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TIFARE KOOLHAAS
Commento al libro di Marco Biraghi
Federico Bilò
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1. Organizzazione del libro Nel 2024, in coincidenza con gli 80 anni di Rem Koolhaas (d’ora in poi, RK), Marco Biraghi ha pubblicato un libro monografico intitolato Rem Koolhaas. L’architettura al di là del bene e del male (Einaudi, 2024), titolo sul quale dovremo tornare. Il volume è organizzato in due parti: un saggio critico (pp. 3-155) e le schede (pp. 157-217); a ciò vanno aggiunte l’opportuna Premessa (pp. IX-XIII) e i consueti apparati (pp. 219-226). Tale organizzazione è strategica per la retorica espositiva del libro. Le schede, infatti, consentono quegli approfondimenti specifici che era difficile collocare nel saggio; e, per converso, il saggio risulta libero dalla necessità di soffermarsi sui singoli episodi, progettuali o d’altra natura, illustrati dalle schede dedicate.
2. Schede Le schede seguono un ordine (quasi) cronologico: la prima è dedicata a The Berlin Wall as Architecture (1971); l’ultima, Road Map 2050 (2010), rappresenta «uno scenario di sviluppo praticabile per un’Europa che diminuisca il proprio consumo di materiali inquinanti e di combustibili fossili» (1). Sarà pure casuale, ma la differenza tematica tra la prima e l’ultima scheda evidenzia emblematicamente l’evoluzione dell’agenda disciplinare tra gli anni Settanta del Novecento e i primi decenni del nuovo millennio. Sono presenti schede dedicate ai principali, più famosi e decisivi lavori di RK. Dagli studi sui grattacieli e sulla densità di Manhattan, a The Story of the Pool (1977); dal progetto presentato al concorso per il Parc de la Villette a Parigi (1982) alla Kunsthal di Rotterdam (1987-92); da due dei tre famosi progetti di concorso del 1989, alla villa a Bordeaux (1994-98); dalla biblioteca di Seattle (1999-2004) alla Casa da Musica di Porto (1999-2005).
3. La Premessa Nella Premessa. L’architetto di genere mutante, si leggono varie affermazioni preliminari, necessarie per orientare la successiva esegesi. Tali affermazioni riguardano in primo luogo la postura di RK, critica rispetto al moralismo imperante nel Movimento Moderno; ponendosi al di là del bene e del male (ritorna il titolo nietzschiano del volume), l’olandese «ha affermato la propria completa indipendenza» (2) dalla verità: costruttiva, estetica (?) o sociale che sia. Ciò non solo gli consente di generare agilmente «un pensiero che scava al di sotto della superficie delle cose» (3), ma anche, di conseguenza, di risultare «il prodotto più rilevante – in ambito architettonico e urbano – dell’ultimo quarto del XX secolo e dei primi decenni del XXI, e un lascito imprescindibile per il futuro» (4). Ancora, Biraghi riconosce nel lavoro di RK, nei progetti e negli scritti «l’ultima teoria dell’architettura del Novecento» (5). O, dovremmo forse dire, l’ultima teoria dell’architettura in assoluto? Infine, sempre nella Premessa, Biraghi ricorda un’affermazione capitale di RK, il quale ha inteso «spezzare l’asfalto dell’idealismo con il martello pneumatico del realismo» (6). Un’affermazione gravida di conseguenze, come vedremo, figlia della postura moralmente neutra dell’olandese, poc’anzi ricordata.
4. L’oltrepassamento dell’ideologia Consideriamo poi il saggio. Esso è organizzato in 12 capitoli: inevitabilmente, non hanno tutti la stessa importanza. Per il ragionamento che qui si vuole istruire, consideriamo cruciali il 1° (L’oltrepassamento dell’ideologia), il 4° (La seconda dell’architettura moderna) e l’8° (Il trionfo annunciato della realtà). Secondo Marco Biraghi, RK ha una particolare «capacità di osservare il mondo con occhi smaliziati e privi di illusioni» (7) e tale capacità deriverebbe dalla sua attività giovanile di giornalista presso l’”Haagse Post”(8). Un’esperienza lavorativa condotta tra il 1963 e il 1967, che avrebbe garantito all’architetto olandese la capacità di «mantenere un’impassibilità e un’oggettività puramente “fattuale”»(9), ovvero «un modo di vedere le cose – “with ”, senza stile, o quantomeno il più possibile esente da commenti, opinioni e giudizi»(10). I presupposti del celeberrimo inventario clinico koolhaasiano stanno tutti qui (11). Ma forse si può e si deve anche dire che RK è un sessantottino(12) e che, paradossalmente, proprio l’appartenenza a quella generazione gli ha conferito un invincibile disincanto e un distacco ideologico che, nello specifico, gli consentono di oltrepassare agevolmente l’ideologia che aveva caratterizzato non solo i CIAM e il movimento moderno(13), ma anche il Team 10. Distacco e disincanto che non sono circoscritti all’orizzonte politico del fare architettura: piuttosto, riguardano anche i modi di fare e di pensare diffusi all’interno del mestiere: una vera e propria ideologia operante in maniera surrettizia; riguardano, quindi, quel quantum di senso comune operante all’interno del sapere specialistico degli architetti. Ribadendo la necessità di oltrepassare l’ideologia più o meno inconsapevole degli architetti, affermava nel 2000 RK: «il quadro intellettuale, il vocabolario, i valori e i più intimi riferimenti delle nostre professioni sono molto antichi, spesso bimillenari. Il che li rende inadatti a cogliere gli accadimenti attuali e l’accelerazione delle cose […] la nostra professione è afflitta da valori consolidati, che ci portano a rifiutare sistematicamente, a priori, tutto ciò che accade. Il mio lavoro è teso, soprattutto, a liberarci da questi impedimenti» (14). Affermazioni come quest’ultima, comportano quel differente rapporto con la realtà del quale diremo tra breve.
5. La seconda chance dell’architettura moderna L’architettura del Novecento è alla base del lavoro di RK, il quale non voleva affatto spedire in soffitta l’architettura moderna: al contrario, si proponeva di rilanciarla. Intendeva offrirle, come dichiarò in una remota (1985) e celebre intervista, una seconda chance (15). Anche perché, in quel momento – l’inizio degli anni Ottanta –, il mainstream era costituito dall’insulso storicismo post-modern, trionfante ovunque a partire dalla mostra La presenza del Passato, svoltasi a Venezia nel 1980. Come sintetizza Biraghi, «per Koolhaas l’esperienza moderna rappresenta non tanto qualcosa che è “stata”, quanto piuttosto qualcosa che potrebbe essere ancora»(16). Ma questo poter essere ancora richiede e impone almeno due correttivi rispetto a quanto fatto fino a quel momento. Il primo: sostituire l’ethos dell’avanguardia, basato su ascetismo e puritanesimo, con un ethos diverso, determinato dai valori risultati prevalenti nel secondo Novecento(17); secondo Biraghi, essi sono edonismo, lusso e benessere. Scrive RK: «noi sospettiamo da sempre che l’architettura moderna sia un movimento edonistico e che la sua severità, la sua astrazione e il suo rigore siano solo la trama su cui vengono costruiti gli scenari più provocatori per quell’esperimento che è l’architettura moderna»(18). Il secondo correttivo: per dare all’architettura moderna una seconda chance, occorre mitigarne il formalismo. È stato ricordato l’interesse primario di RK «per un’architettura moderna più legata al programma che alla forma»(19). Come ha chiosato Pier Vittorio Aureli, «what matters is not architecture, but the life that takes place in it»(20). Concordiamo con Aureli, ma riteniamo mendace l’affermazione di RK sulla forma che, viceversa, gli interessa molto; si può facilmente dimostrare, infatti, che, nel merito, RK disse delle bugie: bugie strategiche, utili a definire la propria posizione: controcorrente. Inoltre, offrire all’architettura moderna una seconda chance significa anche usare di nuovo, reinterpretandoli, alcuni suoi devices compositivi caratteristici (21): uno per tutti, la promenade architecturale di corbusiana memoria, che arriva a totalizzarsi nell’architettura del piano inclinato (come, ad esempio, nella non realizzata doppia biblioteca di Jussieu a Parigi, 1992, o nel realizzato Educatorium di Utrecht, 1995-97). Consideriamo Villa Dall’Ava a Parigi (1984-91): una sorta di scarnificazione di Ville Savoye (Le Corbusier, Parigi,1928-31); consideriamo la Kunsthal a Rotterdam (1987-92): un incrocio tra un percorso urbano, la Nationalgalerie di Mies a Berlino e le tarde promenades di Le Corbusier (il centro congressi a Strasburgo e il Carpenter Center ad Harvard); consideriamo infine l’Ambasciata d’Olanda a Berlino (1999-2003): in questo edificio, la promenade si rende protagonista indiscussa e, finalmente, si emancipa. Essa non è più un elemento servente, per quanto qualificato, e intende piuttosto «sottomettere lo spazio e le funzioni»(22).
6. Il trionfo annunciato della realtà In cosa consiste il trionfo annunciato della realtà? Innanzitutto, e nuovamente, nella scelta di una postura: amnistia per l’esistente è uno slogan del gruppo Haus-Rucker che RK non ha mancato di fare proprio(23). E tale postura produce varie conseguenze: gli interessi intellettuali di RK, le sue ricognizioni ai quattro angoli del globo, le sue multiformi attività, muovono tutte dalla presa d’atto incondizionata della realtà di fine ed inizio millennio, dalla necessità di un’osservazione scevra da pregiudizi, dalla volontà di scoprire, nei diversi contesti, quelle qualità occultate dall’inopportuna permanenza dei valori inattuali ricordati in precedenza. In definitiva, RK si propone sin da subito di fare un‘architettura espressione della contemporaneità, cercandone il radicamento nella multiforme e contraddittoria varietà di modi di vita propri di una società di massa ricca e prevalentemente individualista. La condizione metropolitana è ciò che condensa tali caratteri: percepita e vissuta come valore inalienabile e come sinonimo di modernità, individuata nella modalità concentrata di New York o nella modalità diffusa del Randstad olandese (ed ancora – successivamente – nella modalità schizofrenica ed ipercinetica delle città asiatiche), essa è contraddistinta dall’assoluto dominio dell’artificialità: vera epitome della contemporaneità, e concetto geneticamente proprio a qualunque olandese, paese nel quale la terra stessa è artificio, cioè progetto, costruzione e controllo. Su tutto questo si può agevolmente concordare. Marco Biraghi, però, va oltre, e fa un’affermazione davvero impegnativa (citando sé medesimo): «Koolhaas “inizia” laddove Tafuri si arresta»(24). Mettere in rapporto due giganti come Manfredo Tafuri e RK, non è davvero operazione da potersi fare a cuor leggero. Secondo lo storico milanese, «Tafuri per Koolhaas costituisce un essenziale punto di riferimento antagonistico, un termine di confronto/scontro imprescindibile, un modello “rovesciato”»(25); e individua nel grattacielo newyorkese un primo terreno di confronto trai due: biasimato da Tafuri, esaltato da RK. Ancora, è opportuno ricordare come RK avesse dichiarato, nel 1985, di voler opporre l’intelligenza di Leonidov alle intimidazioni di Tafuri(26): per delineare, appunto, quella seconda chance. Poco oltre, Biraghi formula la domanda cruciale: «come si rapporta Koolhaas alla realtà?»(27). Qui il discorso si fa inevitabilmente politico, e chiede di introdurre alcuni concetti, come ideologia della realtà e realismo capitalista(28): che Biraghi non manca di considerare. Per una chiara comprensione delle valutazioni di Biraghi, ritengo necessario far riferimento ad un altro suo importante e precedente libro: L’architetto come intellettuale. In quello studio, muovendo da un celeberrimo saggio di Walter Benjamin(29), scritto sulla base di un discorso tenuto nel 1934, Biraghi distingue tra architetti rifornitori ed architetti produttori(30). Nel primo caso, per usare le parole di Tafuri, «fra architettura e sviluppo capitalistico dovrà esserci non solo alleanza, ma collaborazione stretta»(31), non potendo né dovendo l’architetto farsi portatore di istanza alcuna, diversa o ulteriore rispetto a quelle formulate dalla committenza: l’architetto risulta acquiescente rispetto alla cultura (?) egemone e alle sue istanze. Nel secondo caso, l’architetto produttore è colui il quale non ha rinunciato a formulare istanze altre, di varia natura (sociali, formali, gestionali, ecc. …): una figura praticamente estinta, espulsa dal mercato professionale, che è del tutto ostile all’architettura nel senso più pieno: «l’architettura dell’impegno, che cercò di coinvolgerci politicamente e socialmente, è finita»(32). A tal riguardo, citiamo ancora RK che, nel 2009, affermò: «the regime of the last 20 to 25 years, the ¥€$ Regime, the regime of market economy, which has infiltrated every single pocket of autonomy, has turned architecture into a different art»(33). Sublime inutilità, all’architettura non è più richiesto alcun contributo ideologico.
7. Al di là del bene e del male Provando a lanciarci in quelle valutazioni altisonanti che lasciano sempre il tempo che trovano, perché comportano di tralasciare tutti quei distinguo che, viceversa, in queste comparazioni risultano decisivi, si può dire che RK è l’architetto più importante (e non necessariamente il più bravo) comparso sulla scena a partire dalla morte di Le Corbusier nel 1965? Supponiamo che sia così. Del resto, c’è chi lo ha scritto: «there is no other way to put it; Koolhaas is the Le Corbusier of our times»(34); non dissimilmente si è espressa Joan Ockman: «undoubtedly the prepotent intellectual force in the architectural world and the most visionary architectural thinker to emerge from the disenchanted generation of ‘68»(35). Ora chiediamoci: è d’accordo Marco Biraghi con queste valutazioni, così lusinghiere? Faremmo un torto alla sua intelligenza e al suo acume di storico, se gli attribuissimo un quesito così sciocchino come quello formulato nell’apertura di questo paragrafo. Eppure, in definitiva, quesiti simili qualche importanza ce l’hanno. Chi è il più importante architetto del XX secolo? Wright (come disse Zevi)? Le Corbusier (come vogliono in molti, e io tra questi)? Gropius (come forse sosterrebbe Argan)? Mies (come diceva Monestiroli)? Ne scaturisce una discussione inconcludibile e, in definitiva, inutile, che non può non vertere su quei distinguo che avevamo precedentemente escluso. Chi è il GOAT del tennis? Rod Laver? Bjorn Borg? John Mc Enroe? Roger Federer? Novak Djokovic? Non si può stabilire: cessa qualunque ragionamento limpido e oggettivo, soppiantato dal tifo. Piuttosto, chiediamoci: perché Biraghi ritiene indispensabile valutare il lavoro di RK al di là del bene e del male(36)? Secondo lo storico milanese, RK si è guadagnato nel tempo una specie di marchio d’infamia, e numerosi epiteti non proprio lusinghieri: cinico, provocatore, disincantato. Scrive Biraghi: «quale rapporto intrattengono i tanti architetti e le tante architetture che sono debitori nei confronti di Koolhaas con il modo autenticamente koolhaasiano di andare oltre la verità apparente, di scavare in profondità per cercare – forse – una completa liberazione dall’etica? O forse piuttosto una liberazione dalla morale corrente e il conseguimento di un’etica che si ponga però volontariamente “al di là del bene e del male”?»(37). Marco Biraghi ci esorta, in definitiva, ad attente valutazioni, per offrire risposte ben ponderate ai suoi complessi quesiti. È una sfida da raccogliere, alla quale, personalmente, lavorerò, distinguendo quel che occorre distinguere. Nel frattempo, continuo a tifare per Rem Koolhaas.
Federico Bilò
Note 1) Marco Biraghi, Rem Koolhaas. L’architettura al di là del bene e del male, Einaudi, Torino 2024, p. 216. 2) Ivi, p. IX. 3) Ibid. 4) Ivi, p. X. 5) Ivi, p. XI. 6) Ivi, p. XII. La locuzione originaria si trova in Rem Koolhaas, The Generic City, in Rem Koolhaas, Bruce Mau, S M L XL, The Monacelli Press, New York 1995, p. 1252. 7) Ivi, p. 4. 8) Sull’attività di giornalista di RK, si veda: Bart Lootsma, Now Switch off the Sound and Reverse the Film: Koolhaas, Constant, and Dutch Culture in the 1960s, in “Hunch” n. 1, 1999. 9) Biraghi, Rem Koolhaas… cit., p. 4. 10) Ibid. 11) La locuzione Inventario Clinico compare nel testo di OMA, Le splendeur terrifiante de XXe siècle, in “L’Architecture d’aujourd hui”, n. 238, 1985, p. 15; fascicolo monografico intitolato OMA. In italiano: OMA, La terrificante bellezza del ventesimo secolo, in Jacques Lucan, Oma. Rem Koolhaas. Architetture 1970-1990, Electa, Milano 1991, p. 155. 12) Ha scritto RK: «la generazione del maggio ’68, la mia generazione -straordinariamente intelligente, informata, opportunamente traumatizzata da selezionati cataclismi, esplicita nel suo ricorrere a prestiti da altre discipline- è stata così segnata dal fallimento di questi e altri simili modelli di densità e integrazione, dalla loro sistematica insensibilità al particolare, che ha finito per proporre due principali strategie difensive: lo smantellamento e la sparizione». Rem Koolhaas, Bigness, ovvero il problema della grande dimensione, in: Rem Koolhaas, Junkspace (a cura di Gabriele Mastrigli), Quodlibet, Macerata 2006, p. 17. 13) Ha scritto Cynthia Davidson: «di fatto, dalla fine del Movimento moderno, all’architettura è mancata un’ideologia unica e predominante». Cynthia Davidson, Anyone, Anywhere, Anytime, in “Lotus International” n. 92, 1997, pag. 94. Le fa eco Mirko Zardini: «i Ciam erano un gruppo fortemente strutturato, legato ad una ideologia, con una propria linea da diffondere e difendere». Mirko Zardini, La sigla è la strategia, ivi, pag. 114. E hanno scritto De Benedetti e Pracchi, nell’Introduzione alla loro utilissima antologia: «tema di questo libro è la produzione ideologica che ha accompagnato il decorso dell’architettura moderna: le teorie, i manifesti, i programmi, le polemiche, le utopie, insomma la strumentazione teorica costruita a propria spiegazione e difesa dell’architettura moderna. […] Un ciclo ideologico breve, ma in realtà tutt’altro che omogeneo e coerente». Mara De Benedetti, Attilio Pracchi, Antologia dell’architettura moderna. Testi, manifesti, utopie, Zanichelli, Bologna 1988, p. XV. 14) Rem Koolhaas intervistato da François Chaslin, Architettura© della Tabula Rasa©. Due conversazioni con Rem Koolhaas, ecc., Electa, Milano 2003, p. 38 e p. 42. 15) Rem Koolhaas intervistato da Patrice Goulét: Le deuxième chance de l’architecture moderne… Entretien avec Rem Koolhaas, in “L’Architecture d’aujourd hui”, n. 238, 1985, pp. 2-9; fascicolo monografico intitolato OMA. 16) Biraghi, Rem Koolhaas… cit., p. 34. 17) Si pensi, da un lato, a quel vero e proprio manifesto che fu Interno Co-op, disegnato da Hannes Meyer nel 1926; e, dall’altro, a tutta l’esperienza delle Case Study Houses in California, o ai fasti delle migliori palazzine romane. 18) Rem Koolhaas/OMA, Bodybuilding home: la casa palestra, progetto, in AA. VV., Il progetto domestico. La casa dell’uomo: archetipi e prototipi, Electa, Milano 1986, pp. 52-53. 19) Biraghi, Rem Koolhaas... cit., p. 31. La locuzione originaria di RK recita: «un projet qui était purement programme et presque pas forme». Goulét, Le deuxième … cit., p. 4. 20) Pier Vittorio Aureli, Architecture and Counterrevolution. OMA and the Politics of Grands Projets, in “OASE” n. 94, 2015, fascicolo monografico dal titolo: OMA. The First Decade, p. 49. 21) Ha scritto Fulvio Irace che RK ha reintrodotto sulla scena internazionale dell’architettura «il repertorio iconografico di nuovi temi e nuove “figure” -piani inclinati, piegature, ovoidi, ecc.- fortemente riconoscibili per la reinvenzione di nessi spaziali che recuperano liberamente l’eredità del moderno – la leggerezza tettonica di Mies, la complessità plastica e volumetrica dell’ultimo Le Corbusier, la visionarietà di Leonidov e dei costruttivisti russi, l’esplosione luminosa dei piani di Giò Ponti, ecc. – senza indulgere nel citazionismo». Fulvio Irace, Rem Koolhaas, in “Abitare” n. 417, 2002, p. 152; fascicolo monografico dal titolo Speciale Olanda. 22) François Chaslin, Psicogeografia di un cubo. L’ambasciata d’Olanda a Berlino, in “Casabella” n. 271, 2004, p. 27. 23) Cfr quanto dichiarato da RK stesso nell’intervista Un paradossale razionalismo, in: Chaslin, Architettura© della … cit., p. 24. 24) Marco Biraghi, Progetto di crisi. Manfredo Tafuri e l’architettura contemporanea, Christian Marinotti edizioni, Milano 2005, p. 271. Si leggano integralmente le pp. 241-83. 25) Biraghi, Rem Koolhaas… cit., p. 77. 26) Goulét, Le deuxième … cit., p. 4. 27) Biraghi, Rem Koolhaas… cit., p. 78. 28) Ivi, rispettivamente pp. 78 e 79. 29) Ci riferiamo a Walter Benjamin, L’autore come produttore (1934), in WB, Avanguardia e rivoluzione. Saggi sulla letteratura, Einaudi, Torino 1973, pp. 199-217. 30) Marco Biraghi, L’architetto come intellettuale, Einaudi, Torino 2019. Scrive Biraghi: «non esistono architetti “rifornitori” e architetti “produttori” a priori. È soltanto in relazione alla posizione che ciascuno di essi assume nella realtà concreta dei processi produttivi dell’architettura -se li accetta passivamente facendosene semplicemente tramite o se invece piuttosto li reinterpreta criticamente al punto di riuscire a trasformarli sotto qualche profilo dall’interno- che si determinerà il loro essere “rifornitori” o “produttori”». Biraghi, ivi, p. 180. 31) Biraghi, Progetto di… cit., p. 269. 32) Manfredo Tafuri intervistato da Richard Ingersoll, Non c’è critica, c’è solo storia, in “Casabella” n. 619-620, 1995, p. 98. Fascicolo monografico dal titolo: Il progetto storico di Manfredo Tafuri. 33) Rem Koolhaas, Paul S. Byard Memorial Lecture, Columbia University GSAPP, in Rem Koolhaas e Jorge Oteiro-Palos, Preservation is Overtaking Us, GSAPP Books, New York 2014, p. 21. Sulla liceità delle critiche di RK, sull’onestà intellettuale delle sue disamine, si possono formulare riserve. Ad esempio, Deyan Sudjic scrisse che RK, «una specie di Savonarola vestito Prada […] è però diventato così profondamente parte di ciò che con tanto ardore denuncia, da non poter più essere considerato un osservatore neutrale, tanto meno una figura di opposizione». Deyan Sudjic, Ripensamenti, in “Domus” n. 844, 2002. 34) Jeffrey Kipnis, Recent Koolhaas, in “El Croquis” n. 79, 1996, p. 26. Fascicolo monografico dal titolo: oma/rem koolhaas 1992-1996. 35) Joan Ockman, The ¥€$ Man: can Rem Koolhaas Make Consumerism Safe for Intellectuals?, in “Architecture” n. 2, 2002, p.78. 36) È interessante notare che, come Biraghi per RK, anche Charles Jencks fa riferimento a Friedrich Nietzsche per Le Corbusier nel suo libro sul maestro svizzero. Charles Jencks, Le Corbusier e la rivoluzione continua in architettura, Jaca Books, Milano 2002, pp. 11-12. È interessante ricordare anche quanto scrisse lo stesso RK a proposito dei grandi edifici: «tramite la sola dimensione, tali edifici entrano in una sfera amorale, al di là del bene e del male». Rem Koolhaas, Bigness, ovvero… cit., p.15. 37) Biraghi, Rem Koolhaas… cit., p. X.
N.d.C. Federico Bilò (1965) è professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso il Dipartimento di Architettura di Pescara. Oltre che a Pescara, ha insegnato alla Facoltà di Architettura di Roma Tre e presso la Waterloo University. È socio fondatore dello studio romano GAP Architetti Associati, costituito nel 1992 con Francesco Orofino.
Tra i suoi libri: Mecanoo (Edilstampa, 2003); a cura di, Rem Koolhaas, Antologia di testi su Bigness. progetto e complessità artificiale (Kappa, 2004); a cura di, A partire da Giancarlo De Carlo (Gangemi, 2007); Figura, sfondo, schemi configurazionali : due saggi sull'architettura di Costantino Dardi (Dedalo, 2012); con Ettore Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Conversazioni con Albino Sacco e Leonardo Sacco (Fondazione Adriano Olivetti, 2013); con Ettore Vadini, Luminosi e privi di barriere. Un'indagine sui colleghi di Giancarlo De Carlo a Urbino (Libria, 2014); Plusvalenze urbane (Sala, 2014); Tessiture dello spazio. Tre progetti di Giancarlo De Carlo del 1961 (Quodlibet, 2014); a cura di, Letture incrociate. C'è qualcosa di nuovamente attuale nel progetto culturale della tendenza? (Gangemi, 2015); con Ettore Vadini, Matera e Adriano Olivetti : testimonianze su un'idea per il riscatto del Mezzogiorno (Edizioni di Comunità, 2016); Muri/pareti. Six projects for Rome (Libria, 2017); Le indagini etnografiche di Pagano (LetteraVentidue, 2019); con Riccardo Palma, a cura di, Il cielo in trentatré stanze. Cronache di architetti #restatiacasa (LetteraVentidue, 2020); con Alberto Ulisse, Antonio A. Clemente, a cura di, GDC. Attualità dell'opera (Sala, 2020); con Alberto Ulisse, a cura di, A partire da CMA (Sala, 2021); RO>PE_derive_PE>RO (Libria, 2021); a cura di, Angelo Bucci, Sao Paulo, argomenti d'architettura. Della dissoluzione degli edifici e di come passare attraverso i muri (Libria, 2021); con Alberto Ulisse, a cura di, Progetto plurale. Parole e immagini della scuola di architettura di Pescara (LetteraVentidue, 2022); con Aldo Aymonino, Zodiac 1957-1973. Una storia italiana (Ronzani, 2023); Tre desideri. Una fiaba sull’architettura in forma di dialogo (Edizioni di Comunità, 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
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G. Nuvolati, Un genio anche per gli incroci, commento a: S. Cascavilla, Il dio degli incroci (Exòrma, 2021)
M. d'Ovidio, La città "altra" è oggi, commento a: L. Lippolis, Viaggio al termine della città (Elèuthera, 2024)
G. Consonni, Abitare il segreto dei luoghi, commento a: M. Belpoliti, Nord Nord (Einaudi, 2025)
M. Agostinelli, Salvare il suolo (anche dalle rinnovabili), commento a: P. Pileri, Dalla parte del suolo (Laterza, 2024)
E. Scandurra, L'umanità è nei luoghi, commento a: R. Paris, Lettere d’amore dalla via Appia (Gangemi, 2024)
L. Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)
M. Russo, Urbanistica: una disciplina da riscoprire, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)
A. Mazzette, Turismo urbano? Anche troppo, commento a: G. Amendola, Il turista e la città (Mario Adda Editore, 2025)
L. Bottini, Anche lo spazio parla, ascoltiamolo, commento a: A. Mela, E. Battaglini e A. Laura Palazzo, La società e lo spazio (Carocci, 2024)
C. Olmo, Mollino oltre la biografia d'artista, commento a: A. De Rossi, R. Dini, La montagna di Carlo Mollino (Hoepli, 2023)
G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)
R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)
B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)
A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)
D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)
R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)
M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)
A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)
D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)
F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
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