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UNA GRAFFETTA PER CAPIRE IL MONDO
Commento al libro di Valentina Porcellana
Giampaolo Nuvolati
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Il libro di Valentina Porcellana intitolato Antropologia della graffetta. Oggetti minimi, etnografia e complessità, edito da Meltemi, 2026, è tante cose: ha un portato teorico quando tratta nello specifico alcuni temi di cui riprende i principali e più recenti riferimenti bibliografici, presenta un approccio pratico perché spesso fa riferimento a percorsi concreti di ricerca sul campo, è infine di natura autobiografica perché più volte l’autrice chiama in causa sé stessa non solo come antropologa ma anche come persona con le proprie emozioni e sensibilità. La bellezza del volume sta proprio in questo: nel passare con grande disinvoltura da un piano all’altro tenendo bene insieme le riflessioni disciplinari (direi multidisciplinari) con quelle più intime. Tutto ruota attorno alle graffette e al ritrovamento casuale che Porcellana ne fa nelle sue più o meno abituali peregrinazioni urbane. Di fatto il volume è una prova riuscitissima di quella che comunemente chiamiamo micrologia: cioè lo studio dei fatti (e in questo caso degli oggetti) di secondaria importanza e meno rilevanti della realtà ma che aprono a inedite riletture della stessa. Ovviamente non si tratta di studiare le graffette nella loro fisicità: peso, dimensione, forma e materiale – anche se non mancano accenni in tal senso nel volume –, quanto di richiamare attraverso di esse la questione delle relazioni umane in contesti vari. Porcellana è un’antropologa estremamente attenta a questi temi essendosi occupata nel suo percorso accademico di processi partecipativi e di attivazione di comunità. Una graffetta, fino a prova contraria, non parla ma ci lascia immaginare una sua vita rispondente alle funzioni cui ha assolto e con essa al sistema (produttivo e riproduttivo) di cui ha fatto parte come strumento. Non c’è nulla di male ad abbandonarci alle nostre rêveries, alla fantasia quando incrociamo un oggetto che, pur nella sua debolezza, improvvisamente ci catapulta nell’universo da cui proviene.
Mi è capitato recentemente di curare un numero monografico della rivista Città in controluce (n. 45-46, ottobre 2025) dedicato al passaggio dagli oggetti alle esperienze che caratterizza la nostra contemporaneità. Detto in parole povere, l’amore per i primi va scemando a vantaggio delle seconde. Non ci interessa (o meglio, meno che in passato) tanto l’automobile (quell’automobile) ma la mobilità, non ci interessa il cellulare (quel cellulare) ma la comunicazione, non ci interessano gli sci (i nostri sci), ma la settimana bianca, noleggiando gli sci sul posto, in montagna. Nei confronti delle cose dunque non proviamo più l’affetto di un tempo, sono sempre meno feticci – da venerarsi e custodirsi gelosamente nella loro unicità e sacralità - in quanto si rompono molto più facilmente e sono facilmente sostituibili. Il famoso “usa e getta”. Ovviamente il dibattito su questi temi resta aperto e oggi si parla anche di forme di “post-feticismo” che non rinunciano alla centralità degli oggetti da considerarsi però da un’altra prospettiva, come imprescindibili strumenti di relazione (Bonfanti e Matera in Città in controluce, pp. 57-76). Porcellana, riprendendo la calviniana città di Leonia, dedica a tali argomenti un paragrafo di particolare interesse (5.3. Rifiuti) e affronta in più passaggi anche la questione della dissolvenza della materialità con relativa non curanza nei confronti delle cose che ben si declina con il processo di tecnologizzazione della società nelle sue manifestazioni più virtuali, eteree, spersonalizzanti. Le graffette da oggetti sono diventate le icone delle mail che indicano la presenza di allegati.
Titanica (ma alla fine realizzatasi) è dunque l’impresa nel ridare un senso alle cose anche quelle più minute, poco significative a prima vista, come appunto le graffette. Proprio in questo sta la perizia dell’autrice: riportare in primo piano gli oggetti come esito di una riflessività che diventa quasi uno stile di vita basato sulla lentezza del camminare, la pazienza dell’osservare, la passione per la catalogazione del dato qualitativo-esperienziale e, infine, la curiosità per gli interstizi urbani che popolano la nostra esistenza: le fessure, i buchi, gli anfratti. Leggendo il libro, senza che ce ne accorgiamo Porcellana ci ha già indicato un metodo da seguire. Ci presenta situazioni di ricerca vera e propria che peraltro assumono un carattere ancor più piacevole oltre che istruttivo perché inframmezzate da note autobiografiche. Personalmente ho sempre pensato che gli accenni degli autori alle proprie vicende siano estremamente importanti. Rappresentano una ammissione di soggettività, costituiscono il rifiuto di una ipocrisia che dipinge gli scienziati sociali come individui neutri, imparziali, oggettivi. Dichiarare che quando guardiamo il mondo lo facciamo mossi da un desiderio di verità, seguendo criteri il più possibile condivisi, ma che, nello stesso tempo, le strade percorse sono inevitabilmente condizionate da scelte, umori, storie personali, è ciò che rende la ricerca stessa paradossalmente più trasparente e affidabile. Del resto, l’autrice stessa ribadisce a pag. 99 «che oggi il vissuto della ricercatrice non deve essere relegato sotto uno pseudonimo o in diari segreti né essere taciuto come è spesso successo in passato». Il soggetto conoscente non è dunque mai neutrale e soprattutto presenta una biografia e un corpo che non sono da oscurarsi nel nome di una presunta oggettività positivistica del sapere, esclusivamente basata sulla razionalità e non sulle emozioni.
Ma torniamo alla struttura del volume per dire che, oltre ad una introduzione e ad un epilogo, esso si compone di sei capitoli relativi ad altrettante azioni: fermarsi, camminare, riconoscere, documentare, raccogliere, connettere, finalizzate a fare delle graffette un pretesto originale per arrivare a leggere e a comprendere l’essere umano nelle sue pratiche più quotidiane. La protagonista di questa “semplice avventura” (per usare un ossimoro) è una studiosa abile nel farci riflettere sul significato degli oggetti cui meno attribuiamo importanza e dunque che non consegniamo alla nostra attenzione perché distratti ora dai pericoli insiti nel camminare urbano, ora da problemi personali. Ella non è sola in questa peripezia fisica e intellettuale; l’accompagna la concettualizzazione del flâneur, la riflessione più o meno recente sulla pazienza, l’ozio, l’attesa e sul significato del camminare, la scuola situazionista e le varie forme artistiche e partecipative di reinterpretazione dei luoghi, insomma tutta quella letteratura che critica pesantemente la velocità e l’omologazione dei comportamenti, tipica della società attuale, trovando innumerevoli connessioni e rinvii rispetto ad un tema specifico: la necessità di riappropriarci di noi stessi e del rapporto con gli altri e con l’ambiente, naturale e costruito, che ci circonda. Porcellana si inoltra metaforicamente nella città insieme a Marco Aime, Marc Augé, Francesco Careri, Duccio Demetrio, Adriano Favole, Giovanni Gasparini, Franz Hessel, Franco La Cecla, Vittorio Magnago Lampugnani, Pierre Sansot, Marianella Sclavi, Rebecca Solnit: autori e autrici tra i tanti che hanno fatto del camminare lentamente negli interstizi, al fine di meglio pensare e interpretare la città, la cifra della loro ricerca e hanno in tal modo contribuito alla costruzione di una cornice teorica unica, pur con tutte le sfumature disciplinari immaginabili, capace di intrecciare i vari paradigmi. Concepire l’oggetto minuto come espressione simbolica del mondo che lo ha creato, passare dal livello analitico micro a quello macro e viceversa, attraverso metodi induttivi e deduttivi, setacciare letteralmente il marciapiede per poi alzare il pensiero al senso del vivere comune, in un andirivieni continuo di rimandi e correlazioni, costituisce una tensione imprescindibile per chi vuole comprendere la società. Si legge a pag. 153 «La graffetta consente di separare ciò che è congiunto e di collegare ciò che è separato attraverso un vincolo che garantisce possibilità di movimento e di immaginazione». Quale metafora migliore per descrivere la società baumaniana dell’incertezza?
In tutto il volume l’autrice descrive le modalità del suo lavoro mettendosi direttamente in gioco in una sorta di autoanalisi. La metodologia di ricerca, in quanto discorso sul metodo, è in Porcellana portata all’estremo quando, nel paragrafo 6.3. Mappe, “riflette sulle proprie riflessioni in merito alla propria ricerca”, dando vita ad una sorta di disegno immaginario che potrebbe essere di Maurits Cornelis Escher: la mano che disegna la mano (“Drawing Hands” del 1948), in un groviglio di pensieri e operazioni concrete effettivamente svolte che pur complesso risulta però sempre molto suggestivo. Anche il bellissimo epilogo si muove in questa direzione mescolando la dimensione pubblica e privata nella ricerca della felicità.
La realtà urbana è oggi caratterizzata da rapide trasformazioni e ritmi di vita tali da renderne ostica o quantomeno molto rapida e dunque superficiale la lettura. Inevitabile conseguenza di questa condizione è l’atteggiamento blasé coniato da Georg Simmel riferendosi all’uomo moderno che ha imparato ad “ottundere” la propria percezione della città per difendersi dagli shock metropolitani e dagli stimoli continui. Solo dando la precedenza al cervello (la razionalità) e non al cuore (i sentimenti), solo evitando di esporsi alle emozioni l’individuo blasé riesce a sopravvivere nel caos, ma così facendo nega a sé stesso il piacere della esplorazione, dello stupore, della serendipity. Cercare le graffette è forse un gioco da bambini (l’autrice non a caso lo ha fatto anche in compagnia della sua bambina di otto anni), ma cosa è anche il flâneur – figura che mi sta particolarmente a cuore e che ho usato come lente per leggere il volume di Porcellana – se non un puer-senex, una persona saggia e colta ma che ha bisogno di regredire ad uno stato infantile per ritrovare la forza di meravigliarsi del mondo perdendosi ingenuamente in esso e successivamente riemergere arricchito dall’emozione provata. L’autrice stessa lo ricorda quando scrive a pag. 147: «Anche la scoperta e la sorpresa, che per i bambini sono un elemento quotidiano, dovrebbero non essere un elemento raro nemmeno nella vita degli adulti». Il libro di Porcellana merita sicuramente l’attenzione e anche una lettura lenta, perché è carico di suggestioni, riferimenti teorici particolarmente utili per chi vuole svolgere ricerche etnografiche riconoscendo la complessità dei contesti, come recita il sottotitolo del volume. Il testo è inoltre piuttosto originale in quanto attraversato da una prospettiva analitica a geometria variabile che non disdegna l’intuizione, il guizzo, la creatività, insieme alla nota scientifica, per risignificare le graffette e connetterle grazie ad analogie con varie circostanze umane. È un messaggio antropologico ma di grande interesse per i sociologi urbani, gli urbanisti e più in generale per gli studiosi che si occupano di città.
Per concludere voglio raccontare una storia personale. Nel dicembre 2011 mi trovavo, dopo strane vicissitudini che non sto ovviamente a raccontare, ad un party in un appartamento del Greenwich Village a Manhattan. Il padrone di casa – il giornalista Richard Meryman, famoso per essere stato l’ultimo a intervistare Marylin Monroe per Life – venendo a sapere che mi occupavo dell’arte della flânerie mi chiese in gran segreto di seguirlo in una stanza dove mi avrebbe mostrato qualcosa di originale. Con fare cerimonioso ma anche non privo di orgoglio mi aprì un cassetto che conteneva tanti guanti. «Ecco vedi - mi disse - sono i guanti, quasi tutti spaiati, che i newyorkesi, sempre così indaffarati, perdono, soprattutto d’inverno quando sono in giro a fare compere natalizie o per altri impegni. Alcuni sono guanti da ricchi, altri da poveracci, forse di barboni, altri ancora sono guanti da lavoro, probabilmente degli operai dei cantieri stradali. Li raccolgo nelle mie passeggiate solitarie immerso nella folla. Tu non ci crederai ma è davvero facile trovarne sui marciapiedi. Ci si potrebbe fare un trattato sociologico sulle differenze di classe sociale». Aveva ragione. Ecco, forse è questo un merito da dare alle graffette rispetto ai guanti: non sono classiste. Magari le scorgiamo più facilmente in zone frequentate da studenti, da lavoratori del terziario (quartieri universitari, di uffici postali, tribunali, banche, etc. etc.), sebbene, come afferma Porcellana, si trovino ovunque. Chissà… anche una principessa o il suo adorato cavaliere, un artista di Hollywood o una campionessa di tennis, un criminale o la sua vittima potrebbero aver perso una graffetta dopo un incontro amoroso, una scena sul set di un film, una finale di Coppa Davis, un delitto efferato. Who knows?
Giampaolo Nuvolati
N.d.C. Giampaolo Nuvolati è professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli studi di Milano Bicocca dove insegna Sociologia urbana. Nello stesso Ateneo è stato presidente del Corso di laurea Magistrale di Sociologia, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e prorettore per i Rapporti con il Territorio.
Tra i suoi libri: La qualità della vita delle città. Metodi e risultati delle ricerche comparative (FrancoAngeli, 1998); Popolazioni in movimento, città in trasformazione. Abitanti, pendolari, city users, uomini d'affari e flâneur (il Mulino, 2002); Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni (il Mulino, 2006); Mobilità quotidiana e complessità urbana (Firenze University Press, 2007); L'interpretazione dei luoghi. Flanerie come esperienza di vita(Firenze University Press, 2013); Un caffè tra amici, un whiskey con lo sconosciuto. La funzione dei bar nella metropoli contemporanea (Moretti & Vitali, 2016); a cura di, Sviluppo urbano e politiche per la qualità della vita(Firenze University Press, 2018); con Giorgio Bigatti a cura di, Raccontare un quartiere. Luoghi volti e memorie della Bicocca (Scalpendi, 2018); Interstizi della città. Rifugi del vivere quotidiano (Moretti & Vitali, 2019); a cura di, Enciclopedia sociologica dei luoghi (Ledizioni, vol.1-2019; vol.2-2020; vol.3-2020; vol. 4-2021; vol. 5-2021; vol. 6-2022); a cura di, con Sara Spanu, Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020); a cura di, con Rita Capurro, Milano, ritratto di una città. Il paesaggio culturale (Silvana Editoriale, 2020); con Alessandra Terenzi, Qualità della vita nel quartiere di edilizia popolare a San Siro, Milano (Ledizioni, 2021); a cura di, Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del coronavirus (Nomos, 2021); con Marianna D'Ovidio, a cura di, Temi e metodi per la sociologia del territorio(UTET Università, 2022); a cura di, Il campus Bicocca. Storia passata e nuova vita degli edifici dell'Ateneo (Rubbettino, 2022); a cura di, Camminare la città. Manuale per la flânerie (il Mulino, 2025).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città e paesaggi: traiettorie per il futuro (8 dicembre 2017); Tecnologia (e politica) per migliorare il mondo (13 luglio 2018); Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Città e Covid-19: il ruolo degli intellettuali (29 maggio 2020); Abitare la diversità (4 giugno 2021); Per una riflessione olistica sul vivere urbano (17 febbraio 2022); Anche lo spazio fa la società (25 novembre 2022);Emanciparsi (e partecipare) camminando (10 marzo 2023); Il design è nei territori (7 luglio 2023); Capire le città: i dati non bastano (8 novembre 2024); Ci vuole una certa atmosfera (25 giugno 2025); Un genio anche per gli incroci (26 settembre 2025; La città ha bisogno di asceti (21 novembre 2025).
Sui libri di Giampaolo Nuvolati, v. i commenti di: Duccio Demetrio (27 settembre 2019); Giancarlo Consonni (29 novembre 2019); Marino Ruzzenenti (29 gennaio 2021); Giovanni Semi (9 aprile 2021); Alfredo Mela (18 marzo 2022), Anna Lazzarini (20 ottobre 2023); Veronica Conte (19 settembre 2024); Renzo Riboldazzi (8 maggio 2026), Paolo Perulli (17 luglio 2026).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 01 OTTOBRE 2026 |
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