nel quale si generalizzeranno due ipotesi di case: quella non toccata dalle innovazioni dei razionalisti, appoggiata al sistema edilizio urbano otto-novecentesco, che proponeva una certa tipologia di alloggio, fortemente convenzionale quanto all’uso dei locali, con ingresso, sala, salotto, cucina, camera matrimoniale, eventuale altra camera e bagno serviti da un lungo corridoio; e quella che invece a queste innovazioni si rifaceva, ma che, utilizzata nei grandi quartieri periferici che caratterizzeranno nella seconda metà del ‘900 la grande espansione delle città italiane, ne diventerà una ripetizione banale e massificata.
È dunque questa, oggi, la generale condizione in cui inerzialmente si progetta la casa comune: secondo standard rigidi, praticamente imposti dalle imprese edilizie e dal mercato. Opporsi a tale contesto non è facile perché pare che, secondo la vulgata, si tratti di una diffusa richiesta sociale. Oggi, inoltre, per intervenire e proporre un’alternativa non sono più utilizzabili le regole rassicuranti che il Movimento Moderno desumeva dal riferimento a esperienze di vita che considerava oggettive, da parte di individui appartenenti a una classe sociale ben individuata e stabile nei suoi assetti anche familiari, dalle funzioni biologiche dei corpi, dalla sequenza dei gesti della massaia in cucina… Oggi il contesto sociale è confuso, in forte, continua trasformazione, mobile e differenziato. Per interpretarlo, sostengono dunque gli autori servono altri strumenti, più sottili, che ci richiamano alla dimensione immaginifica presente in ogni individuo, alla sua memoria dei luoghi, al suo bisogno di spazi specifici, personali, anche segreti. Il progetto della casa comune deve essere quindi guidato da un immaginario che elimini radicalmente l’interpretazione che viene data abitualmente sull’uso dei diversi luoghi della casa, ripensando: a) i comportamenti agiti negli spazi; b) le sensazioni che si associano e si ricercano nei luoghi; c) gli attributi spaziali.
I diversi luoghi standard della casa vengono, come esempio di metodo, sottoposti a una profonda rivisitazione, basata sull’analisi di quante diverse azioni lo spazio occupato da quell’unica funzione potrebbe consentire. Così viene discussa la “camera da letto”, ottusamente adibita all’unica azione del dormire; il bagno, per l’assurda concentrazione in un unico vano sia della vasca, sia del lavabo, sia di altri apparecchi che molto più utilmente potrebbero essere collocati in altri luoghi della casa; la cucina, l’ambiente oggi più modernizzato, ma nel quale ancora prevale una banale ricerca di rappresentatività… Queste osservazioni sono avvalorate dal ricorso a piccoli disegni che illustrano le soluzioni che, soprattutto nel passato sono state date creativamente da importanti architetti a queste diversi luoghi della casa: Chareau, Loos, Kahn, Albini, Ponti, Le Corbusier, Mollino, Nouvel… È del tutto evidente che quello proposto dagli autori è a tutti gli effetti un metodo progettuale dove un forte impegno riflessivo risulta ulteriormente essenziale quando il discorso sull’alloggio diventa il rapporto interno/esterno. Ciò che viene analizzato e ridiscusso sono le pareti, i confini, le finestre, le logge, tutto ciò che permette, a partire dal guscio della casa, la vista del libero spazio, dove quindi il disegno e le proposte distributive per l’alloggio richiamano necessariamente l’architettura… Una posizione difficile, ma utile. Le scelte di architettura, poi, diventano ancora più importanti se si allarga appena il discorso, se si sfiora il problema di un contesto sociale oggi molto più confuso e difficile da interpretare di quando nei primi anni del ‘900 il riferimento era alla working class. Un contesto per il quale parrebbe evidente la necessità che l’intero organismo edilizio funzioni coerentemente nelle sue varie parti, creando spazi comuni per i vari alloggi, luoghi nuovi, per attività varie e diverse; come quelli che, da bambini, si cercava gioiosamente di esplorare proprio perché inaspettati, non funzionali.
Siamo forse in piena visione architettonica, sempre più difficile da praticare ma sempre più utile. Servirebbe, forse, un’altra riflessione, un altro libretto o, perché no, un bellissimo progetto.
Bianca Bottero
N.d.C. – Bianca Bottero, già professore ordinario di Tecnologia dell’architettura, ha insegnato Progettazione ambientale presso la seconda Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ha svolto attività di ricerca nel campo della progettazione urbana, della sostenibilità e dell’abitazione sociale col Laboratorio ABITA da lei diretto. Nel 1987 ha creato, con Lorenzo Spagnoli e altri, l’annuario internazionale “Housing” che ha diretto fino al 2000. Soprattutto a partire dagli anni 90 aderisce decisamente al movimento femminista di Luisa Muraro e al movimento delle Citta Vicine di Catania. Da dieci anni collabora con l’Associazione di volontariato Alfabeti, insegnando italiano alle donne extracomunitarie che vivono nel quartiere San Siro a Milano.
Tra i suoi scritti: a cura di, Città e campagna (Edizioni del sole, 1975); con Lodovico Meneghetti, a cura di, Il problema della casa(Clup, 1977); a cura di, Alain Lipietz, La rendita fondiaria nella città. Circolazione del capitale e proprietà fondiaria nella produzione edilizia (Feltrinelli, 1977); La cultura del 900. Architettura (Gulliver, 1979; Mondadori, 1982); a cura di, Progetto e gestione dello spazio nelle società complesse. Rapporto di ricerca dai paesi anglosassoni (Clup, 1984); Progetto o metodo. Variazioni sul tema della Salina di C. N. Ledoux (Guerini, 1988); a cura di, Decostruzione in architettura e in filosofia (CittàStudi, 1991; Clup, 2002); a cura di, Progettare e costruire nella complessità. Lezioni di bioarchitettura (Liguori, 1993); con Anna Di Salvo e Ida Faré, a cura di, Architetture del desiderio (Liguori, 2011).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città vs cittadini? No grazie (10 febbraio 2023); Città femminili? Ahimè, non ancora (18 ottobre 2024); L’urbanistica è quantistica (21 marzo 2025); La difficile costruzione del quotidiano (10 luglio 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 17 SETTEMBRE 2026 |
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