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MIGLIORARE LA VITA DI TUTTI, SUBITO
Commento al libro di Luciano Crespi
Alessandro Colombo
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L’affermazione, drammatica e quasi apodittica con la quale si apre l’introduzione al volume di Luciano Crespi, Stop City Now. Progetti di architettura dal finito al non-finito (LetteraVentidue, 2025), sembra non lasciare dubbio alcuno sulle intenzioni dell’autore, che prosegue con il dovuto tributo e la conseguente dichiarazione programmatica. Il titolo è un omaggio a No-Stop City di Andrea Branzi ma, al tempo stesso, ne sovverte il senso: propone una città degli avanzi, dove il design prevale ancora sull’architettura ma attraverso la trasformazione di quella esistente abbandonata e dimenticata.
Sembrerebbe non esserci null’altro da aggiungere, tale la “fretta” di arrivare ai progetti, alle proposte elaborate in anni di impegno e passione nel cercare di dare il proprio apporto a migliorare gli ambienti urbani che viviamo e abitiamo. Giusto il tempo di suddividere tematicamente la materia in Riparare, Sostituire, Connettere, Non finire, definizioni che sembrano, francamente, più degli imperativi che delle categorie. Perché quello che si avverte in Crespi, per chi lo conosce nella sua persona, per chi lo legge nei suoi scritti, è il forte senso di necessità del progetto, quasi l’obbligo etico a dover rispondere positivamente, con la propria opera, alla chiamata di un mondo che soffre per innumerevoli ferite e mancanze di cure e risposte. In questo, probabilmente, risiede la ragione di un numero indubbiamente grande di concorsi, consultazioni, gare nelle quali, nel corso di trent’anni, si è voluto misurare il nostro docente del Politecnico di Milano non accettando, così, di limitare il proprio operato nelle rassicuranti braccia dell’accademia. Si è lanciato nella pugna del mondo progettuale, ne ha accettato i rischi, le difficoltà, anche le delusioni che ogni giuria ti riserva alla fine dei procedimenti: non ha mai perso la voglia di provare e proporre, sicuro che quello si dovesse fare. Solo questo basterebbe a rendere la pubblicazione meritoria di una lettura attenta, ma ciò che è forse ancora più interessante è collocare questi tre decenni di proposte nel loro contesto storico e iniziare a dipanare quelle poche frasi lapidarie che abbiamo pocanzi ricordato.
Partiamo dal manifesto politico.
Non esito a interpretare il politico nel senso della polis, di quella struttura fisica, ma anche giuridica, sulla quale si sono costruite tutte le società dall’antichità ad oggi, quella dimensione della vita vissuta nello spazio fisico in una comunità sociale che è governata da regole e si esprime attraverso forme che sono l’aspetto sensibile del nostro mondo. Certo in Crespi questa polis diventa presto, ed inevitabilmente, politica, a tracciare le visioni che ne regolano il governo, ma credo che, almeno all’inizio, sia l’aspetto sociale e comunitario il motore primo che ne plasma la fisicità. Una forma fisica che per lunghi secoli ha potuto essere concepita, disegnata e anche fondata secondo voleri più o meno illuminati, secondo concezioni moderne e progressiste, oppure fortificata a difendersi pronta alla guerra, ma sempre rispondendo ad un disegno, o almeno ad un’idea di disegno. È una polis per la quale vale la pena di battersi, un luogo che può, e deve, accogliere la democrazia e il buon governo e, se questo non succede, bisogna por mano anche alle armi per riconquistare la libertà. È una storia del secolo breve, duramente scolpita nel disegno delle nostre città italiane ed europee, tracciata nelle cicatrici delle vite dei nostri padri e dei nostri nonni, di cui noi ereditiamo i tessuti urbani e le trame del territorio quasi irrimediabilmente devastate dall’industrialesimo prima, dall’urbanesimo dopo senza dimenticare i conflitti mondiali, dall’era postmoderna a seguire per cadere oggi nel baratro della crisi ambientale, dell’emergenza climatica, delle dinamiche migratorie. Eppure, in tutti i progetti di Luciano Crespi sembra potersi rintracciare la speranza, ma anche la convinzione, che si possa intervenire, che si possa trovare una soluzione. Da qui i quattro imperativi che sono anche quattro momenti, o quattro fasi, di un operare che può sempre avere un risultato positivo ed effettivo.
Veniamo, quindi, al metodo.
Si inizia a riparare, come il buon padre di famiglia che cerca di porre rimedio prima di sostituire. Ma se proprio non si può ecco che allora si procede a cambiare, ma per parti, attenti a non perdere le connessioni con il tutto. E connettere diventa così lo strumento chiave per superare la crisi, per mettere a sistema le risorse che comunque non mancano, basta considerarle dal giusto punto di vista e usarle per le loro possibilità, che sono grandi. Ma arriva anche il momento nel quale tutto questo non basta più, la congiuntura nella quale è ormai evidente che bisogna accettare la realtà di risorse finite, la condizione di non poter più investire sconsideratamente, di non dover più consumare suolo o materiali, di doversi fermare. Non di meno, quasi inaspettatamente, la missione progettuale non termina qui, anzi, dobbiamo, se possibile, implementarla e raffinarla, ma consci che, semplicemente, non dobbiamo “finire”. Il non finito diventa, da categoria, condizione e metodo, base di quella “città degli avanzi, dove il design prevale ancora sull’architettura ma attraverso la trasformazione di quella esistente abbandonata e dimenticata” (p. 9). Arrivati a questo punto, indubbiamente, le cose si fanno difficili. Nella trasformazione del metodo di intervento, che ripara, sostituisce, connette, siamo sempre al confronto con un’evoluzione storica che, con tutte le sue aporie, si è sempre però mostrata come Il territorio dell’architettura (Feltrinelli, 1966), per citare il testo di Gregotti che, pur lontanissimo in certo qual modo da questi temi, era già consapevole nell’affermare che “Non rivoluzioneremo mai la società per mezzo dell'architettura, ma potremo rivoluzionare l'architettura: questo è comunque ciò che dobbiamo fare come architetti” (prima di copertina).
La riflessione, partita negli anni ‘60 con il volume di Gregotti sopra ricordato e con quello di Rossi, L’architettura della città (Marsilio, 1966) rende evidente a un pubblico relativamente vasto un dibattito che era già ben frequentato a livello specialistico e che, avvertito da più di un segnale di crisi della modernità, volgeva la sua attenzione a misurarsi fra linguaggio e tipologia. Senza entrare in una disamina storiografica che richiederebbe molto spazio, non è difficile intuire che da quel momento, appena terminato lo slancio di una ricostruzione che in Italia e in Europa aveva prodotto grandi risultati, anche architettonici, e sulla soglia delle grandi crisi ideologiche, politiche e poi energetiche, l’architettura inizia a vivere uno scollamento con la società civile e lo sviluppo delle città e dei territori. Di fronte ad un enorme sviluppo immobiliare, che da quegli anni non si è, in fondo, mai fermato, il lavoro di architetti e urbanisti – di fatto in continuità con l’idea moderna della costruzione dello spazio per una società civile migliore – si trova sempre più relegato in nicchie che non incidono sulla realtà delle cose. La crisi postmoderna e l’arrivo di una visione decostruttivista aprono le porte alla considerazione dell’architettura come un oggetto che, come tale, può essere studiato, prodotto, venduto e distribuito ove si voglia e ve ne sia richiesta. Sembra il grande momento di riscatto della figura dell’architetto demiurgo che, al volgere del millennio, è star di un sistema che lo ha pienamente assorbito e “messo a reddito”, se così possiamo esprimerci. In verità siamo di fronte alla fine del professionismo, soprattutto nella sua forma “colta” per come l’abbiamo vissuta in Italia e specialmente a Milano, e la caduta di ogni illusione che non solo l’architettura potesse cambiare la società, ma che potesse influire anche su sé stessa, soprattutto se non sostenuta da un quadro finanziario/speculativo di grande importanza. Il linguaggio, la tipologia, l’autonomia della disciplina, la sua valenza sociale e politica, le sue espressioni artistiche, sono miseramente assorbite in quello che è stato giustamente chiamato l’evento, l’operazione che con griffe, plusvalore e, ultimamente, patente di sostenibilità green e indici ESG di livello, porta sul mercato l’occasione di grandi guadagni immobiliari che innescano imponenti cambiamenti urbani. Ma il volto della città, e ancor più il suo futuro, o il suo destino, non sono più alla base di una visione politica, ma sono il risultato di operazioni finanziare che vanno sotto il nome di rigenerazione e che il pubblico, ormai incapace e impossibilitato ad agire e decidere, semplicemente avvalla, o almeno non ostacola in nome di non significanti, al fine, ricadute sulla collettività. La situazione porta a tracciare un confine piuttosto drastico per chi progetta: chi è nel sistema delle grandi operazioni urbane che operano trasformando la città, chi ne è fuori e si accorge che, purtroppo, gli strumenti nei quali si riponevano grandi speranze, quali il concorso, la condivisione, la partecipazione, non hanno rilevanza, se non a volte per un uso mediatico e propagandistico che se ne può fare. Questa drammatica constatazione è il quadro, crediamo, nel quale si sviluppa una riflessione come quella di Luciano Crespi che indica nel Riparare, Sostituire, Connettere, Non finire, le azioni che, ostinatamente, il progettista può e deve compiere non volendosi arrendere allo stato delle cose. È un amore per il tessuto minuto, per gli avanzi, per tutte quelle situazioni lasciate indietro dai grandi sistemi, ma che, proprio per questo, sono ancora più importanti e vicine per la vita di tutti.
Ne discende un’altra constatazione, forse non così evidente ma necessaria se vogliamo tornare ad avere un ruolo nel disegno delle città e dei territori.
Che si debba, cioè, imparare ad agire non solo per piccoli brani, ma per orizzonti temporali a breve e che si possano attuare con grande rapidità. Che si debba cioè allestire e non costruire per l’eternità, che si debba avere la forza e la capacità di intervenire rapidamente a restituire all’uso e al godimento gli spazi molto spesso abbandonati o lasciati indietro nell’attesa che i grandi processi si accorgano di loro. Che si debba essere incisivi e reversibili, perché non abbiamo idea di un orizzonte futuro, ma abbiamo la certezza di un presente che si degrada nel non uso giorno per giorno. In questo modo temporaneo e non definitivo, le grandi categorie che distinguevano architettura e allestimento, permanente e temporaneo, non hanno più senso essendo lo spazio e il suo uso ciò che è importante e ciò che può essere progettato, ora e subito, se vogliamo dare una risposta ai bisogni e non piegare questi ultimi ad altre logiche. Si tratta, invero, di una rivoluzione, silente e che non fa rumore rispetto alle grandi operazioni, ma che può ottenere risultati concreti ed incidere sulla realtà della rigenerazione. È anche una constatazione della migliore efficienza, come strumento di azione, del design e del suo pensiero su quello dell’architettura, almeno nell’accezione storica che negli ultimi anni abbiamo vissuto e che, in qualche modo, ci è stata imposta.
Se ci vogliono vent’anni per realizzare una piazza a Roma, o cinquanta a Milano, Napoli o Crotone per iniziare a riconvertire un’area industriale dismessa, o anche solo per trovare un indirizzo di azione, vuol dire che il metodo e l’approccio sono sbagliati. O per lo meno che i tempi che l’urbanistica e l’architettura impongono, al netto di tutte le difficoltà burocratiche e tecniche, sono incompatibili con la durata della vita delle persone e con le dinamiche delle città. Anche perché, ammesso di portare a compimento questi giganteschi processi, molto spesso il risultato ottenuto è di totale scollamento con le reali esigenze, nel frattempo mutate più e più volte, e si deve comunque intervenire con progetti “leggeri” per trovare delle soluzioni praticabili. Allora perché non “allestire” fin da subito i nostri spazi? Perché, nelle more dei processi progettuali, non intervenire con metodi reversibili per utilizzare immediatamente le aree?
Questi gli interrogativi che si leggono fra le pieghe dei progetti presentati da Luciano Crespi. La dolorosa parentesi della pandemia ci ha dato una dura lezione sull’esigenza di flessibilità delle abitazioni e delle città e sulla necessità di essere pronti a far fronte a scenari che mutano improvvisamente. Le vicende geopolitiche che stiamo vivendo non ci confortano su progetti a lunga o lunghissima scadenza.
Forse è realmente necessaria una svolta nel nostro modo di pensare la progettazione, forse possiamo veramente approcciare gli interventi, il riuso, la rigenerazione con un profilo volto ad ottenere risultati nell’immediato. Non costruiremo piramidi, cattedrali e monumenti da affidare ai millenni, ma probabilmente potremo migliorare la vita di tutti, subito.
Alessandro Colombo
N.d.C. - Alessandro Colombo si laurea in Architettura al Politecnico con Marco Zanuso e lavora presso la Gregotti Associati International (associato dal 1995 al 1998). Con Bruno Morassutti partecipa a concorsi internazionali e nel 1998/99 è socio fondatore dello Studio Cerri & Associati, di Terra e di Studio Cerri Associati Engineering.
È docente presso il Politecnico di Milano (dove insegna Metodi di ricerca per il progetto nel corso di laurea in Design degli interni), il Politecnico di Torino e NABA. È Ambasciatore del Design italiano nel mondo dal 2016, vince concorsi internazionali e nel 2004 il Compasso d’Oro, con Naòs System, per Unifor.
È autore di articoli (per Domus/World Design Organization, Il Giornale dell’Architettura, Exporre, il Giornale dell’Arte, ArchAlp, Archphoto), capitoli e libri. Tra questi: Exercise in Style, catalogo della mostra tenutasi all’Ace Gallery di New York e al Park Tower Hall di Tokyo (2000 e 2001); con Paola Garbuglio, Giampiero Gianazza, Villaggi delle Alpi (Idealibri, 2003); con Pierluigi Cerri, Italia: la verità dei materiali, catalogo della mostra tenutasi a Shanghai (Rubbettino, 2015); a cura di, Le età del Grattacielo. Il 'Pirelli' a sessant'anni dalla posa della prima pietra, catalogo della mostra tenutasi al Grattacielo Pirelli, XX1 Triennale Milano (,SAGEP, 2016); a cura di, Mario Carrieri. Amata bellezza: fiori e visioni (La Triennale di Milano, 2017); Allestimenti Urbani. Milano. Dieci anni di Ricerca (Smown Publishing, 2018); con Roberto. De Biase, Francesco Scullica, Luciano Setten, Bruno Morassutti. Architettura industrializzata e design (oltreDesign festival, 2020); con Francesco Scullica, Morassutti 100+1! La cultura del progetto in Italia dal secondo dopoguerra (Electa, 2021); con Paola Garbuglio, OUT OF THE BOX Dante Bini (ADI Design Museum, 2025).
Sul libro oggetto di questo commento, v. anche: Luigi Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli (5 settembre 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 03 OTTOBRE 2025 |
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