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NAPOLI: SGUARDI INEDITI SULLA FRAGILITÀ
Commento al libro di Federica Palestino
Carla Tedesco
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Il libro di Federica Palestino – La forma dell’invisibile. Per un’ecologia politica dei territori fragili (Clean, 2022) – concentra l’attenzione sulle nuove relazioni socio-naturali emergenti nel quadro della riconfigurazione di città e territori e sulle nuove disuguaglianze che tale riconfigurazione sta producendo. L’osservazione viene portata avanti dalla prospettiva della giustizia ambientale, in modo intensamente situato, a partire da studi in profondità di alcuni territori emblematici dell’area napoletano-campana, ma sollevando questioni – nel merito e di metodo - che vanno ben oltre tali territori. Lo sguardo, attento e riflessivo, prende in considerazione gli esiti spaziali, morfologici e materiali, delle trasformazioni territoriali degli ultimi decenni e riserva grande centralità ai processi e agli attori che li producono, non limitandosi alla dimensione analitico-interpretativa, ma posizionandosi nella prospettiva del progetto di territorio.
Si tratta di un testo denso, che affronta con un approccio critico temi che hanno progressivamente assunto centralità non solo nel dibattito disciplinare, ma più in generale nel dibattito pubblico, e che si inserisce pienamente nel dibattito internazionale dell'ecologia politica urbana (cfr., tra tutti, il contributo seminale di Swyngedouw, 1996). Un testo che parla di Napoli, di quello che un tempo avremmo definito l’hinterland napoletano – considerandolo, nella prospettiva della regionalizzazione dell’urbano, oltre qualsiasi confine predefinito (fisico o amministrativo) – e dei territori salernitani del Cilento. Il filo rosso che tiene insieme i contesti indagati è la loro fragilità, pur diversamente declinata e articolata in “un’ampia tassonomia di situazioni territoriali in cerca di ‘giustizia ambientale’”, per dirla con le parole dell’autrice (p. 15). D’altra parte, la giustizia ambientale non riguarda esclusivamente la divisione tra aree ricche e povere all’interno delle città o tra città e/o territori, ma tende a riprodursi all’intersezione tra diverse scale territoriali, delineando una grande varietà di situazioni e di questioni, che vengono qui lette dall’autrice nei tempi lunghi della storia.
Così, il territorio del periurbano tra le città di Napoli e Caserta, un’area a geografia variabile nota da alcuni anni come ‘Terra dei Fuochi’, nel corso degli scorsi decenni ha prodotto e inglobato luoghi residuali e dell’abbandono, nell’ambito di processi di regionalizzazione dell’urbano caratterizzati in modo ricorsivo da emergenze sanitarie e ambientali. Nel caso del quartiere Ponticelli – situato nella piana est di Napoli alle falde del Vesuvio - emergono contraddizioni e bisogni di una grande periferia pubblica, in relazione con le trasformazioni prodotte in quella che era un’area paludosa, bonificata e trasformata in area agricola, poi industrializzata e in declino industriale, che oggi vede in alcuni luoghi il ritorno della palude. Nel caso del Cilento, invece, l’attenzione si focalizza sulla forte tensione tra consumo turistico e sviluppo locale, in un contesto dove la marginalità fisica dell’area meridionale della Campania è stata accentuata dall’esclusione dalle politiche di sviluppo industriale del secondo dopoguerra, quando è stata riconosciuta la potenzialità turistica di quello che era un territorio con netta prevalenza di attività agricola/pastorale.
Sono casi emblematici, ma considerati “fuori dall’alta visibilità dei grandi eventi calamitosi” (p. 14), nella consapevolezza che condizioni estreme si diano non solo in seguito ad eventi eccezionali, ma anche attraverso percorsi di accumulo e concatenazione tra processi che producono degrado ambientale e deprivazione socioeconomica. Questi ultimi riescono ad avere esiti spesso anche più gravi di quelli dovute alle calamità, senza averne la visibilità mediatica e vanno considerati nelle loro ripercussioni catastrofiche di lungo periodo. Il riferimento esplicito è al concetto di slow violence di Rob Nixon (2025, p. 20), che così lo definisce: “Per violenza lenta intendo una violenza che si manifesta gradualmente e in modo invisibile, una devastazione progressiva che si dispiega nel tempo e nello spazio, una violenza logorante che in genere non viene affatto percepita come tale”. Nixon (2025, p. 20) evidenzia che, sebbene la violenza venga solitamente interpretata “come un evento o un’azione immediatamente rilevabile nel tempo, esplosiva e spettacolare nello spazio, che erompe istantaneamente in una visibilità sensazionale”, è rilevante e necessario occuparsi anche di un altro tipo di violenza che “non è né spettacolare né istantanea, ma piuttosto incrementale e progressiva, le cui ripercussioni catastrofiche si manifestano su una scala temporale molto più lunga” (p. 20).
In questo quadro di riferimento, quanto più sono severe le condizioni di degrado ecologico e di vulnerabilità sociale degli abitanti, tanto più le attività di co-produzione di nuove rappresentazioni territoriali assumono, secondo l’autrice, una dimensione strategica. Dal punto di vista degli strumenti dell’indagine Federica Palestino fa propria la lezione di Kevin Lynch, anche per il tramite di riferimenti al lavoro su Lynch di Vincenzo Andriello. Tale lezione viene utilizzata diversamente e in modo più o meno esplicito nei tre contesti territoriali presi in considerazione.
La piana est di Napoli, dove è localizzato il quartiere Ponticelli, viene restituita all’intreccio tra ascolto, descrizione esperta, costruzione di nuove narrazioni e autocostruzione, in una prima fase attraverso un’inchiesta lynchiana, con l’obiettivo di utilizzare questo strumento “per sondare la resilienza comunitaria, assumendo i comportamenti e le motivazioni di abitanti e/o utenti come vincoli per decidere fattibilità e desiderabilità di ripristinare stati naturali precedenti alla fase di evoluzione territoriale in cui si intende intervenire” (p. 36); in una seconda fase, attraverso un laboratorio, anch’esso di ispirazione lynchiana, nell’ambito del quale è stato possibile far interagire le conoscenze esperte, incluse le conoscenze esperte locali, e quelle degli abitanti/operatori ai fini della costruzione di una narrazione condivisa del quartiere in chiave ambientale.
Anche il Cilento, un contesto carico di immagini prodotte da più parti e in più modi nel corso degli anni, diventa occasione per rivisitare l'image survey lynchiana – utilizzata dallo stesso Lynch in momenti diversi e in contesti variegati dal punto di vista della razionalità su cui è fondata l’azione di pianificazione – come strumento analitico e interpretativo per leggere il presente e promuovere formule innovative di sviluppo locale.
Le vicende della cosiddetta ‘Terra dei Fuochi’ vengono, invece, descritte attraverso il tentativo di costruire contro-narrazioni, mettendo l’accento, in particolare, sulle diverse tipologie di conoscenze in gioco: quelle esperte che si rivelano impossibili da recuperare e mappare, quelle intrecciate con le etichette sbrigative della comunicazione, quelle prodotte e/o utilizzate dai movimenti di giustizia ambientale. Un possibile obiettivo da perseguire diviene quello di “ossigenare la domanda di rigenerazione attingendo a leve di partecipazione degli attori sociali e puntando, in maniera decisa e coraggiosa, sulla costruzione di agende radicali di resilienza socio-ecologica” (p. 108).
L’immagine complessiva che il testo restituisce è quella di una esplorazione in un mondo in frantumi, un’esplorazione che – scavando in profondità, operando connessioni anche attraverso gli strumenti ‘tradizionali’ dell’azione territoriale, proponendo spunti per ulteriori ricerche – non indulge nella contemplazione della rovina e riesce a riconoscere senza esitazione le leve di nuovi possibili modi di abitare. Ancora, le riflessioni sviluppate non cadono nella fascinazione del nuovo che emerge, ma restano ancorate saldamente ad un approccio critico all’analisi e al progetto di territorio: se di fronte alla disgregazione di ciò che è stato, è importante cercare segnali di futuri possibili, il modo di procedere nell’indagine di Federica Palestino ci ricorda che questi, vanno guardati in connessione tra loro e con ciò che del passato resiste, in direzione favorevole o contraria alle trasformazioni che auspichiamo, evitando di considerare il nuovo che emerge come puro incanto. Torna in mente – e si delinea come particolarmente pertinente – la celebre frase finale delle Città invisibili di Italo Calvino «…cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Ma ciò ‘che non è inferno’ in questo testo è materia di interrogazione, non è mai caricato di troppe aspettative.
Un ulteriore aspetto da sottolineare, che accomuna tutte le esplorazioni portate avanti, è la centralità del tema delle conoscenze e del loro ruolo nei processi territoriali. Il nesso conoscenza-azione è interpretato in modi diversi nei tre casi considerati e talvolta anche nell’ambito di uno stesso caso. Una prima idea ricorrente, in cui risuona la lezione lynchiana, è che “i linguaggi e i know-how locali diventino materiali da utilizzare per un più ricco trattamento delle questioni ambientali, ossigenando soprattutto le fasi iniziali di costruzione del problema e di individuazione delle possibili soluzioni” (pp. 7-8), nel contesto di una carenza di approcci consolidati utili a consentire ai cittadini di partecipare attivamente a processi di costruzione del sapere, che si pongano l’obiettivo del radicamento territoriale dei piani e dei progetti ambientali. Da questa idea scaturisce l’obiettivo di articolare maggiormente i processi di costruzione di conoscenza del e per il territorio, includendo punti di vista spesso esclusi, nella convinzione che questo possa supportare la costruzione di azioni di trasformazione più efficaci. Il vissuto delle persone, riguardato “sotto la prospettiva dell’intenzionalità che esprime” diventa cioè “riferimento essenziale” per il progetto di territorio (Andriello, 1997, p. 16).
Ma vi è una seconda idea ricorrente, forse meno esplicita, fondata su una diversa declinazione del nesso conoscenza-azione. È quella che vede l’indagine assumere l’obiettivo di lasciar emergere, riconoscere e supportare azioni che sono già in campo e che delineano trasformazioni che vanno nella direzione auspicata. Questa prospettiva – che opera un significativo ribaltamento del consueto nesso conoscenza/azione (prima la conoscenza/poi l’azione) – è incentrata sul riconoscimento della capacità concreta di agire, sulla capacità di intercettare ciò che è già presente: l’indagine non viene riguardata solo sul piano degli strumenti di conoscenza che supportano la costruzione di futuri desiderati, ma come elemento in grado di trasformare le pratiche d’uso dello spazio in tassello che anticipa più ampie strategie di trasformazione territoriale. È qui implicita, a parere di chi scrive, l’idea alla base del planning prefigurativo (Davoudi, 2023), che pone l’accento sul ruolo delle pratiche d’uso dello spazio in grado di prefigurare, agendoli nel presente, futuri desiderati. In entrambi i casi l’obiettivo dell’indagine può essere ben sintetizzato da una citazione tratta da Andriello (1991, p.11, citato a p.33): “esplorare le potenzialità raccolte in queste configurazioni (di luoghi, usi e relazioni) per valutare se esse puntano verso delle direzioni di possibili futuri, che il passato ha negato, ma che rispondono efficacemente alle nostre aspirazioni di oggi”.
A Vincenzo Andriello e a Daniela Lepore è dedicato il testo. Questa dedica contribuisce al posizionamento dell’autrice, richiamando un modo di fare ricerca colto e impegnato, in grado di dialogare con il dibattito internazionale e allo stesso tempo profondamente legato al contesto locale e ai suoi bisogni. Si tratta di un modo di essere engaged scholars che costituisce oggi fonte di ispirazione e prezioso riferimento di fronte al rischio che le pratiche di impegno sociale dell’Università si riducano ad adempimento sterile, portato avanti unicamente in ragione delle valutazioni ministeriali delle attività di terza missione.
Carla Tedesco
Riferimenti bibliografici Andriello V.(1997), La forma dell’esperienza. Percorsi nella. Teoria urbanistica a partire da Lynch, FrancoAngeli, Milano. Davoudi S. (2023). Prefigurative planning: performing concrete utopias in the here and now, European Planning Studies, 31(11), pp. 2277-2290. Nixon R. (2025) Slow Violence. Il tempo della giustizia ambientale, wetlands, Venezia, p. 20; ed or 2011. Swyngedouw E. (1996) “The City as a Hybrid -- On Nature, Society and Cyborg Urbanisation”, Capitalism, Nature, Socialism, Vol. 7(1), Issue 25 (March), pp. 65-80.
N.D.C. - Carla Tedesco è professoressa associata di Tecnica e pianificazione urbanistica all’Università IUAV di Venezia. Afferisce al Dipartimento di Culture del progetto. È componente del board della European Urban Research Association. I suoi principali interessi di ricerca includono i processi di rigenerazione urbana, osservati nel contesto delle disuguaglianze urbane e regionali, l’innovazione nelle politiche e nella pianificazione urbana, con particolare riferimento alle politiche comunitarie, le relazioni tra pianificazione strategica e collaborativa e azione civica.
Tra i suoi libri: Una politica europea per la città? L'implementazione di Urban a Bari, Bristol, Londra e Roma (FrancoAngeli Angeli, 2005); con Luigi Doria e Valeria Fedeli, a cura di, Rethinking European spatial policy as a hologram : actions, institutions, discourses (Ashgate, 2006); con Paola Briata e Massimo Bricocoli, Città in periferia. Politiche urbane e progetti locali in Francia, Gran Bretagna e Italia (Carocci, 2009); con Stefania Marini, Rigenerazione urbana e azione civica. Gli esiti di una co-ricerca (Il poligrafo, 2024); a cura di, Forerunning. Il corso di Laurea in Urbanistica a Venezia, Anteferma, 2025.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 16 OTTOBRE 2026 |
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