Marco Cremaschi  
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URBANISTICA? SERVE UNA VIA D'USCITA


Commento al libro di Pier Carlo Palermo



Marco Cremaschi


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Nel marzo 2025, il Consiglio della pianificazione ecologica francese ha confermato l’obiettivo della neutralità climatica entro sette anni e l’avvenuta riduzione del 20% delle emissioni: il doppio rispetto alle previsioni. In maggio Michael Lyons, a capo della New Towns Taskforce del Regno Unito, ha dichiarato che le development corporations avranno un ruolo centrale nella rigenerazione urbana, sottolineando l’importanza di predisporre infrastrutture fin dalle fasi iniziali. Sembrerebbe dunque aprirsi uno spazio rinnovato per la pianificazione in Europa. Ma qual è, in questo contesto, la situazione italiana?

In Italia, l’urbanistica appare inadeguata, opaca e talvolta corrotta, e non solo a Milano. Pier Carlo Palermo, però, solleva una questione più ampia e teorica: «L’urbanistica aspirava a cambiare il mondo; ora dovrebbe garantire alcune funzioni minime» (p. 334). A partire da questa diagnosi, l’autore de Le radici e le frontiere. Figure e culture dell’urbanistica contemporanea (Planum, 2025) costruisce una riflessione articolata, basata su due materiali: cinque “medaglioni” dedicati a figure chiave del dibattito urbanistico italiano, e una rassegna critica di 400 articoli scientifici pubblicati su quattro imprescindibili riviste anglosassoni (Journal of the American Planning Association, Town Planning Review, Planning Theory, Planning Theory and Practice).

La riflessione mette in luce due aspetti della crisi della disciplina:

  • la frammentazione interna, che persiste fin dagli anni ’70 e si riflette nelle posizioni divergenti di Giuseppe Campos Venuti, Bernardo Secchi, Luigi Mazza, Pier Luigi Crosta e Alberto Clementi, apparentemente non riconosciute nel dibattito internazionale;
  • l’evanescenza teorica, segnata dal dominio dell’Everyday Urbanism, una corrente estetizzante e spesso effimera, che ha saturato il panorama teorico anglosassone.

Questa mia lettura (1) si concentra sulla tesi centrale del volume, tralasciando l’analisi dei materiali, per proporre alcuni spunti derivati anche dall’esperienza francese dell’autore.

Condivido l’urgenza, espressa da Palermo, di affrontare la svolta postmoderna e l’irruzione del quotidiano nella teoria urbanistica. Aggiungerei che questa svolta si è accentuata e oggi assume i contorni di un conflitto tra paradigmi, ancora poco riconosciuto dalla disciplina. Sebbene l’Everyday Urbanism e altre forme di valorizzazione delle pratiche dal basso abbiano contribuito ad ampliare l’orizzonte teorico, l’errore sta nell’assolutizzare queste prospettive, negando ogni legittimità all’azione pubblica strutturata. Tuttavia, si trovano diffuse tracce di un tatticismo non effimero, che apre a pratiche transitorie dotate di continuità e spessore. Distinguere l'ampio ambito del quotidiano e ricollegarlo alla sperimentazione progettuale e all'attivazione dal basso mi sembrano le precondizioni necessarie per rispondere alla sfida posta da Pier Carlo Palermo.

 

La lotta continua

Devo ammettere di nutrire alcune riserve sulle scelte cronologiche e biografiche che orientano la selezione di autori e riviste nel volume. Sebbene esse siano coerenti con il percorso intellettuale di Pier Carlo Palermo, risultano a mio avviso restrittive rispetto all’obiettivo dichiarato: indagare le risposte teoriche dell’urbanistica alla doppia svolta postmoderna e postindustriale. Il quadro che ne emerge rischia così di apparire troppo ristretto. La selezione riflette inevitabilmente il contesto storico e culturale dell’autore stesso: i protagonisti appartengono per lo più all’ultima generazione di baroni accademici degli anni Settanta, un’epoca in cui potere accademico, influenza politica e pratica professionale tendevano a sovrapporsi. Inoltre, Campos Venuti e Mazza, pur cercando un aggiornamento del paradigma moderno, vi rimangono ancorati. Secchi, ingegnere per formazione e visione, tenta un equilibrio: riconosce la presenza di nuovi attori urbani, ma affida alla forma del territorio il compito di mediare tra cittadini e tecnici. L’unico a interpretare in modo radicale e originale la svolta postmoderna e postindustriale è Pier Luigi Crosta, che tuttavia abbandona l’analisi e la pratica del governo urbano per concentrarsi sul più ampio tema delle interazioni sociali.

Ancora, l’etichetta Everyday Urbanism appare ambigua e generica. Che non si tratti di un’alternativa alle politiche top-down è ormai assodato, sia tra studiosi (Bragaglia, Rossignolo 2021) che tra gli operatori come dimostra il celebrato padiglione austriaco dell’attuale Biennale. Ma se non c’è alternativa tra politiche e pratiche, non può esserci nemmeno tra politiche e conflitto. Tra le molte riflessioni sul caso Milano, è particolarmente utile ricordare che per «riscrivere la tecnica urbanistica con la politica e attrezzare il discorso politico di tecniche adeguate» (Assennato 2025), il riformismo deve appoggiarsi ai soggetti e ai conflitti che attraversano gli spazi metropolitani.

Nonostante le precisazioni testé elencate, credo l’eccesso di Everyday segnalato da Palermo sia un timore da condividere; anzi, ancor più se lo si colloca sullo sfondo della diffusione e idealizzazione di pratiche culturali oggi di moda ma problematiche. A partire dagli anni Duemila, si sono affermati svariati approcci post-strutturalisti, decoloniali, femministi, così come orientamenti riconducibili all’Actor-Network Theory. Questi approcci rispondono a una forte ragione storica e pongono questioni centrali per chi oggi produce conoscenza urbanistica. Però, la nuova temperie teorica è segnata da ambizioni epistemologiche smisurate e spesso incontrollabili. Le tempestive critiche di Storper (2001) alla teoria urbana postcoloniale sono rimaste inascoltate; più di recente, Le Galès (2024) converge nel richiamo a una maggiore chiarezza analitica, rigore empirico e attenzione alle dinamiche strutturali di potere. L’insofferenza che caratterizza alcune versioni delle onto-epistemologie postcoloniali, degli approcci performativi femministi o l’“ontologia piatta” dell’ANT, minaccia di compromettere la capacità esplicativa degli studi urbani, portando a ricerche autoreferenziali, più centrate sulla soggettività dello studioso che sulle realtà sociali (Cremaschi 2011). È bene ricordare che simili estremi non sono necessari e che anche la rivendicazione di nuovismo è infondata. Anche prima della svolta decoloniale, diversi studiosi avevano già integrato una critica esplicita al modernismo e ai paradigmi eurocentrici (Allen et al. 2008), nonché messo alla prova gli approcci relazionali e basati sulle pratiche rispettando tuttavia solide basi empiriche e analitiche (Cremaschi 2023). In particolare, sia la pretesa di radicale alterità epistemologica, che la teoria politica basata sulla coalizione effimera delle differenze appaiono troppo pretenziose.

Credo necessario resistere alla idealizzazione dei vari post-strutturalismi decoloniali, femministi, ANT, ancorché sia indubbio che questi filoni abbiano posto interrogativi radicali sulla produzione del sapere urbanistico, insistendo su storie urbane plurali e conoscenze situate. Al tempo stesso, è necessario oltrepassare la prospettiva eurocentrica anche nello studio della città europea, così come è essenziale problematizzare criticamente il modello europeo di città, con le sue radici coloniali spesso rimosse. Il mito dell’unità tra sfera pubblica e spazio pubblico, ad esempio, oggi mostra evidenti tensioni. Un approccio comparativo e contestualizzato, fondato sulle pratiche e le esperienze vissute, non solo contribuisce a pluralizzare la categoria di “Sud”, ma invita a superare letture riduttive che associano ogni contesto subalterno a informalità estrema o subordinazione coloniale. Questa prospettiva consente di riconoscere l’eterogeneità interna e interregionale, utile anche per comprendere meglio l’urbanistica europea. Città marginali rispetto ai paradigmi dominanti, o quartieri periferici rispetto ai centri urbani, possono infatti costituire spazi generativi di teoria, in quanto luoghi dove si manifestano le contraddizioni profonde dei modelli continentali o nazionali (Cremaschi & Lieto 2020). In definitiva, appare evidente il legame tra questo sfondo teorico in ebollizione — che ha animato il dibattito degli ultimi due decenni — e la questione del quotidiano criticata da Palermo. Purtuttavia, i protagonisti del libro, fatta eccezione per Crosta, restano in gran parte impermeabili a queste riflessioni. In altre parole, Pier Carlo Palermo ha ragione a paventare gli eccessi di eterogeneità ed evanescenza teorica. Ma la selezione dell’epoca e degli autori sembra instabile: solo spostando di poco il cursore temporale, si apre un panorama teorico diverso. Buona parte dei ricercatori attivi nelle generazioni successive ha offerto contributi analitici misurati e avanzamenti teorici, in particolare riconnettendo l’attivazione dal basso e le politiche strutturali dell’urbanistica, al contrario delle pretese decoloniali. Non è un caso che ci siano più «amministratori» dell’urbanistica in questa generazione – a Bologna, Bari, Milano, Palermo, Napoli – che in quella di Campos! Inoltre, emergono temi e approcci in sintonia con il dibattito internazionale dove – non a caso – la coincidenza tra potere accademico, politico e professionale (e anche di genere) non costituisce più l’orizzonte di partenza. Vero invece che non ci sono riflessioni teoriche e tantomeno generalizzazioni sullo stato dell’urbanistica. Provo a indicare un possibile passo avanti a partire dal caso francese.

 

Il tatticismo non effimero

Dagli anni Duemila si è affermato, nel repertorio dell’urbanistica contemporanea, il paradigma dell’urbanistica tattica o transitoria: un insieme di interventi temporanei su terreni e edifici dismessi, finalizzati a coinvolgere le comunità locali prima della riconversione definitiva. Diversamente dalle occupazioni spontanee, tali iniziative si fondano su contratti temporali stipulati spesso con enti pubblici, che concedono lo spazio per usi culturali, imprenditoriali o di rivitalizzazione socioeconomica. Nella loro declinazione istituzionalizzata (Cremaschi et al. 2021, in particolare cap. 7; Cremaschi & Lucciarini 2022), queste pratiche si collocano entro processi di coproduzione, in cui attori pubblici, privati e società civile interagiscono nella fornitura di servizi e nella costruzione di beni comuni, promuovendo l’attivazione diretta dei cittadini.

L’attivazione di progetti tattici segue spesso un processo incrementale: un attore iniziale (pubblico, privato o no-profit) avvia un primo intervento, cui si aggiungono altri soggetti selezionati tramite bandi formali o reti informali, coordinati da un gestore del sito. Ogni attore porta interessi specifici – profitto, promozione sociale, formazione, valorizzazione immobiliare, coesione comunitaria – che influenzano la configurazione spaziale e simbolica dell’intervento. La sfida, in chiave di policy, è garantire che queste interazioni producano valore pubblico durevole, evitando derive di privatizzazione dello spazio o di esclusione sociale. In questa prospettiva, l’urbanistica tattica rappresenta un laboratorio per osservare i meccanismi di agency nella coproduzione urbana, valutando come obiettivi e pratiche emergano progressivamente dall’interazione tra attori e come le dinamiche locali possano influenzare strategie di sviluppo più ampie.

Il dibattito scientifico si interroga tuttavia sulla reale capacità dell’urbanistica tattica di produrre cambiamenti strutturali: alcuni ne sottolineano il potenziale di innovazione sociale, altri evidenziano il rischio di ridursi a maquillage urbano funzionale a logiche neoliberali (Cremaschi & Lucciarini 2022). Cruciali in questo senso sono la composizione e il funzionamento delle arene locali: spazi di negoziazione tra attori portatori di interessi distinti – economici, sociali, simbolici – in cui il consenso può derivare tanto da convergenze sostanziali quanto da accordi di mera convenienza, e dalla somma del fare delle pratiche. In tali arene, le relazioni si dispongono lungo un continuum che va dall’agency collaborativa, orientata alla creazione di sinergie e benefici condivisi, all’agency competitiva, caratterizzata da logiche particolaristiche e giochi a somma zero.

In alcuni casi, i progetti tattici hanno offerto il terreno per sperimentare programmi “aperti”. Nel campo della pianificazione urbana, l’intervento discende solitamente da un’intenzione e la nozione di programma ne guida la realizzazione. Le pratiche partecipative mostrano invece come piccoli interventi possano attivare reti dense e processi di apprendimento collettivo. La programmazione aperta – introdotta a Marsiglia nell’aménagement di una friche di 4,5 ha da Patrick Bouchain, Grand Prix de l’urbanisme 2019 – inserisce questo apprendimento all’interno delle pratiche urbanistiche più tradizionali e “dure” (Cremaschi et al. 2021). Per Bouchain (Manelli 2019) si tratta di un metodo e di un imperativo repubblicano: «il ruolo della democrazia è interrogare il principe… La strada è una 'proprietà condivisa', deve funzionare come una cooperativa, coinvolgendo i residenti, il comune e gli investitori privati».

La distinzione tra approcci top-down e bottom-up mette in luce, rispettivamente, l’analisi ex ante e l’importanza dell’interazione e dell’apprendimento reciproco. L’urbanistica si colloca così a metà strada tra razionalità tecnica e apertura performativa, alimentata tanto da narrazioni quanto da teorie. In situazioni di incertezza radicale (Callon et al., 2001), l’azione può precedere il significato e le intenzioni che attribuiamo alle azioni, richiedendo capacità di adattamento e improvvisazione. Politiche concepite come azioni generative – flessibili e capaci di integrare iniziative nuove più o meno consolidate, creando al contempo relazioni di fiducia – possono favorire (in alcuni ambiti) comportamenti collettivi innovativi, ma solo se supportate da un impegno istituzionale continuativo.

 

Il progetto urbano alla francese

Come è noto, correnti critiche provenienti dall’architettura e dall’urbanistica hanno proposto il progetto urbano in risposta alla crisi del piano urbanistico (oramai evidente anche in Francia: Hubscher 2024), un approccio caratterizzato dalla logica della coproduzione, dalla flessibilità e dalla valorizzazione dello spazio pubblico esistente. Questa visione semplificata, tuttavia, non restituisce la complessità del discorso: il progetto urbano non si configura come alternativa al piano (2), bensì come modalità di azione (Pinson 2009) finalizzata a una molteplicità di interventi in ambito urbano, nei trasporti e nelle infrastrutture. È bene ricordare la varietà interpretativa del termine ‘progetto’, che indica sia l’urbanistica morfologica e contestuale, centrata su forme urbane adattabili e reversibili, capaci di accompagnare cambiamenti economici e stili di vita (à la Mangin e Panerai), sia il re-incanto (à la Castro), inteso come progetto politico, creativo e partecipativo; ma anche di nuove soluzioni tipo-morfologiche e sperimentazioni procedurali (Portzamparc a Rive Gauche, Chemetoff a Nantes o Michelin a Bordeaux). Ma non si deve correre il rischio di sopravvalutare il dibattito dottrinale, peraltro sopito da tempo.

Nel contesto francese, il progetto urbano si è istituzionalizzato soprattutto entro le ZAC (Zone d’Amènagement Concertè) e attraverso gli aménageurs pubblici (con la presenza, tuttavia, anche di operatori privati), supportati da organizzazioni specializzate nella progettazione e gestione. Si tratta di un’attività collettiva, avviata prevalentemente da autorità pubbliche – enti locali, strutture intercomunali o, talvolta, dallo Stato – e spesso sviluppata in cooperazione tra amministrazioni. Crescono tuttavia anche iniziative private, più diffuse nel Regno Unito e in espansione in Europa continentale. La sociologia del progetto mette in luce la complessità di tali processi, interrogandosi costantemente sulla sua intermittenza e il ruolo dei soggetti coinvolti. Nel passare dalle intenzioni alle realizzazioni, il “desiderabile” entra in tensione con il “possibile” e struttura un processo continuo di confronto e aggiustamento, variabile secondo i contesti e le fasi del progetto. Numerosi studi e tesi di dottorato hanno analizzato il decorso dei progetti urbani (un primo panorama in Arab 2018), evidenziando la relazione tra strumenti “hard” (gestione fondiaria) e “soft” (coordinamento tra attori economici durante l’attuazione). L’attività di progetto comprende dunque un insieme eterogeneo di operazioni: dall’elaborazione concettuale e dalla definizione di orientamenti strategici, alla programmazione funzionale e alla progettazione spaziale, fino alla concertazione con gli attori, alla gestione tecnico-amministrativa e al coordinamento operativo, includendo aspetti economici, giuridici, comunicativi e conoscitivi. Le ambizioni sono rilevanti: riqualificazione di suoli compromessi, recupero di aree marginali e inquinate, produzione di spazi pubblici di qualità, garanzia di accesso all’alloggio per promuovere la mixité sociale e realizzazione degli equipaggiamenti pubblici previsti. A queste finalità si aggiungono le sfide della transizione ecologica: spazi aperti e permeabili, reti tecnologiche efficienti per riscaldamento e condizionamento, produzione energetica, sistemi NBS per filtraggio, raccolta e riciclo delle acque, gestione sostenibile dei rifiuti.

Il ruolo delle ZAC e dei progetti urbani rimane tuttavia rilevante solo nei contesti in cui il mercato fondiario è limitato e gli operatori privati dipendono dal settore pubblico per accedere ai suoli edificabili (riferimenti in: Arab et Dang Vu 2019). In altri scenari, l’espansione del liberismo e la crisi fiscale degli enti locali hanno ridotto la capacità di coordinare interventi complessi, favorendo la frammentazione e la proliferazione di iniziative opportunistiche, con il risultato di un paesaggio urbano puntuale e spesso disarticolato. Ma le Zac soffrono di numerosi problemi: inflazione programmatica, vogliono soddisfare troppi obiettivi; di crisi fiscale, costano troppo; e di complessità organizzativa, il costo di transazione è elevato. Lo strumento di concertazione e la dottrina del progetto potrebbero separare il loro tragitto prossimamente. Insomma, nel tatticismo si ritrovano i problemi contemporanei della sociologia del progetto (Arab 2018); entrambe le prospettive condividono la logica della coproduzione e l’attenzione al valore pubblico dello spazio, pur collocandosi su scale e temporalità differenti. I rischi sono diversi: la tattica rischia di ridursi a dispositivo di legittimazione delle trasformazioni guidate dal mercato; il progetto urbano resta legato da vincoli istituzionali e finanziari. In entrambi i casi, il nodo cruciale è la capacità di coniugare dimensione partecipativa e vincoli strutturali, sperimentazione e durata, azione e programmazione. In questa prospettiva, progetto urbano e urbanistica tattica non devono essere intesi come approcci contrapposti, bensì come modalità complementari di azione nella città contemporanea: l’uno fornisce la cornice strategica e istituzionale, l’altra introduce margini di adattamento e innovazione capaci di alimentarne la vitalità. Non solo: se la prospettiva è la mutazione molecolare e il riuso, se riciclare diventa la fonte della transizione sociale ed ecologica, allora questo incrocio diventa urgente e necessario.

 

Cercando in mezzo

Nel dibattito contemporaneo, la tensione tra modernità e postmodernità resta aperta. Il postmoderno ha frammentato il grande racconto urbano in molteplici narrazioni parallele, prive di un centro e incapaci di fondare pratiche di ricerche utili al cambiamento collettivo. In questo scenario, l’urbanista perde il ruolo esclusivo di tecnico pianificatore per diventare uno tra i molti autori della polifonia urbana. La modernità, tuttavia, continua a costituire l’orizzonte che giustifica progetti collettivi con ambizioni redistributive, conservative e ambientali. Ma è davvero possibile tracciare un solco netto tra le due prospettive? Come sottolinea Beauregard (1991), teoria e pratica dell’urbanistica sono «sospese tra modernità e postmodernità», e questa ambivalenza deve essere riconosciuta per elaborare strategie efficaci. Per riparare il mondo, non si può che collocarsi a metà via, nel senso proposto da Alessandro Balducci (2025): né dall’alto, né dal basso.

A mio giudizio, nel panorama internazionale si possono individuare cinque vie di uscita. La prima è in continuità con le tendenze macro, la seconda tenta un’improbabile marcia indietro, la terza si colloca lateralmente; le ultime due, a mio avviso, risultano più promettenti.

La prima è cinica e reazionaria, e consiste nell’accettare sia l’anarchia postmoderna sia la nuova gerarchia di valori postindustriali. Il Post Urbanism, rappresentato in modo compiuto da Koolhaas, accetta la contingenza del progetto nelle condizioni neoliberali e ignora il contesto. L’urbanistica prevalente in Asia, Africa, Medio Oriente, Russia e in molte altre regioni del mondo appare coerente con questa impostazione. Non mi farei grandi illusioni: questa è la strada che prevale; i grandi architetti contemporanei – al di là della posizione dei singoli – si collocano nel medesimo solco. La foresta verticale di Boeri e le bizzarrie di Gehry, come gli innumerevoli waterfront (ciechi di fronte all’innalzamento delle acque) esprimono una sostanziale rinuncia al governo delle trasformazioni e un ripiegamento sul consumo privato, in piena coerenza con questa prospettiva.

La seconda via è romantica e passatista, ed è rappresentata dal New Urbanism, promosso da Andrés Duany, dall’allora principe Carlo e da Léon Krier. Si caratterizzava per un idealismo formale e un orientamento politico riformista e integratore. Lo spazio è concepito come contesto appropriato e strutturato, capace di determinare comportamenti conformi a uno schema definito. I risultati sono sintetici e leggibili, spesso localizzati in quartieri e spazi comunitari. Esempi emblematici come Poundbury in UK e Seaside in Florida incarnano principi di centralità pedonale, armonia architettonica e scala umana. Si tratta, tuttavia, di una risposta regressiva, romantica e conservatrice, che guarda a valori antichi apparentemente universali.

La terza via è effimera e buonista, e consiste nell’Everyday Urbanism, incarnato da autori come Kalinsky, Crawford e da numerosi street artists. Si fonda su un atteggiamento utopico di attivazione dal basso, che valorizza pratiche improvvisate e l’uguaglianza degli usi spaziali. Lo stile è conversazionale, privo di un autore dominante, e privilegia l’interazione contestuale in uno spazio aperto, senza rigide relazioni causa-effetto. Si traduce in pratiche urbane informali e usi transitori, con preferenza per le zone non regolamentate. In questo senso è una mossa laterale, che si sottrae ai vincoli, alle responsabilità e ai compromessi del piano.

Le tre vie sono parimenti rappresentate tra gli architetti, che talvolta le mescolano. Cosa resta, dunque, sul terreno per chi vuole occuparsi di città? A mio avviso, le sole due vie d’uscita plausibili, che potrebbero idealmente convergere, sono le seguenti.

La prima ricerca una razionalità interna nella disposizione degli elementi spaziali nel tempo e nel territorio. L’organizzazione degli oggetti dipende da logiche strutturali economico-sociali, ma non è senza interesse indagare se vi siano anche limiti e regole materiali, solo in parte influenzate da tali logiche. Secchi appartiene a questa ispirazione – lontana dalla morfologia ma capace di ispirare versioni differenti e non equivalenti (si pensi ad Alberto Magnaghi, che non rientra nell’olimpo di Palermo; o ad altri che dall’analisi morfologica tentano, con esiti alterni e spesso ideologici, di estrarre principi di auto-organizzazione territoriale, non di rado un blando camuffamento delle logiche di mercato). Gli esiti sono incrementali e contestuali, con attenzione ai linguaggi, ai materiali e alle tipologie esistenti, senza cadere nel mimetismo. A parte certe derive formaliste e l’enfasi dell’autorganizzazione, una possibilità e non un destino, l’elemento centrale di questa posizione è la nozione di contesto, che ne fa uno spunto irrinunciabile se intesa correttamente come il modo in cui reti globali e rapporti strutturali si combinano localmente senza determinare interamente la configurazione delle forze in gioco (Kudva e Forrester 2023).

La seconda via considera la dimensione politica in senso profondo, non come volontà del principe di Leonardo Benevolo o teleologia di classe, ma come relazione tra saperi e poteri diffusi in attori sociali dal peso e dalla collocazione disomogenei. La condizione è non ridurre la politica ai soli processi di formazione del consenso, sempre più raramente legittimi e spesso arbitrari. Sono politiche tutte le iniziative che mettono in gioco il sistema delle interazioni e dei poteri nello spazio pubblico. Nei termini della Scuola Urbana di Sciences Po, l’urbanistica è «profondamente» politica, proprio perché intesa come «gioco degli attori» il cui esito non è pre-determinato (così come il contesto spaziale non è determinato) ma è parziale: dipende infatti da quali attori intervengono e da come agiscono, due condizioni che vanno esplorate empiricamente nella loro crescente e sorprendente varietà e non linearità (Le Galès & Vitale, 2015).

Come aveva già suggerito Palermo in precedenza (2022), è possibile incrociare contesto materiale e gioco degli attori: riconoscere la parziale autonomia delle configurazioni locali e insieme la natura profondamente politica di ogni intervento urbanistico. Questo spazio intermedio, modesto ma reale, costituisce il terreno su cui una politica riformista può agire, con esiti incrementali e contestuali, senza cadere né nell’astrazione modernista né nella dispersione postmoderna. Ci sono delle condizioni però e mi rendo conto che non sono banali: abbandonare l’orizzonte dell’architetto, vincolato per la missione «creativa» ad una delle prime tre vie; accettare l’atteggiamento localmente pragmatico per valorizzare il senso del possibile di ogni situazione, con tutti i limiti e i compromessi conseguenti; enunciare la parzialità progettuale selezionando soggetti, agenda e valori e denunciare i limiti dei regimi quando questi ostacolano il bene comune.

In questa lettura del volume di Pier Carlo Palermo mi sono soffermato sulla questione principale e ho cercato di far uso degli insegnamenti dell’opera e del suo autore per individuare una via d’uscita. Non solo mi sembra che l’allarme vada raccolto, ma ritengo che spostare lo sfondo cronologico e interpretativo accresca l’urgenza di un chiarimento. Ho introdotto alcune precisazioni che, senza invalidare l’asse argomentativo, ne spostano il cursore: più in alto sul piano teorico, più vicino alle pratiche per quanto riguarda il progetto urbano e la fuoriuscita disciplinare. Questo spazio, tuttavia, non è sufficiente: il conflitto riguarda condizioni non negoziabili. Ciò era vero nel 1848, quando Engels pensava che la rivoluzione avrebbe risolto i problemi della politica, come pure per Benevolo e molti altri che - al contrario - hanno attribuito alle politiche la capacità di rimuovere i presupposti della rivoluzione. In definitiva, urbanistica e politica non possono risolversi a vicenda, ma solo convivere. Le condizioni di tale convivenza richiedono di affrontare i problemi con strumenti teorici e pratici via via più avanzati: è in questa tensione, non nella promessa di una soluzione definitiva, che si colloca la possibilità di “riparare il mondo”.

Marco Cremaschi

 

 

Note
1) Sono un lettore incallito di Pier Carlo Palermo e ho già recensito altri suoi libri in passato. Sono quindi temprato, di parte e affezionato all’autore e alle sue tesi. Mi permetto perciò di omettere plausi e di concentrarmi su critiche e correzioni sperando di contribuire alla riflessione finale. Per giustificare lo spessore empirico delle tesi esposte, e doveroso rispetto ai miei coautori, reinvio all’occasione a mie pubblicazioni.
2) Un problema annoso che mi aveva occupato un tempo (1994) e che è maturato in efficaci pratiche didattiche (Baratier e Cremaschi 2020).

 

Riferimenti bibliografici
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N.d.C. - Marco Cremaschi dirige le Cycle d’Urbanisme de l'École Urbaine de Sciences Po à Paris, dove afferisce al Centre d’études européennes et de politique comparée. Il suo lavoro si concentra sullo studio comparato dei grandi progetti urbani, sull'accoglienza dei rifugiati.
È stato direttore del master in Progetto urbano presso l’Università degli studi di Roma Tre, Fulbright professor presso l'Università di Pittsburgh (2003), Marie Curie Fellow presso l'University College di Londra (1996), borsista CNRS presso l'Institut Français d'Urbanisme dell'Università di Parigi 8 (1992) e visiting scholar presso il Politecnico di Milano (2008), il Bauhaus-Weimar (2009-10), la Cornell (2010), IDS Kolkata (2011), UNSAM Buenos Aires (2012-13). Ha curato la serie «Péripheries» per Urbanistica Informazioni e ha scritto per l'e-journal internazionale Planum.
Tra i suoi libri: Esperienza comune e progetto urbano (F. Angeli, 1994); Progetti di sviluppo del territorio. Le azioni integrate locali in Italia e in Europa (Il sole 24 ore, 2002); L'Europa delle città. Accessibilità, partnership, policentrismo nelle politiche comunitarie per il territorio (Alinea, 2005); (a cura di) Tracce di quartieri. Il legame sociale nella città che cambia (Franco Angeli, 2008); (a cura di) Atlante e scenari del Lazio metropolitano (Alinea, 2010); con Frank Eckardt (a cura di) Changing places. Urbanity, citizenship & ideology in the new European neighbourhoods (Techne Press, 2011); (a cura di), Rapporto sulle città. Metropoli attraverso la crisi (Urban@it - Il Mulino, 2016); con Carlotta Fioretti, Teresa Mannarini e Sergio Salvatore, Culture and policy-making. Pluralism, Performativity, and Semiotic Capital (Springer 2021); con Yvonne Rydin, Robert Beauregard, e Laura Lieto, Regulation and Planning. Practices, Institutions, Agency (Routledge, 2022); Tous les chemins de Rome, Continuités, blocage et réinvention d’une ville en suspens (Paris, 2026).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


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10 OTTOBRE 2025

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideazione e direzione scientifica (dal 2013):
Renzo Riboldazzi

direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate

comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia

comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

conferenze-dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

incontri-convegni

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
2024: programma/1,2,3,4
2025: programma/1,2,3,4
 
 

 

autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati
2023: Valeria Erba

 

 

letture e pubblicazioni

2015: online
2016: online/periodico1/24
2017: online/periodico2/24
2018: online/periodico1/25
2019: online/pubblicazione
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023: online/pubblicazione
2024: online/pubblicazione
2025:

C. Bianchetti, La biografia è un genere plurale, commento a: M. Orazi, Vite stravaganti di architetti (Giometti & Antonello 2025)

A. Colombo, Migliorare la vita di tutti, subito, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)

F. Colombo, La vita è teatro (e arte), commento a: R. Sennett, La società del palcoscenico (Feltrinelli, 2024)

G. Nuvolati, Un genio anche per gli incroci, commento a: S. Cascavilla, Il dio degli incroci (Exòrma, 2021)

M. d'Ovidio, La città "altra" è oggi, commento a: L. Lippolis, Viaggio al termine della città (Elèuthera, 2024)

G. Consonni, Abitare il segreto dei luoghi, commento a: M. Belpoliti, Nord Nord (Einaudi, 2025)

M. Agostinelli, Salvare il suolo (anche dalle rinnovabili), commento a: P. Pileri, Dalla parte del suolo (Laterza, 2024)

E. Scandurra, L'umanità è nei luoghi, commento a: Lettere d’amore dalla via Appia (Gangemi, 2024)

L. Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)

M. Russo, Urbanistica: una disciplina da riscoprire, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)

A. Mazzette, Turismo urbano? Anche troppo, commento a: G. Amendola, Il turista e la città (Mario Adda Editore, 2025)

L. Bottini, Anche lo spazio parla, ascoltiamolo, commento a: A. Mela, E. Battaglini e A. Laura Palazzo, La società e lo spazio (Carocci, 2024)

C. Olmo, Mollino oltre la biografia d'artista, commento a: A. De Rossi, R. Dini, La montagna di Carlo Mollino (Hoepli, 2023)

G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)

R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)

B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)

A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)

D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)

R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)

M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)

A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)

D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)

F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)

P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)

F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)

G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)

E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)