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Dalla ruggine alle infrastrutture verdi. 50 anni di politiche europee per la rigenerazione delle città industriali (Polistampa 2025) di Massimo Preite ricostruisce la storia delle politiche comunitarie rivolte alla rigenerazione urbana delle città post‑industriali, partendo dalla crisi di deindustrializzazione degli anni Settanta e Ottanta e arrivando alle più recenti strategie che integrano il recupero del patrimonio industriale con la creazione di infrastrutture verdi e spazi pubblici rigenerati. Collega finanziamenti, politiche e progetti concreti. La scelta dei casi è molto utile perché mostra l’evoluzione delle strategie di riuso e l’emergere delle infrastrutture verdi come paradigma contemporaneo. Offre numerosi strumenti per pianificatori e decisori locali che lavorano su rigenerazione urbana e pianificazione territoriale; per studenti e ricercatori in urbanistica e politiche pubbliche; nonché per lettori interessati alla storia delle politiche europee e al rapporto tra patrimonio industriale e patrimonio urbano.
Il libro, ricco di eccellenti fotografie dello stesso autore, è articolato in sette nuclei tematici oltre l’introduzione dell’autore e le prefazioni del sociologo Carlo Trigilia e di Miles Oglethorpe, presidente dal 2018 al 2025 del TICCIH (The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage). Nell’introduzione è presentato l’obiettivo della pubblicazione e chiarito il concetto di “patrimonio industriale”. Nel primo viene ricostruita la storia della deindustrializzazione e analizzati i primi strumenti finanziari europei. Nel secondo sono analizzati i cicli di programmazione del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, mostrando come mutano da un orientamento volto alle infrastrutture fisiche a politiche di coesione sociale. Nel terzo Preite presenta i principali modelli di intervento (riuso puro, conservazione adattativa, trasformazione mista) e le forme di governance risultate più efficaci. Nel quarto passa a esaminare l’emergere delle infrastrutture verdi come strumenti per connettere riqualificazione del costruito, resilienza climatica e qualità urbana. Nel quinto raccoglie i casi selezionati in quanto rappresentativi di diverse “stagioni” della rigenerazione urbana. Nel sesto Preite valuta gli effetti a medio-lungo termine sugli abitanti, sul mercato del lavoro locale, sui prezzi immobiliari e sulla coesione territoriale. Nel settimo identifica criticità persistenti: dispersione degli interventi, difficoltà di monitoraggio e valutazione, rischio di gentrification, limiti dell’integrazione tra politiche urbane e ambientali. Il volume si chiude con “Conclusione suggerimenti operativi”, ossia quelle che secondo l’autore sono le lezioni apprese: la rigenerazione efficace è integrata, multilivello e attenta al contesto sociale; le infrastrutture verdi sono uno strumento strategico; servono indicatori di successo che vadano oltre il valore immobiliare.
Consumo industriale
Il testo di Preite non ha solo un valore specialistico e pragmatico per chi opera nel campo della conservazione del patrimonio industriale. Al di là dello scopo dell’autore, offre spunti per una riflessione più profonda sui fenomeni della “deindustrializzazione” e del “culto del patrimonio”. Affiorano interrogativi sull’agire ad arte proprio della nostra forma di vita. Un passo fertile è il seguente. Agli inizi gli interventi sulle «testimonianze superstiti dell’industria» consistevano nel “rinnovo”. Far “tabula rasa” delle preesistenze – osserva acutamente Preite – «ha prevalso», perché «le fabbriche e gli impianti in rovina, per la loro associazione al ricordo delle penose condizioni di lavoro vissute, evocavano l’immagine di un passato da dimenticare» (pag. 14). Emergono due punti chiave. L’intreccio tra ricordare e dimenticare. E il legame dell’agire umano al consumo. La volontà di sopravvivenza è comune a tutte le forme di vita e richiede il consumo di altre forme di vita. Quella umana appare qualitativamente diversa. Implica il consumo e insieme la necessità di occultarlo ad arte.
Il tema del dimenticare e del ricordare è evidente, lo è forse meno quello del consumo. Il sentimento che vuole dimenticare il passato industriale è per Preite causato dalla penosità delle «condizioni del lavoro vissute» (pag. 14) dagli operai delle moderne industrie. I processi produttivi industriali hanno ridotto il lavoro umano ai modi della macchina. La macchina si logora e si sostituisce con altra macchina più efficiente. Massimamente “penoso” è quello del corpo umano “sacrificato” come uno strumento. Il consumo dell’industria si articola dal lavoro, si amplia in radicali trasformazioni sociali e insediative e investe suolo, acqua, materie prime, carbone, petrolio, gas e ogni forma di energia. Provoca emissioni inquinanti acque, terre e atmosfera, rendendole non più consumabili per la sopravvivenza della nostra e di altre forme di vita.
Perché il senso del consumo è così centrale nella volontà di sopravvivenza umana? Ciò che si è consumato non si può consumare di nuovo. Esce dalla scena del consumabile. A cominciare dal consumo basilare che è il nutrimento. Qui la situazione angosciante è di evidenza immediata. Una volta che si sia mangiato qualcosa per sopravvivere, quel qualcosa non può esser mangiato di nuovo. La vita di quell’altro da chi lo mangia, che è per lui cibo, è adesso assimilata a quella del mangiatore che gli è sopravvissuto. Il sopravvissuto gli è vissuto sopra. Il mangiatore però si trova così ad aver tolto dalla sua sopravvivenza ciò senza cui non può sopravvivere. Non avendo più la possibilità di togliere ciò che ha già tolto, quell’atto necessario alla sua sopravvivenza è insieme e originariamente un togliere sé stesso dalla scena del sopravvivere. Senza poter negare la sopravvivenza al proprio altro perché già consumato e assimilato, la sopravvivenza è negata anche a colui che gli è sopravvissuto.
Consumo perenne
L’intreccio tra volontà di sopravvivenza e consumo a essa necessario è propria di ogni forma di vita. Peculiare alla volontà di sopravvivenza umana è il suo apparire come angosciante contraddizione. Nell’umano la volontà di sopravvivenza vuole il consumo perenne. Vuole assicurarselo in senso assoluto, incondizionato. Non vuole che il necessario consumo del ciò senza cui non si può sopravvivere ne consumi la permanenza. Questo di più qualitativo della volontà di sopravvivenza umana è ciò che fa apparire a essa stessa contradditorio l’atto del sopravvivere. L’umano, perciò, non può limitarsi all’attività di raccolta e predazione del nutrimento che trova nell’ambiente naturale, ma agisce ad arte nel tentativo di uscire da questa contraddizione. Ciò che si trova nell’ambiente naturale non è nei poteri della volontà di sopravvivenza. È altro da sé e ne condiziona la volontà. L’umano vuole consumare senza contraddizione, senza ciò che, essendo altro, gli sta di fronte contraddicendo la sua volontà. O meglio, vuole – di fatto – che quella contraddizione non gli appaia più tale, sia rimossa alla vista. L’agire ad arte è un lenire l’angoscia della sua contradditoria volontà di sopravvivenza.
L’atto artistico astrae dal concreto atto di consumo il consumabile. È un’astrazione che occulta il consumato, lasciandolo nello scenario passato – dimenticanza – e mantiene nello scenario presente la traccia del consumabile – ricordanza. Il ciò senza cui non si può sopravvivere, emancipato dall’atto distruttivo passato, è proiettato nel futuro. Si capisce allora perché far “tabula rasa” delle fabbriche superstiti del consumo industriale passato è atto insufficiente a occultarlo. Esprime sì la volontà di dimenticare l’atto distruttivo, ma lo fa con un gesto distruttivo delle tracce superstiti. Fa permanere in vista nello scenario presente la distruzione degli edifici industriali non consumati dall’attività esaurita. E non li emancipa quale traccia permanente del ciò senza cui non si può sopravvivere, ossia dell’ancora consumabile, del riusabile. L’espressione “rigenerazione urbana” è significativa per il culto del patrimonio industriale maturo. Quegli edifici costruiti dall’arte umana per la produzione industriale dei beni di sopravvivenza, che hanno comportato consumi, esaurito lo scopo iniziale, si vuole adesso che permangano quali generatori di altri consumabili, per altra sopravvivenza.
Consumo occultato
Le configurazioni dell’agire ad arte sono molteplici e varie nei millenni e nelle diverse culture. L’ipotesi è che la struttura sia la stessa. Fino a oggi le forme d’arte più antiche conosciute sembrano essere quelle del paleolitico superiore, tra oltre i quarantamila e i diecimila anni fa, testimoniate da ritrovamenti in tutti i continenti. Prevalgono dipinti di animali nelle pareti delle caverne. Fuori della grotta l’umano ha fatto esperienza dell’uccisione dell’animale per nutrirsi e sopravvivergli. La volontà di sopravvivenza vuole la permanenza di ciò senza cui non si può sopravvivere. Quella stessa mano che ha ucciso dipinge l’animale. Ne astrae ad arte la figura emancipata dall’atto uccisorio che lo ha tolto di scena, avendolo consumato e assimilato. Un rito che appare magico (‘magia’ è parola che si costruisce sulla radice ‘-mag’, si ritrova nel tedesco macht, esprime il senso della forza, del potere, della capacità). La capacità di cacciare e raccogliere non è una potenza sufficiente per la volontà di sopravvivenza umana. Il ciò senza cui non si può sopravvivere deve restare in scena nell’arte pittorica delle caverne e perfezionare l’atto del sopravvivere. È sorprendente come la tecnica di pittura e i luoghi scelti, di difficile accesso e protetti da agenti di degrado, abbiano concretamente conservato queste opere per decine di miglia di anni. La si può considerare la più antica testimonianza, finora scoperta, di quello che si è poi chiamato “monumento”, nella tradizione religiosa legato al divino e nella modernità legato alla storicità dell’agire umano, e che oggi ha il nome internazionale di World Heritage.
Ai primordi l’agire artistico vuole lasciare traccia dell’animale ucciso astratto dall’atto uccisorio e così occultare quest’ultimo: ricordando dimentica con l’intento di assicurarsi il futuro. Con la propria arte, l’umano, nel corso di decine di millenni, si emancipa dal nutrirsi di ciò che trova nell’ambiente naturale e passa ad allevare e coltivare, fino a produrre nel nostro tempo carne e vegetali “sintetici”. L’occultamento dell’atto uccisorio raggiunge una profondità mai sperimentata prima. Non solo è occultato il consumo arcaico dove è in vista la violenza cruenta, ma resta in ombra anche la molteplicità dei consumi implicati da allevamento e coltivazione tradizionali e di quelli intensivi dell’agroalimentare moderno. Il nutrimento si presenta totalmente generato dalla tecnica di “laboratorio”. Tramonta la credenza in un’entità divina creatrice del mondo, e vien messa in ombra l’implicazione della natura nel processo produttivo, tutto è capacità umana. Un artificio che tenta di soddisfare la volontà di ridurre drasticamente i consumi di suoli e acque, le emissioni inquinanti e, inoltre, soddisfa il sentimento etico, presentandosi come agire totalmente astratto dal sacrificio dell’animale, del vegetale e dell’ambiente naturale.
Lavoro automatico
Le interpretazioni del fenomeno “deindustrializzazione” individuano tra le cause principali la delocalizzazione della produzione. Seguendo le dinamiche del mercato del lavoro, le fabbriche sono migrate dai paesi di più antica industrializzazione, europei e nordamericani, ai paesi che non l’hanno conosciuta in quella misura. La produzione che resta si occulta in zone infrequentabili dai non addetti ai lavori. L’aspetto degli edifici è anonimo, nasconde la funzione prima orgogliosamente esibita dall’architettura industriale, i cui reperti assurgono oggi a bellezza archeologica. In questi processi l’occultamento della produzione, un tempo celebrata come virtuosa etica del lavoro che rende liberi dal consumo volgare di ciò che è trovato, è solo locale. L’ombra della volgarità raggiunge la produzione stessa. Quando il consumo industriale comincia a esser sentito come “penoso”, lo si toglie alla vista della volontà di sopravvivenza di quei paesi che, proprio grazie a esso, hanno acquistato potenza superiore agli altri. Si vuole che si sappia il meno possibile come e da chi i beni siano concretamente fabbricati. Devono apparire generati dal raffinato spirito umano. La penosità del consumo industriale, allontanata dalla vista dei potenti, resta nel mondo. Un occultamento insufficiente, dunque.
Ogni configurazione dell’occultamento è di per sé destinata a esaurirsi. L’esaurimento spinge a configurazioni più profonde, che innanzitutto occultano l’occultamento esaurito, anch’esso consumato. Se il lavoro umano, la manifattura, che anche nell’industria moderna resta a fianco alle macchine sempre più efficienti, non riesce più a nascondere il consumo e il logorio del corpo biologico del lavoratore, allora la tecnica deve sviluppare l’automazione completa del lavoro umano stesso. Non è una spinta che nasce semplicemente dalla contingenza storica. È nell’intimo della volontà di sopravvivenza umana come si può cogliere interpretando, con questo intento, testimonianze remote e arcaiche quali offrono i testi sacri. In alcuni casi l’anelito all’automazione del lavoro è del tutto esplicito e pienamente razionale. Aristotele arriva a dire qualcosa che non ci si aspetta di veder scritto duemilatrecento anni fa con questa forza di pensiero: «Se ogni strumento potesse compiere da sé la propria funzione, obbedendo o prevenendo l’intenzione dell’artigiano […], né i capi avrebbero bisogno di servi né i padroni di schiavi» (Politica, I, 1253b–1254a).
Perché sorprendente? Manifesta una volontà che oltrepassa lo stesso pensiero greco di cui è pur protagonista. Quel pensiero, cioè, che giunge a fondare definitivamente su basi razionali l’etica del lavoro, col quale l’umano esce completamente dalla “caverna”, prendendo nelle sue mani la produzione del ciò senza cui non si può sopravvivere, in modo che non sia altro dalla sua volontà, che non sia fuori del suo potere, e, insieme, oltrepassa quell’insufficiente configurazione dell’occultamento costituita dalle religioni del sacrificio. Queste, infatti, lasciano in vista l’atto uccisorio. L’etica del lavoro ha il suo trionfo nella produzione industriale. Il pensiero filosofico moderno l’ha sviluppata fino ai suoi estremi. Quello contemporaneo l’ha condotta al tramonto insieme alla dismissione dell’industria. Esaurito il suo compito, la filosofia lascia il posto al pensiero dei fisici e dei guru delle Big Tech, impegnati a configurare il nuovo occultamento in sostituzione del precedente logorato. Sorge prepotentemente l’era digitale con la robotica e l’intelligenza artificiale. Il lavoro del corpo biologico (delle abilità manuali e delle facoltà cerebrali di calcolo) si avvia ad essere sostituito dalle Machine Learning. Gli stessi programmatori delle AI stanno di fatto programmando il loro licenziamento in tempi brevi.
Si prefigura una prospettiva che va oltre la liberazione dal lavoro. Dalla volontà di automazione esplicitata da Aristotele, alla volontà di creare qualsiasi materia esplicitata dal premio Nobel per la Fisica, Richard Feynman, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso: «Un chimico viene da noi e ci dice “Bene, voglio una molecola che abbia gli atomi disposti così e cosà, costruite questa molecola!” […]. Come? Metti gli atomi nel modo in cui dice il chimico e crei la sostanza. I problemi di Chimica e di Biologia potrebbero essere facilmente superati […]. Uno sviluppo che, a mio parere, sarà inevitabile» (Conferenza del 1959, trad. it. http://www.infinitoteatrodelcosmo.it/2019/05/30/theres-plenty-of-room-at-the-bottom-richard-feynman-traduzione-italiano/. Vedi anche Richard P. Feynman, Il piacere di scoprire, Adelphi 2002).
Consumo digitale
Percepito come fenomeno epocale l’AI è in piena esplosione e il dibattito s’infiamma. Le pubblicazioni di commentatori e interpreti, specie nei modi dell’instant book, si sprecano. Si va dagli estremi di coloro guardano alla perdita di umanità e coloro che guardano al guadagno di sopravvivenza umana oltre i limiti attuali. I due sguardi rispondono entrambi alla volontà di sopravvivere: mantenere il dominio sul passato e sul futuro, intrecciando in vari modi il dimenticare e il ricordare. Ogni incremento della potenza dell’apparato scientifico tecnologico scatena la competizione per il possesso e il controllo del settore in quel momento all’avanguardia. Una competizione economica tra imprese e geopolitica tra Stati. Gli Stati cercano di emanare norme volte a stabilire limiti all’uso delle nuove tecnologie con l’intento di discriminare ciò che è bene e ciò che è male per la comunità. Nella letteratura che fiorisce s’indagano vantaggi e svantaggi, salvezza e perdizione. Alcuni s’impegnano a mostrare le opportunità che le nuove tecnologie offrono se ragionevolmente ci si attrezza per prefigurare un futuro migliore.
Se si guarda a quel settore dell’apparato scientifico tecnologico al quale oggi si rivolge la gran parte dell’attenzione pubblica, costituito dalla robotica e soprattutto dall’intelligenza artificiale, è plausibile una completa sostituzione del lavoro con l’artificio dall’umano voluto. Il logorio del lavoro “penoso” è radicalmente sepolto nel passato e insieme è occultato il consumo ambientale dell’industria non più tollerato alla vista. L’umano liberato dal lavoro lo è dalla discriminazione meritocratica, perché il talento lavorativo è naturalmente diverso in ciascun individuo. Mentre comune a tutti è il bisogno di consumare. Si avrebbe così una umanità analoga a quella dei primordi, solo consumatrice. Ma diversamente dai primordi, il ciò senza cui non si può sopravvivere non è trovato ma prodotto dall’automatico lavoro della macchina dall’umano inventata. La basilare attività di consumo produce, senza lavoro, dati che nutrono il lavoro dell’intelligenza artificiale. Si può così prefigurare il passaggio da ciascuno secondo il merito a ciascuno secondo il bisogno.
La sostituzione del lavoro usurante è coerente con la destinazione dell’agire artistico, che esige l’occultamento del consumo. E questo è ciò che sta avvenendo. Ma non sarebbe più coerente se lasciasse in vista, a suo fianco, l’umano biologico come puro consumatore che a sua volta si consuma. Una tale prospettiva non tiene conto che Il lavoro automatico è una configurazione dell’occultamento solo del consumo nella forma industriale moderna, destinata perciò a esaurirsi. I data center, con modalità e forme diverse da quelle industriali, vanno consumando suolo, acqua, energia e materiali estratti e lavorati con emissioni inquinanti in misura tale già oggi prossima a superare quella di due secoli d’industria. In non breve tempo si passerà dall’archeologia industriale a quella digitale. Del culto del patrimonio entreranno a far parte i giganteschi, anonimi, scatoloni di dati.
Artificio biologico
La destinazione dell’agire ad arte non vuole che la volontà di sopravvivenza vada incontro alla morte. Vuole sostituire il biologico e la materia tutta con quell’artificio che sia privo della volontà di sopravvivenza umana e perciò stesso immortale. L’artificio non ha volontà, e quindi appare immortale esattamente come l’umano vorrebbe essere. La volontà di sopravvivere perennemente la si può intravedere già negli arcaici testi sacri, se li si legge senza la mediazione teologica propria delle religioni istituzionalizzate. Dapprima l’umano pensiero ha costruito l’artificio divino, l’immortale, l’eterno creatore da imitare, ma concepito fuori dal mondo in spirito sovraumano. Adesso l’implicito, senza più mediazioni divine, si è fatto esplicito: si vuole l’eternità della sopravvivenza qui ed ora, non dopo la morte terrena. Eternità dipendente in toto dallo spirito quale intima natura dell’uomo.
L’apparato scientifico tecnologico è la connessione dei settori in continua ramificazione che lo formano. Digitale e robotica stanno in relazione all’ingegneria genetica e alle biotecnologie. Tutta la materia, non solo biologica, è oggetto di studi e sperimenti volti a produrla ad arte. Non solo la riprogrammazione del codice genetico, delle cellule staminali e di quelle generative, ma anche il riposizionamento dei singoli atomi e delle particelle subatomiche per creare sostanze e materiali su richiesta. La tecnica del nostro tempo opera a tutte le scale, dalle nanotecnologie e alla colonizzazione dello spazio. La parola ‘biologico’ ha l’etimo nel greco βίος = ‘vita’. Ma la parola βιός, dove solo la posizione dell’accento cambia, vuol dire ‘arco’, lo strumento con cui si uccide l’animale per nutrirsene e sopravvivere. Sono voci che vanno ricondotte a originaria unità. Entrambe calcate su ἰός, che significa ‘dardo’. Ancor più antico è l’ideogramma sumero ti che significa sia ‘vita’ sia ‘freccia’. Un linguaggio scritto, astratto erede della remota pittura del “Bisonte di Altamira”, che astrae la figura dell’animale dall’atto uccisorio, non ancora in grado però di occultarlo a pieno. La nanotecnologia va verso l’occultamento profondo, dove l’atto uccisorio, brutale e cruento, non è più in vista e dunque anche il linguaggio arcaico è destinato a esser dimenticato insieme alla sua scrittura. La nanotecnologia prefigura la sistemazione dell’intera enciclopedia britannica in una capocchia di spillo. Una scrittura compiutamente disponibile al ricordare e dimenticare a volontà.
Una scala intermedia tra il micro e il macro-spaziale è l’ambiente terrestre. Il titolo del libro di Preite "Dalla ruggine alle infrastrutture verdi» è significativo. La ruggine si riferisce specificamente alle fabbriche dismesse. Queste fanno parte dell’edificazione che l’umano ha praticato da millenni insieme all’agricoltura e all’allevamento. Un’attività che ha trasformato notevolmente la natura, ossia l’ambiente trovato. Le «infrastrutture verdi» si riferiscono alla volontà di artefare, oltre l’edificazione e la coltivazione, la totalità dell’ambiente naturale, in modo che non sia un trovato, non più un semplice dato storico-naturale che gli sta di fronte, ma consapevolmente voluto dall’arte umana secondo i suoi desideri. Vi concorrono le varie branche in cui vanno suddividendosi le scienze botaniche, zoologiche, geologiche e le emergenti scienze ecologiche con le relative tecnologie. Non è raro imbattersi in tavole di piani urbanistici di ampliamento dei primi del Novecento, che esibiscono magnifiche prospettive brulicanti di ciminiere a testimoniare il sogno moderno del futuro industriale. Nelle tavole dei piani della contemporaneità le fabbriche non compaiono, l’edificato è occultato da lussureggianti cinture verdi e parchi urbani che si proclama di voler realizzare. La destinazione dell’apparato scientifico tecnologico è la completa sottomissione dell’ambiente terrestre all’agire artistico. Se un dato paesaggio, un sistema ecologico, si distrugge, è consumato, si deve avere la capacità tecnico scientifica di ricostruirlo nei modi che si desidera, uguale o diverso, o di costruire ambienti e paesaggi ex-novo dove non ci sono mai stati, in deserti, sfidando ogni limitazione naturale, o di spostarli altrove se ce n’è bisogno.
Prima nota sul culto del patrimonio
Il concetto di “monumento”, evolutosi nel linguaggio del nostro tempo in “patrimonio”, coinvolge la facoltà mnemonica comune alla nostra e ad altre forme di vita. Nell’umano la volontà di condivisione sociale del ricordo è affidata al monumento. Il verbo latino moneo ha un duplice significato: ‘ricordare’, mantenere viva la memoria, e insieme ‘ammonire’ in senso etico. Esprime la volontà di imporre una rammemorazione collettiva volta a determinare un comportamento sociale tale da cementare i singoli in un’identità, nelle intenzioni assolutamente stabile. Il ricorrente richiamo all’identità è propriamente volontà d’identità. La parola latina monumentum nomina ciò che serve a ricordare. In linea di principio, qualsiasi opera, materiale e immateriale, può funzionare da monumento, anche ciò che, pur non originariamente prodotto con questo scopo è successivamente mitizzato come tale nel suo ruolo identitario.
Il dimenticare si tende a considerarlo un accadimento passivo, un difetto (da demens = ‘privo di mente’). Il ricordare invece un atto per lo più voluto, da elevarsi ad arte (da re-cordari = ‘riportare al cuore’). L’apprendimento, necessario a consolidare l’agire futuro, si basa sulla memoria (in modi diversi per tutte le forme di vita). Ma questa è efficiente se dimentica il superfluo, se lascia occultato nel passato perfetto ciò che la disturba. Nella rammemorazione collettiva è un atto consapevole di discernimento tra ciò che la comunità deve tener presente (μνήμη = ‘tenere in mente’) e ciò che va ‘amnistiato’ (ἀμνηστία = ‘togliere dalla mente’). In questo senso la decisione memorizzante è strutturata su un intreccio: custodire il passato e oltrepassarlo per permettere un nuovo inizio. Nel culto del patrimonio è un atto che implica la conservazione fisica a tempo indeterminato di ciò che si ritiene traccia, reperto, documento di eventi ritenuti attualmente memorabili. Se il patrimonio è immateriale fa da documento la certificazione istituzionale che attualmente lo elegge e ne promuove il mito.
Nel nostro tempo l’apparato metafisico-teologico va lasciando il posto a quello scientifico-tecnologico. Nel primo, il monumento è memoria dell’immutabile metafisico e ammonimento del divino. Rimanda a un passato concettualmente eterno, un passato che non passa, ma che la debolezza umana tende costitutivamente a dimenticare. Architetture e immagini sacre sono tra i monumenti emergenti. Non è sacra la loro fisicità, ma ciò che rappresentano. La consunzione fisica non distrugge l’ultramondano a cui rinviano. Si possono ricostruire, permanendo il rimando e dimenticando in toto l’evento terreno che determinò la loro cancellazione. Ma quando lo spirito creativo non più divino è esclusivamente l’intimo dell’uomo, ogni evento è attribuito al suo operare artistico. Il monumento moderno è monumento di sé medesimo. Rinvia alla sua stessa fisicità. Ogni opera è potenzialmente memorabile in quanto traccia passata dell’agire umano. Non più dunque “monumento”, ma “patrimonio storico-artistico dell’umanità”.
Seconda nota sul culto del patrimonio
Col divino e l’immutabile metafisico si tratta di mantenere nella mente, lungo il tempo storico, l’indimenticabile, ciò che è impossibile che tramonti. Il futuro è in ultimo assolutamente assicurato dall’eterno creatore, non dai ricordi dagli eventi dell’agire umano, che perciò si possono abbandonare nel passato. Distaccatosi dalla necessità divino-metafisica, lo spirito assoluto è l’intimo dell’umano. Il controllo del passato e del futuro, ossia della storicità, è totalmente affidato alla potenza della sua arte. A inizio Novecento, Alois Riegl è stato il primo a coniare l’espressione «Culto moderno dei monumenti» con lo scopo di mostrare il differente statuto del monumento «storico artistico», da quello «intenzionale» della tradizione. La sua analisi è ritenuta basilare nell’attività teorica e pratica e nell’evoluzione della tutela del patrimonio nel nostro tempo. Ciò che va tenuto presente, per sondarne la coerenza, è il «senso moderno della storia» quale presupposto del valore «storico» e insieme «artistico» del monumento odierno. È il senso più diffuso e comunemente assunto nella tutela patrimoniale. Riegl lo enuncia con estrema chiarezza all’inizio del suo testo: 1) «si chiama storico tutto ciò che è stato e che oggi non esiste più», 2) «quello che è stato una volta non può più essere di nuovo» e 3) «tutto ciò che è stato rappresenta l’anello insostituibile e inamovibile di una catena di sviluppo» (Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere e i suoi inizi, Nuova Alfa Editoriale, Bologna 1990, pag. 28). Ne discende un’equivalenza: «qualunque monumento d’arte è senza eccezioni contemporaneamente un monumento storico, perché rappresenta un certo stadio di sviluppo dell’arte» (idem, pag. 28), e perciò «non può essergli trovato un surrogato assolutamente equivalente. E viceversa, ciascun monumento storico è indubbiamente anche un monumento d’arte» (idem, pag. 28).
A prima vista questo “storicismo” appare coerente col tramonto degli immutabili della tradizione, perché implicitamente dice: “tutto è storia”. Non emergono limiti alla «volontà artistica» (kunstwollen) che siano in linea di principio invalicabili, imposti da altro, se non da quello spirito che è proprio dell’umano stesso. Senonché il passato è concepito come un oggetto che, pur prodotto dalla volontà d’arte, è definitivamente compiuto, non suscettibile di mutamento alcuno. Lo spirito umano se lo trova davanti come altro da sé. Lo ha sì un tempo artefatto, ma così perentoriamente compiuto è un passato perfetto che si isola dal continuo operare umano in cui la storia si vorrebbe consistesse. Ha sì un inizio, l’atto umano che lo ha creato, per poi congelarsi definitamente in quell’evento passato, totalmente fuori dalla volontà artistica. Un senso del ciò che è passato che, pur avendo un cominciamento, ha poi la stessa posizione logica della verità divina immutabile per fede, della verità incontrovertibile metafisica (epistéme) e delle leggi naturali oggettive e deterministiche proprie della prima scienza moderna (là dove la scienza contemporanea, come a esempio la fisica quantistica, le ha abbandonate a favore di un sapere statistico-probabilistico).
Terza nota sul culto del patrimonio
Si può comprendere la conflittualità che le azioni di tutela del patrimonio innescano, approfondendo l’antinomia dello “storicismo” su cui il “culto” è basato. Un’antinomia che è tale rispetto alla volontà di artefare il mondo. Volontà che è comune sia alle istanze di conservazione sia a quelle di innovazione. Comune, in quanto esigono entrambe il controllo sul passato. La volontà artistica, posta quale esclusiva determinazione del mondo, implica che la realtà tutta sia vista come intrinsecamente indeterminata, e perciò da determinare in toto ad arte. Pertanto, anche quella dimensione della realtà che si chiama “passato”, non può uscire e isolarsi dall’indeterminazione in cui il mondo consiste. Per quanto l’arte umana ne compia la determinazione nel tempo, ogni suo stato determinato non può fissarsi definitivamente in un passato che non passa più. Nel modo più radicale e rigoroso, Friedrich Nietzsche e Giovanni Gentile, l’uno indipendentemente dall’altro (i due si sono pressoché ignorati), hanno pensato a fondo il significato del passato. Nell’inevitabile tramonto degli immutabili della tradizione metafisica il passato appare costituirsi come un immutabile. Il più insidioso degli immutabili, perché emerge nel seno stesso del divenire del mondo quando la storia la si dà per presupposta.
Se si tiene presente quel che rileva Riegl su ciò che si dice «storico», emerge che l’immutabilità del passato ha due sensi diversi. Per mostrarli in modo determinato occorre prima evidenziare qual è il senso dominante del tempo. Il principio enunciato da Riegl, comune a tutto l’Occidente dai greci in poi, dice che «Si chiama storico tutto ciò che è stato e che oggi non esiste più». Le cose del mondo vengono a essere dal non-essere per poi ritornare al non-essere. Questa la scansione temporale: non-erano – sono – non-saranno. È il senso fondamentale del tempo, e quindi della storia, chiamato divenire. Il pensiero greco giunge con la ragione a questo senso radicale della mutevolezza. La molteplicità delle variazioni, esperienza comune a tutte le forme di vita, acquista una determinazione predominante, che va ormai diffondendosi nel mondo presso tutte le culture. Un pensiero che vuole non essere una fede tra le molte altre religiose e mitologiche, ma epistéme, ‘sapere incontrovertibile’, ossia che sta su, tale che né uomini né dei possano mai smentirlo.
La volontà di sopravvivenza, che ai primordi l’umano esprime astraendo dalla concreta esperienza la figura dipinta dell’animale ucciso, nel pensiero e nel linguaggio greco raggiunge l’estrema astrazione dalla concretezza dell’intero mondo chiamata “essere” (τὸ εἶναι). Il verbo è sostantivato con l’intento di indicare l’essere come stato. Uno stato puro, che non avendo niente al di fuori di sé – negando l’intero mondo dell’esperienza, riducendolo a non-essere – è assolutamente immutabile, sta senza che nessuno possa smuoverlo: alterarlo. Nel modo più esplicito e rigoroso compare nel Poema sulla natura di Parmenide: «È necessario dire e pensare che l’essere sia: infatti, l’essere è, il nulla non è» [Fr. 6]. L’essere «rimanendo identico e nell’identico, in sé medesimo giace, e in questo modo rimane là saldo» [Fr. 8]. Prenderà il nome di “principio di identità e non contraddizione”: «è» e «non è possibile che non sia», «non è» ed «è necessario che non sia. […]. Non potresti conoscere ciò che non è […] né potresti esprimerlo. Infatti, lo stesso è pensare ed essere» [Fr. 2].
L’essere è pensato come originariamente irrelato: l’altro da sé è non-essere. Non avendo altro da sé medesimo, non ha l’altro da togliere, perché tolto in principio. Da questo punto di vista è l’autentica morte della sopravvivenza e non la vita inscalfibile che la volontà umana vorrebbe. Ma dall’altro punto di vista, nientificando il mondo, che pur appare alla concreta esperienza, lo vede interamente disponibile all’agire tecnico. Tutte le cose sensibili, al di là dell’essere insensibile, sono assolutamente contingenti. Si possono portare ad arte temporaneamente all’essere e riportarle nel niente da dove l’arte le ha tratte. Un processo illimitato di costruzione distruttiva. L’arte umana salva il mondo, che altrimenti risulterebbe assolutamente nientificato. La metafisica, in specie platonico-aristotelica, ha compiuto questo passo tenendo fermo l’essere e il niente parmenidei – fondando quella che più sopra si è chiamata etica del lavoro, che pone al centro la tecnica umana di produzione del mondo. Vengono configurati due tipi di enti, di essenti: gli eterni (esperibili solo con l’intelletto) e i contingenti (esperibili coi sensi). Questi ultimi oscillano tra l’essere e il niente. A garanzia che l’agire ad arte, col quale si portano le cose all’essere e si ricacciano nel non-essere, sia nel “bene” e nel “bello”, cioè massimamente utile alla sopravvivenza, stanno gli enti eterni ai quali l’artefice umano deve con l’intelletto guardare a modello e rispettarne necessariamente le leggi. La metafisica così configurata ha dato modo di sviluppare un positivo coordinamento con la teologia delle religioni codificate, unendo fides et ratio.
Quarta nota sul culto del patrimonio
Rispetto alla volontà di sopravvivenza, che implica artefare la totalità del mondo – altrimenti resterebbe non-essere – la configurazione metafisica è tuttavia incoerente. Da un lato l’assoluta contingenza delle cose del mondo: gli enti che posso essere o non essere. Dall’altro gli enti immutabili ai quali le cose del mondo devono necessariamente adeguarsi, impedendo così la libertà creativa della volontà d’arte. Una configurazione del divenire che lo riduce a una mera parvenza. L’intero corso del pensiero dai greci al nostro tempo è volto a ridurre a coerenza la metafisica classica, abbattendo gli immutabili della tradizione. Il passato è il più insidioso, perché emerge all’interno della stessa processualità richiesta dal divenire. La sua immutabilità è posta sin dall’inizio come limite alla volontà umana, come testimonia Aristotele: «non può mai essere oggetto di scelta il passato (per esempio, nessuno può scegliere di avere saccheggiato Troia), giacché non si delibera sul passato, ma sul futuro e sul contingente» (Etica nicomachea,1139b, 10). Ma lo è – s’è detto – in un duplice senso.
Uno dei due sensi d’immutabilità emerge se il niente, in cui le cose passando cadono come il divenire necessariamente richiede, è inteso come definitivo. Riegl testimonia – come s’è visto – la definitività quando afferma: «quello che è stato una volta non può più essere di nuovo» (idem, p. 28). Il non-essere più di ciò che passa è irrevocabile, non può essere redento. Questo significa che il ciò che passa si isola assolutamente, proprio divenendo, dalla volontà umana. La volontà è messa in scacco dal passare di ciò che passa. Cadendo la cosa nel niente, niente può la volontà per trarla di nuovo dal niente e riportarla in relazione, così com’è stata, al volere umano. Eppure, alla potenza dell’agire umano è attribuita esattamente questa facoltà: trarre all’essere le cose dal niente. Tuttavia, se sono state e adesso non sono più, questa risulta una circostanza che – incoerentemente – limita la facoltà già all’uomo attribuita dallo stesso pensiero che vuol vedere l’intero mondo diveniente.
L’altro dei due sensi emerge se il “così fatto”, ossia la determinazione che passando, pur cadendo nel niente come è richiesto dal senso del divenire, la s’intende come presupposto alla determinazione successiva. Riegl testimonia quest’altro senso d’immutabilità del passato quando afferma: «tutto ciò che è stato rappresenta l’anello insostituibile e inamovibile di una catena di sviluppo […]. Tutto quello che ha avuto luogo dopo è condizionato da ciò che è stato prima e non avrebbe potuto verificarsi – così come è avvenuto in realtà – senza l’anello precedente» (idem, p. 28). Ora, se il ciò che è stato, così come è stato, con la sua determinazione, col suo significato, predetermina la determinazione avvenire, quale ruolo avrebbe la volontà d’arte umana? Sarebbe totalmente condizionata, allo stesso modo in cui la condizionano gli immutabili della tradizione, dal pensiero moderno già evidenziati e abbattuti. Il divenire risulterebbe ancora una pura parvenza, incatenato com’è all’anello precedente, perché il passato imbriglia il futuro in una concatenazione «inamovibile». Uno «sviluppo» inautentico, che di fatto non si sviluppa, già da sempre determinato da un passato eterno.
Il pensiero di Nietzsche vede il primo senso dell’immutabilità del passato e non può che ignorare il secondo. Il pensiero di Gentile vede il secondo senso d’immutabilità del passato e non può che ignorare il primo. Liberare il passato dai due sensi d’immutabilità conduce, infatti, a soluzioni logicamente coerenti alle rispettive premesse, ma tra loro incompatibili, perché si escludono a vicenda.
Per Nietzsche è un’illusione della tradizione metafisica che il «così fu» sia inscalfibile annullamento, che lo isola definitivamente dalla volontà. La volontà che crea ha la potenza sia di annullare le cose, che così passano, sia di annullare il loro annullamento, mantenendosi eternamente in relazione a esse. Eterna non è un’entità metafisica altra dalla volontà umana. Il «così fu» si trasforma in «Così volli che fosse […]. Così voglio! Così vorrò!» (Così parlò Zaratustra, pag. 172). La volontà creativa vuole che tutte le cose ritornino esattamente così come sono nelle loro rispettive determinazioni e significati: l’eterno ritorno dell’uguale. Il tempo nietzschiano si configura come un circolo infinito.
Per Gentile è un’illusione della «metafisica storica (o storicismo) […] che la storiografia abbia per suo presupposto la storia» (Il superamento del tempo nella storia, in Memorie italiane e problemi della filosofia e della vita, Sansoni, 1936, p. 309). Lo storicismo si fonda sul concetto di «verità di fatto» tenuto distinto da «verità di ragione». Così «La verità di fatto postula un che di esterno al pensiero che la conosca; e questo esterno, condizionando il pensiero, gli è antecedente, ne è un presupposto. È un passato» (idem, pag. 309). Il fatto con la sua verità, indipendente dal pensiero che attualmente lo pensa, verrebbe a costituire una concatenazione cronologica di fatti, dove l’uno condiziona il successivo ed è condizionato dal precedente (gli «stadi» dell’attività artistica nel linguaggio di Riegl). All’attuale attività storiografica resta il compito del semplice accertamento, senza nulla apportarvi. Ma questi fatti come se l’immagina lo storicismo metafisico sono ciò che non è più, non più attuali, dunque inintelligibili. L’unico anello relativamente saldo è il pensiero in atto, al quale gli altri anelli si possono agganciare. Per cui «La memoria che non rinnova e perciò crea ex novo, non ha nulla, assolutamente nulla da ricordare» (Teoria generale dello spirito come atto puro, 1916 Cap. III, par. 5). Il tempo in Gentile si configura come un’infinita spirale, che è la negazione di quello di Nietzsche come infinito circolo.
Le istanze di tutela del patrimonio vogliono per lo più aver potenza sul passato secondo la configurazione nietzschiana del tempo come circolo infinito, «l’eterno ritorno dell’uguale», che la volontà di potenza redime dal nulla. Qui la memoria vuol sottrarre ciò che è passato, esattamente così com’è stato, dall’annullamento definitivo. Questa confligge con le istanze di innovazione che per lo più vogliono controllare il passato secondo la configurazione gentiliana del tempo come spirale infinita che eternamente trasforma il com’è stato. Qui la memoria vuol lasciare ciò che è passato, così com’è stato, nel nulla definitivo. Due necessità implicate dal senso del divenire delle cose dal nulla e del loro ritornarvi che si escludono reciprocamente.
Quinta nota sul culto del patrimonio
L’estrema coerenza al senso ontologico del divenire, così come raggiunta rispettivamente dal Nietzsche e da Gentile, rivela, insieme ad altri aspetti, la contraddittorietà del divenire come semantizzato dai greci in poi e che tuttora domina il pensiero. Dalla parola di Parmenide sull’essere e sul niente, che sta al fondo dell’intero corso del pensiero filosofico, la prima mossa logica è stata quella di configurare la realtà in due tipi di enti, gli immutabili (solo intelligibili) e i divenienti (di cui si ha esperienza sensibile). La seconda mossa logica, degli ultimi due secoli, è stata quella di configurare la realtà con un solo tipo di enti i contingenti. Una mossa coerente alla necessità di liberarli dagli immutabili e in linea con la volontà di sopravvivenza umana che vuole ad arte produrre il mondo nel tentativo di uscire dalla sua contraddizione, dove togliere il proprio altro è togliere sé stesso. Ma come s’è visto questa estrema coerenza fa emergere la contraddittorietà del divenire come uscire e ritornare nel niente delle cose.
L’unica mossa logica che al pensiero filosofico – fondamentalmente parmenideo – resta è quella compiuta da Emanuele Severino nel nostro tempo, che intende rigorosamente mostrare l’esistenza di un solo tipo di enti, quelli eterni, ossia tutte le cose sono eterne. L’apparire delle variazioni attestata dall’esperienza, che fino a Severino il pensiero filosofico ha interpretato come uscire e ritornare nel niente, è un uscire e ritornare nell’apparire degli eterni, perché quando una cosa esce dall’apparire, l’esperienza non può attestare nulla sulla sua sorte. Il ché non implica che le cose finiscano nel nulla. Il logos attesta che una cosa è e non può non essere. Ciò che l’umano vuole ad arte, e lo stesso volere umano, è, in verità, il voluto dal «destino». Questa parola, dove il ‘de’ ha funzione rafforzativa, nel linguaggio di Severino indica lo stare eterno di tutte le cose. L’essere non è il puro essere di Parmenide sciolto dalle determinazioni. Il legame tra l’essere e la molteplicità delle determinazioni è originario e necessario. Nella propria forma astratta, il pensiero filosofico raggiunge così la sua ultima configurazione possibile dell’occultamento del consumo. Non c’è consumo, perché tutto ciò che è (materiale e immateriale che sia) non può mai cadere nel nulla, né mai venire dal nulla, compresa la volontà umana di artefare il mondo, che pur contrasta con la «verità del destino».
Sesta nota sul culto del patrimonio
Il pensiero di Severino è la negazione della tradizione filosofica che ha inteso occultare il consumo configurando la produzione ad arte del mondo. La volontà d’arte, che crede di fondarsi sulla nientità delle cose (questo l’autentico “nichilismo” dell’Occidente per Severino), è alienazione dal destino delle verità. Da questo lato decreta la fine della filosofia. Ma dall’altro ne porta a compimento la volontà di eternità nella forma astratta propria del pensiero filosofico. Quella forma che per un lungo tratto ha caratterizzato il tentativo della volontà di sopravvivenza di uscire dalla contraddizione del consumo. Portandola a compimento secondo l’astrazione filosofica, il «destino» non porta concretamente al tramonto la persuasione che le cose escano e ritornino nel niente. Non porta al tramonto l’agire ad arte nel tentativo di uscire della contraddizione della volontà di sopravvivenza. Ciò per Severino non smentisce la verità del destino: «non è la non-verità della negazione, ma è il non accadimento del contenuto della negazione» (Emanuele Severino, Destino delle necessità, Adelphi 2007, cap. XIV, par. 1).
Conclusioni
Se il pensiero di Severino indica l’ultimo modo rimasto alla filosofia di occultare il consumo, mostrando astrattamente l’eternità delle cose, ossia ciò che la volontà di sopravvivenza vorrebbe, è però impotente «a convincersi di sperimentare concretamente, qui ed ora, l’eternità dell’essente» (Emanuele Lago, Bellezza, Eutimia 2024, pag. 161). Perciò, «non è l’ultima configurazione della volontà di sopravvivenza dell’uomo» è solo «l’ultima filosofia […]. La configurazione ultima che la volontà di sopravvivenza vuole avere» può tentare di raggiungerla, secondo Emanuele Lago, «solo andando oltre la filosofia. Quindi, anche oltre l’ultima filosofia» (ivi). La destinazione dell’agire umano non può che tentare di esperire l’occultamento possibile del consumo, fino a quando ne sperimenterà l’impossibilità, oltrepassando così la propria volontà di sopravvivenza. Non è detto che ci si arrivi, una forza più brutale dell’umana può portare la nostra forma di vita a estinguersi prima della destinazione dell’agire artistico.
Francesco Ventura
Bibliografia ragionata
Il testo chiave per la tesi di fondo è il libro di Emanuele Lago, Bellezza, Eutimia 2024. Lago ha tenuto per circa quindici anni un seminario tematico di approfondimento nel Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze, che negli ultimi anni ha preso il titolo “Le forme del bello”. La pubblicazione del saggio raccoglie anche i frutti del seminario, ma con un linguaggio e un rigore speculativo decisamente più teoretico. Laureatosi in filosofia a Venezia con Emanuele Severino ha collaborato dal 2002 al 2009 col maestro all’Università San Raffaele. Il nucleo centrale della speculazione di Lago verte intorno alla struttura della negazione, ossia il senso dell’atto originario del negare, che è all’origine del significare dei significati. Ogni significato, infatti, è tale in quanto non è l’altro. Il ché implica mettere in discussione il senso Parmenideo dell’essere, dell’identità, come assoluta esclusione dell’altro, che sta alla base del pensiero occidentale e dell’intera filosofia, compreso il pensiero di Severino che ne è il culmine. Ma nello specifico Seminario ad Architettura e nel saggio Bellezza, sulla base della struttura della negazione, vien mostrato il senso dell’agire ad arte dell’umano, radicato nella sua peculiare volontà di sopravvivenza, e come alla vita di questa volontà appaia la «bellezza». Il saggio argomenta che «Al di là di quel che l’uomo vuole che la bellezza sia, vi è la bellezza che la sua vita esperisce oltrepassando la volontà di sopravvivere».
Sul tema dei due sensi dell’immutabilità del passato è fondamentale un altro saggio di Emanuele Lago, La volontà di potenza e il passato. Nietzsche e Gentile, Bompiani 2005 (nel 2026 è uscita una nuova edizione per i tipi di Eutimia). Nel saggio si trovano i riferimenti bibliografici utili dei i due tra i più grandi pensatori degli ultimi due secoli, Nietzsche e Gentile, oltre che di Bergson, Proust, Freud.
Sul tema del culto del patrimonio il classico è Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere i suoi inizi, Nuova Alfa Editoriale 1990. Un eccellente saggio contemporaneo è quello di Françoise Choay, L’allegoria del patrimonio, Officina Edizioni 1995. Choay aggiorna criticamente e approfondisce molto l’analisi di Riegl. Arriva a mostrare, appellandosi anche a Freud, come il culto contemporaneo abbia raggiunto una sorta di narcisismo. Su questo punto va notato che il narcisismo rilevato da Choay è molto più profondo, va al di là del culto patrimoniale, e ha un senso diverso da quello della psicanalisi. Ma ancora più decisivo è il paragrafo 4 del VI capitolo di Bellezza. Qui Lago fornisce un’interpretazione dove lascia che il mito di Narciso parli senza le sovrapposizioni psicoanalitiche, che chiarisce molto bene il tema del perché la volontà di sopravvivenza umana sia avvolta da narcisismo, ed è proprio il mito a metterne in luce il senso.
Quanto al pensiero di Severino la bibliografia è vasta, si possono consigliare due saggi centrali Essenza del nichilismo, Adelphi 1982 e Destino delle necessità, Adelphi 1980. Ci sono poi alcuni saggi specifici sul tema della tecnica, tra questi Il destino della tecnica, BUR Rizzoli 1998 e ancora più specifico Tecnica e architettura, Raffaello Cortina 2003 (Mimesis 2021).
Questo estremo occultamento filosofico dell’artisticità dell’agire umano lo si trova espresso nell’opera d’arte di Yves Klein con le “Antropometrie” dipinte lasciando che le modelle ricoperte di pigmento blu (il blu di Klein) rotolano sulla tela lasciando le loro impronte (il titolo è “Il Bufalo”, si pensi alla strada percorsa dal “Bisonte di Altamira” a quest’opera del nostro tempo). Klein scrive in Verso l’immateriale dell’arte, O barra O edizioni 2009: «A dir la verità, ciò che cerco, il mio sviluppo futuro, la risoluzione al mio problema, è arrivare a non fare più niente, il più in fretta possibile, ma consapevolmente, con circospezione e cautela. Cerco semplicemente di ‘essere’. Sarò un ‘pittore’. Diranno di me: è il ‘pittore’. E io mi sentirò un ‘pittore’, uno vero appunto, perché non dipingerò più, o per lo meno in apparenza. Il fatto che ‘esisto’ come pittore sarà il lavoro pittorico più ‘straordinario’ di questi tempi».
Per un’interpretazione della Bibbia non canonica e originalissima Sergio Quinzio, Un commento alla Bibbia, Adelphi 1991 e in forma più concisa, La sconfitta di Dio, Adelphi 1992. Dove merge la concretezza della volontà di sopravvivenza umana qui ed ora e non nell’aldilà. C’è inoltre la letteratura scientifica sui miti e riti arcaici quali, a esempio, Éveline Lot-Falck, I riti di caccia dei popoli siberiani, Adelphi 2018; Adolf E. Jensen, Come una cultura primitiva ha concepito il mondo, Boringhieri 1965.
Sul tema della sopravvivenza va senz’altro letto Elias Canetti, Potere e sopravvivenza, Adelphi 1974 e Massa e potere, Adelphi 2015. E nel campo della biologia, della genetica, dell’evoluzionismo vedi – un classico molto discusso dagli anni Settanta in poi – Richard Dawkins, Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, Mondadori 1979.
Sul tema del linguaggio A. C. Moorhouse, Il trionfo dell’alfabeto, Il saggiatore 1959 (l’ideogramma ‘ti’) e Giovanni Semerano, Le origini della cultura europea. Dizionario della lingua greca, la voce βίος, Olschki 1994.
Sul tema del dimenticare Sergio della Sala, Perché dimentichiamo. Una scienza dell’oblio, Feltrinelli 2025.
Sul tema dell’intelligenza artificiale, i saggi si vanno moltiplicando in diverse branche del sapere e vari sono quelli interessanti, qui basta Maurizio Ferraris, La pelle. Cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Mulino 205 e soprattutto Comunismo digitale, Una proposta politica, Einaudi 2025.
Sul tema delle biotecnologie e degli interrogativi sul futuro della nostra specie un buon saggio divulgativo è quello si Gianfranco Pacchoni, L’ultimo sapiens. Viaggio al termine della nostra specie, il Mulino 2019.
Sul tema della produzione di qualsiasi materiale che la volontà di sopravvivenza vuole vedi a esempio la conferenza di Richard Feynman del 1959, il testo nella traduzione italiana lo si trova a questo link: http://www.infinitoteatrodelcosmo.it/2019/05/30/theres-plenty-of-room-at-the-bottom-richard-feynman-traduzione-italiano/
N.d.C. - Francesco Ventura, già professore ordinario di Urbanistica all'Università degli Studi di Firenze, ha pubblicato tra gli altri: L'istituzione dell'urbanistica. Gli esordi italiani (Libreria Alfani Ed., 1999); Statuto dei luoghi e pianificazione (Città Studi Edizioni, 2000); Sul fondamento del progettare e l'infondatezza della norma, in P. Bottaro, et al. (a cura di), Lo spazio, il tempo e la norma (Ed. Scientifica, 2008); Una negazione del piano che si nega da sé, in Giuseppe De Luca, Discutendo intorno alla città del liberalismo attivo, Alinea 2008; La verità del falso ("Area, n. 105-2009); Il monumento tra identità e rassicurazione, in G. Amendola (a cura di), Insicuri e contenti (Liguori, 2011); La tutela e il recupero dei centri storici, in L. Gaeta, et al., Governo del territorio e pianificazione spaziale(Città Studi, 2013); La progettazione del passato ed il ricordo del futuro, in A. Iacomoni (a cura di), Questioni sul recupero della città storica (Aracne, 2014).
Per Città Bene Comune ha scritto: Urbanistica: tecnica o politica? (14 febbraio 2016); Lo stato della pianificazione urbanistica. Qualche interrogativo per un dibattito (1 aprile 2016); Urbanistica: né etica, né diritto (30 giugno 2016); Più che l'etica, è la tecnica a dominare le città (16 febbraio 2017); Antifragilità (e pianificazione) in discussione (28 luglio 2017); Così non si tutela né il suolo né il paesaggio (1 dicembre 2017); Su "La struttura del paesaggio": inutile le polemiche, riflettiamo sui contenuti (12 gennaio 2018); Sapere tecnico e etica della polis (28 settembre 2018); Per una critica dei principi territorialisti (13 settembre 2021); Memoria dei luoghi ed estetica dell’ircocervo (1 aprile 2022); L’urbanistica fatta coi piedi (24 marzo 2023); Edifici, città e paesaggi biodegradabili (20 luglio 2023).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 06 NOVEMBRE 2026 |
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L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)
M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)
P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)
P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)
S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)
C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)
F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)
F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)
G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)
M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)
M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano
O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)
F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)
C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)
M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)
A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)
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