| |
UNA DIVERSA IDEA DI CIVILTÀ
Commento ai libri di Ailton Krenak
Romeo Farinella
altri contributi:
dello stesso autore
sullo stesso argomento
|
|
|
|
|
Esiste un fiume, in Brasile, che si chiama Watu. Lo chiamano così i Krenak, popolo indigeno della valle del Rio Doce, tra Minas Gerais ed Espírito Santo. Watu vuol dire nonno (Avô). Non è una metafora poetica: quando nasce un bambino Krenak, lo si immerge nelle acque del fiume perché il nonno lo riconosca.
Il 5 novembre 2015 una diga mineraria della Samarco, joint venture di Vale e BHP Billiton, crolla a Mariana riversando cinquanta milioni di metri cubi di fanghi tossici lungo seicentosettantacinque chilometri di fiume. Diciannove morti, quattro terre indigene devastate, un ecosistema in coma. Per Ailton Krenak, filosofo, scrittore e leader del popolo Krenak, primo indigeno eletto all'Accademia Brasiliana delle Lettere, quel giorno non è morto un semplice corso d'acqua: è morto un parente.
Questo episodio, da cui prende avvio gran parte della sua riflessione, aiuta a comprendere perché oggi Krenak sia considerato una delle voci filosofiche più originali del nostro tempo. Il crescente interesse internazionale nei confronti dei suoi libri non nasce dalla curiosità verso un pensiero "indigeno", quasi fosse una testimonianza antropologica proveniente da un mondo lontano. Nasce piuttosto dalla capacità di mettere radicalmente in discussione alcune delle categorie fondamentali attraverso cui la modernità occidentale ha interpretato il rapporto tra gli esseri umani e il resto del vivente.
I tre libri che compongono la sua ormai celebre trilogia – Ideias para adiar o fim do mundo (Companhia das letras, 2020; in italiano: Idee per rimandare la fine del mondo: L'identità esemplare di un piccolo popolo per il futuro delle società umane, trad. di Sara Cavarero, Aboca, 2020), A vida não é útil (Companhia das letras, 2020), e Futuro Ancestral (Companhia das Letras, 2022; in italiano: Futuro ancestrale, trad. di Dea Merlini, Nero, 2025) – possono essere letti come un unico percorso teorico (1). Non offrono un programma ecologista né una proposta di sviluppo sostenibile più efficace. Mettono sotto accusa l'idea stessa di progresso illimitato, di crescita permanente e di dominio sulla Terra che ha accompagnato gli ultimi secoli della storia occidentale. La crisi climatica, nelle pagine di Krenak, non appare come un incidente di percorso da correggere con innovazioni tecnologiche o con un capitalismo più verde. È il sintomo di una crisi molto più profonda: una crisi del nostro modo di abitare il mondo.
Da questo punto di vista, Krenak non appartiene soltanto alla tradizione del pensiero ecologico. La sua riflessione investe la filosofia, la politica, l'economia e perfino l'idea di umanità. Non contesta semplicemente lo sfruttamento delle risorse naturali, ma quella concezione dell'essere umano che lo vede separato dal resto del vivente, autorizzato a considerare foreste, montagne, fiumi e animali come oggetti disponibili al proprio uso.
È una prospettiva che, pur nascendo in un contesto culturale radicalmente diverso, entra sorprendentemente in dialogo con alcune delle riflessioni più profonde della tradizione occidentale. Il riferimento è alla Ginestra di Giacomo Leopardi, un testo che, letto oggi alla luce della crisi climatica, appare di straordinaria attualità. Leopardi smonta l'illusione che la natura sia stata creata a misura dell'uomo e, nella celebre invettiva contro il «secol superbo e sciocco», denuncia la pretesa dell'umanità di considerarsi il fine dell'universo. Il Vesuvio, che domina il paesaggio del poema, non distingue tra ricchi e poveri, tra civiltà avanzate e società primitive. Pompei, Ercolano e Stabia diventano il simbolo della fragilità di ogni costruzione umana di fronte a una natura che non concede né privilegi, né eccezioni.
Naturalmente le prospettive dei due autori restano profondamente diverse. Per Leopardi la natura è indifferente ai destini umani; non è né benevola né ostile, ma semplicemente estranea alle nostre aspettative. Krenak, al contrario, descrive un mondo nel quale il vivente è costituito da relazioni di parentela che coinvolgono esseri umani, fiumi, montagne, foreste e animali. Eppure, proprio questa distanza rende ancora più interessante il loro dialogo. Entrambi demoliscono l'idea che l'uomo occupi una posizione privilegiata nel cosmo. Entrambi rifiutano la convinzione che la Terra esista per soddisfare i bisogni della nostra specie. Entrambi, seppure partendo da esperienze e tradizioni lontanissime, mettono in discussione quello che potremmo definire l'eccezionalismo umano.
La differenza è che Leopardi ci conduce fino al riconoscimento della nostra comune fragilità, invitando gli esseri umani a stringersi in quella «social catena» che nasce dalla consapevolezza di condividere uno stesso destino. Krenak compie un passo ulteriore: quella comunità non comprende soltanto gli esseri umani, ma l'intero mondo vivente. La solidarietà non si arresta ai confini della specie, ma si estende ai fiumi, alle foreste, agli animali e ai territori con cui condividiamo l'esistenza. Se Leopardi ci invita ad abbandonare l'illusione del dominio sulla natura, Krenak ci chiede di rinunciare all'idea stessa che esista una separazione tra noi e ciò che chiamiamo natura.
Il pensiero occidentale, di fronte alla crisi ecologica, ha progressivamente cercato di correggere il proprio rapporto con la natura senza tuttavia rinunciare completamente ai presupposti su cui quel rapporto si era costruito. È un percorso che attraversa la filosofia, la scienza e perfino la teologia.
Nella Laudato si', ad esempio, papa Francesco prende nettamente le distanze da una concezione della Terra come semplice deposito di risorse affidato alla disponibilità dell'uomo. La "casa comune" diventa un bene da custodire e la cura sostituisce il dominio. Si tratta di un passaggio storico di grande importanza, che ha contribuito a riportare la questione ecologica al centro del dibattito etico e politico mondiale. E tuttavia la prospettiva resta interna alla tradizione cristiana: l'essere umano continua a occupare una posizione particolare nel creato, custode di un mondo che gli è affidato.
Qualcosa di analogo accade con Aldo Leopold, uno dei padri dell'etica ambientale contemporanea. Con la teorizzazione della Land Ethic egli propone un cambiamento radicale dello sguardo: l'uomo non è il proprietario della Terra, ma «un semplice membro e cittadino della comunità biotica (land community)». Suolo, acque, piante e animali cessano di essere oggetti privi di valore intrinseco e diventano parte di una stessa comunità morale. Resta evidente che la "comunità biotica" e i doveri a essa associati, sono categorie interpretative create interamente dalla mente umana e pertanto la relazione morale è unidirezionale: l'essere umano riconosce un valore alla natura e si autoimpone dei limiti, senza aspettarsi reciprocità. Ancora oggi questa intuizione rappresenta uno dei punti più avanzati del pensiero ecologico occidentale.
Krenak, tuttavia, compie un passo ulteriore. Non si limita a ridefinire il posto dell'essere umano all'interno della natura. Mette in discussione la separazione stessa tra uomo e natura. La sua critica è più radicale perché riguarda la struttura concettuale della modernità. L'idea che esistano, da una parte, soggetti umani e, dall'altra, un mondo naturale da amministrare, proteggere o sfruttare, non costituisce una verità universale, ma una costruzione storica. È il risultato di una particolare vicenda culturale che ha accompagnato l'espansione coloniale, la nascita della società industriale e lo sviluppo dell'economia estrattiva.
È in questo senso che la trilogia di Krenak assume un valore che supera largamente il dibattito ecologico. In Idee per rimandare la fine del mondo l'autore denuncia l'illusione di un'umanità omogenea lanciata verso un futuro di progresso infinito, mostrando come quella promessa abbia escluso interi popoli e trasformato la Terra in una gigantesca riserva di materie prime. In Futuro ancestrale ribalta la nostra idea di tempo: il futuro non nasce dalla rimozione del passato, ma dalla capacità di custodire le relazioni che ci legano ai territori, agli antenati e alle altre forme di vita. È un invito a pensare che l'innovazione non coincida necessariamente con la rottura – con il Fuck the contest – ma possa nascere dalla continuità, dalla memoria e dall'ascolto. Infine, in La vita non è utile, Krenak porta alle estreme conseguenze la propria critica della modernità, denunciando una civiltà che misura ogni cosa in termini di produttività, efficienza e rendimento economico, fino a svuotare di significato la vita stessa.
Non è difficile riconoscere, dietro queste pagine, una critica che investe il nostro presente. Le crisi climatiche, la perdita di biodiversità, l'inaridimento dei suoli, l'inquinamento dei fiumi o l'innalzamento dei mari non sono fenomeni separati. Sono manifestazioni diverse di uno stesso paradigma che continua a considerare il vivente come una realtà esterna alla società, disponibile per essere trasformata in valore economico. Per questo Krenak insiste sul fatto che la questione ambientale non può essere affrontata come un semplice problema tecnico. Prima ancora di cambiare le tecnologie o le politiche energetiche, occorre interrogare l'immagine dell'uomo che le ha rese possibili.
È proprio qui che il pensiero di Krenak entra in dialogo con alcune delle riflessioni più avanzate del nostro tempo. La sua non è una filosofia della rinuncia o del ritorno nostalgico a un passato idealizzato. È un invito a ripensare il nostro modo di abitare la Terra, riconoscendo che gli esseri umani non vivono sopra il mondo, ma dentro una trama di relazioni che li precede e li rende possibili. In questa prospettiva la crisi ecologica cessa di essere una questione settoriale e diventa una domanda sulla civiltà che abbiamo costruito.
Se Krenak costruisce una filosofia del vivente, la giornalista e scrittrice Eliane Brum ne racconta la concreta esperienza storica. Da alcuni anni ha scelto di lasciare San Paolo per trasferirsi ad Altamira, nel cuore dell'Amazzonia brasiliana, una delle città simbolo delle trasformazioni prodotte dalla diga di Belo Monte e dall'espansione dell'economia estrattiva. Nei suoi reportage e nel libro Amazzonia. Viaggio al centro del mondo (Sellerio, 2023), Brum mostra come ciò che accade nella foresta non riguardi soltanto le popolazioni indigene o la conservazione della biodiversità. L'Amazzonia è diventata il luogo in cui si manifesta con maggiore evidenza la crisi del modello di sviluppo contemporaneo. Non è la periferia del mondo, ma uno dei suoi centri nevralgici.
È questo anche il punto d'incontro con Krenak. Entrambi rifiutano la rappresentazione dell'Amazzonia come ultimo santuario naturale da preservare per ragioni estetiche o sentimentali. La foresta non è uno scenario, né un'immensa riserva di materie prime. È uno spazio abitato, una comunità di relazioni nella quale il destino degli esseri umani è inseparabile da quello dei fiumi, degli alberi, degli animali e dei popoli che la custodiscono da millenni. La sua distruzione non costituisce soltanto una perdita ecologica: rappresenta l'impoverimento di un diverso modo di concepire la convivenza tra il vivente e le società umane.
È forse questa la ragione del successo internazionale della trilogia di Krenak. I suoi libri non offrono ricette per affrontare la crisi climatica né propongono un nuovo programma ambientalista. Ci invitano piuttosto a cambiare la domanda. Non più come salvare la natura, ma quale idea di civiltà continuiamo a difendere quando immaginiamo che la Terra sia una semplice risorsa da amministrare. La questione ecologica diventa così una questione politica e culturale, perché mette in discussione il modo in cui definiamo lo sviluppo, il benessere, il progresso e dunque l'idea di futuro.
Questa riflessione assume un significato particolare anche per chi si occupa di città e di progetto. Negli ultimi anni Krenak ha proposto – in una conferenza al College de France – il neologismo florescidade, nato dall'unione delle parole floresta e cidade. Non si tratta di un invito romantico a riportare la natura dentro gli spazi urbani, né di un semplice programma di forestazione. È una critica molto più radicale dell'urbanistica moderna. L'archeologia amazzonica ha ormai dimostrato che, prima della conquista europea, esistevano insediamenti complessi perfettamente integrati nella foresta, capaci di modificare il territorio senza separarsene. La città non era il contrario della foresta, ma una delle sue possibili forme.
È una lezione che riguarda anche le città europee, sempre più esposte agli effetti del cambiamento climatico. Continuiamo a parlare di alberi come elementi di arredo urbano, di verde pubblico come dotazione accessoria, di parchi come compensazione ambientale. Continuiamo a parlare di adattamento scordandoci la mitigazione. Ma se prendiamo sul serio la lezione di Krenak, la domanda cambia radicalmente. Non si tratta di aggiungere più natura alla città, come se fossero due realtà distinte. Si tratta di riconoscere che la città è essa stessa un ecosistema vivente, attraversato da relazioni ecologiche, sociali e culturali che il progetto è chiamato a ricomporre. Redistribuire ombra, acqua, suoli permeabili e biodiversità diventa allora un atto di giustizia ambientale prima ancora che una scelta tecnica.
Forse è proprio qui che risiede il contributo più originale di Ailton Krenak. Il suo pensiero non ci invita semplicemente a essere più prudenti nei confronti della natura. Ci costringe a riconoscere che la crisi climatica non potrà essere affrontata finché continueremo a considerare il vivente come qualcosa di esterno alla nostra esistenza. Per questo la sua trilogia non è soltanto una delle riflessioni più importanti sull'ecologia contemporanea. È una critica della modernità e, insieme, un invito a immaginare una diversa idea di civiltà. In un tempo in cui il cambiamento climatico rende sempre più evidente la fragilità del nostro modello di sviluppo, Krenak non ci parla dalla periferia del mondo, ma dal suo centro. Due secoli dopo La ginestra, Krenak ci ricorda che la vera alternativa non è tra sviluppo e conservazione, ma tra continuare a considerarci padroni della Terra o riconoscerci parte di una comunità del vivente infinitamente più ampia della nostra specie.
Romeo Farinella
Note
1) In edizione italiana è stata pubblicata anche la raccolta di tre saggi brevi di Bonaventura del Sousa Santos, Ailton Krenak, Helena Silvestre, Sistema e antisistema. Tre saggi, tre mondi nello stesso mondo (Castelvecchi, 2022).
N.d.C. – Romeo Farinella è professore ordinario di Urbanistica all’Università degli Studi di Ferrara dove insegna Progettazione urbanistica e Geografia urbana. È stato direttore del Centro di Ateneo per la Cooperazione allo Sviluppo Internazionale. Ha insegnato anche in Francia (Lille, Parigi, Strasburgo), Cina (Chengdu), L’Avana, São Paulo e Curitiba.
Tra i suoi libri: a cura di, I fiumi come infrastrutture culturali (Compositori, 2005); con Michele Ronconi, a cura di, Territorio, fiumi, città. Esperienze di riqualificazione in Italia (Maggioli, 2008; con Michele Ronconi, a cura di, Politiche dell'abitare e progetto urbano. Esperienze europee (Compositori, 2011); a cura di, Acqua come patrimonio. Esperienze e savoir faire nella riqualificazione delle città d'acqua e dei paesaggi fluviali (Aracne, 2013); con Antonio Borgogni, Le città attive. Percorsi pubblici nel corpo urbano (Angeli, 2017); Hors les murs. Strategie e progetti per la Grand Paris (Aracne, 2018); con Elena Dorato e Michele Nani, AcerFerrara100. Per una storia della casa pubblica a Ferrara e Provincia. Studi e documenti IACP 1920/ACER 2020 (Altralinea, 2021); a cura di, Downtown São Paulo. Reflections of an international design lab (Aracne, 2022); Le fragole di Londra. Attraverso le città disuguali (Mimesis, 2024); Aghelbalon. Note di un urbanista in viaggio (Mimesis, 2026).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 28 OTTOBRE 2026 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni (fino alla sua scomparsa nel 2026), Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
confronti
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/periodico1/25 2019: online/periodico2/25 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025: online/pubblicazione 2026:
L. Gaeta, L'AI tra abitudine e trappole, commento a: P. Fusero, Hypercity (FrancoAngeli 2024)
M. Ieva, L'architettura come arte del pensiero, commento a. M. Sèstito, Grammatiche terrestri (Mediano, 2025)
C. Tedesco, Napoli: sguardi inediti sulla fragilità, commento a: F. Palestino, La forma dell’invisibile (Clean, 2022)
F. Aliata, Architetti italiani in Argentina, commento a: G. D'Amia,Architetti e costruttori italiani in Argentina (Silvana editoriale, 2025)
G. Zucconi, Un paradiso sul mare, commento a: R. Mastrella, A. Jaia (a cura di), Cesare Bazzani architetto, 1873-1939 (Gangemi 2026)
E. Tagliacollo, Lo spazio tra arte e architettura, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)
G.Nuvolati, Una graffetta per capire il mondo, commento a: V. Porcellana, Antropologia della graffetta (Meltemi 2026)
A. Cancellieri, Combattere la povertà, non i poveri, commento a: P. Grassi, G. Pozzi, V. Verdolini, Milano fantasma (ombre corte, 2025)
B. Bottero, È nato prima l'uovo o la gallina?, commento a: G. Ferri, A. Scandurra, Casa Rebus (LetteraVentidue 2023)
P. C. Palermo, Recensione di urbanistica, commento a: E. Granata, La città è di tutti (Einaudi, 2026)
A. Valentinelli, Le pecore e la BreBeMi, commento a: E. Garda, A. Longo, Le pecore e l'autostrada (Donzelli, 2025)
P. Gabellini, Sull'Italia di mezzo: il primo ritratto, commento a S. Caramaschi, C. Mattioli, La pianura metro-rurale (Donzelli, 2025)
S. Ronchi, S. Salata, R. Moscarelli, Consumo di suolo? 2,7 mq al secondo, commento al Rapporto Ispra 2025
R. Bedosti, Anche i regolamenti vanno letti, commento al Regolamento UE 2024/1991
F. de Agostini, Fare paesaggio con l'architettura, commento a: G. Barazzetta, Architettura e paesaggio. I luoghi e le case di Bruno Morassutti (Pendagron, 2025)
E. Corradi, Storie di architetture e di amicizie, commento a: L. Spinelli, Cino Zucchi (LetteraVentidue, 2025)
M. Assennato, La storia come politica, commento a: R. Masiero, S. Tagliagambe, P. Zanenga, Metadomini (Libria, 2025)
P. Perulli, Conoscere la città camminando, commento a: G. Nuvolati (a cura di), Camminare la città (il Mulino, 2025)
M. Peverini, La casa è di nuovo sexy?, commento a S. Gainsforth, L'Italia senza casa (Laterza, 2025)
P. Pileri, La terra è un cantico, commento a: S. Mancuso, Il cantico della terra, (Laterza, 2025)
M. Cusumano, Ambiente: la dimensione del rischio, commento a: A. Mela, S. Mugnano (a cura di), Il rischio ambientale (Carocci, 2025)
M. R. Gisotti, Molti luoghi dentro di noi, commento a: A. Marson, A. Tarpino, Sguardi sul paeesaggio (manifestolibri, 2025)
F. Gastaldi, La casa: diritto o privilegio? Commento a: A. Gramigna, A. Scialdone (a cura di), Diritto o privilegio? (Egea, 2026)
M. Santangelo, La relazione nella città reclusa, commento a: A. Di Franco, M. Frangipane, G. Orsenigo, Progettare in carcere (LetteraVentidue, 2025)
P. Grassi, Le reti come strumento di sussidarietà, commento a: A. Ranzini, Reti per una città che cura (FrancoAngeli, 2025)
A. Rosima, La città è (anche) dei giovani, commento a C. Leccardi, Vite aperte al possibile (il Mulino, 2025)
F. Ceci, Napoli: la necessità di fare politica, commento ai libri di: B. Russo, Le case dei sogni (Monitor, 2025); L Rossomando, L’impresa del bene (Carocci, 2025); A. Esposito, Le case degli altri (Editpress, 2023).
M. Russo, Arte e architettura: uno spazio comune, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)
G. Zucconi, Napoleone tra architettura e città, commento al libro di G. D'Amia, Milano capitale 1797-1814 (Silvana Ed., 2021).
M. Manzelle, Perché Venezia sia ancora una città, commento a: D. Calabi, Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025)
L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)
M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)
P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)
P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)
S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)
C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)
F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)
F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)
G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)
M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)
M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano
O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)
F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)
C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)
M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)
A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)
|
|
|