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L'ARCHITETTURA ESISTE (ANCHE A PAVIA)
Commento al libro di Vittorio Prina
Luciano Crespi
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Nel lavoro di analisi delle opere di architettura gli studiosi che svolgono anche attività progettuale sanno cogliere aspetti che spesso sfuggono agli storici “puri”. Trovo, solo per fare qualche esempio, che le interpretazioni più acute sugli interni di Ronchamp di Le Corbusier siano dovute a Steven Holl in Parallax(1), che le osservazioni più pertinenti sul museo di Maccagno, capolavoro di Maurizio Sacripanti, siano da attribuire a Paolo Portoghesi(2), che le letture più geniali del senso delle opere di alcuni nostri maestri del design siano contenute in Ritratti e autoritratti di design(3) di Andrea Branzi. A dare fondamento alle mie impressioni ha pensato Bruno Reichlin in un testo magistrale di studio di alcuni capolavori di Le Corbusier(4). Nel capitolo “Digressione metodologica”, nel quale tratta La critica genetica come strumento di conoscenza, sostiene la necessità, nella valutazione di un’opera di architettura, di saper “leggere, comprendere e paragonare tra loro le più disparate fonti grafiche, dallo schizzo planimetrico ai piani di cantiere destinati alle varie maestranze, dalla prospettiva, all’assonometria, all’organigramma (…) Capacità che lo storico architetto può avere acquisito progettando lui stesso, durante gli studi e, soprattutto, durante una pratica professionale d’alto livello”(5). La definisce, riprendendo il concetto dal mondo letterario, “critica genetica”, uno strumento che consente la migliore conoscenza di un’opera a partire dagli “avantesti”: schizzi, appunti, schemi e relazione di progetto, destinati a far affiorare la genesi dell’opera stessa.
Viaggio nell’architettura moderna del Novecento in Pavia e provincia di Vittorio Prina (Maggioli, 2025) si inscrive in questo modo di perlustrare la produzione di un secolo di architettura. Oltre a essere studioso e autore di pubblicazioni di riconosciuto valore, tra cui quelle su Franco Albini e Franca Helg, Prina è anche raffinato progettista e abilissimo disegnatore a mano libera, come si può apprezzare dalle pagine del magnifico, ma noto solo purtroppo a pochi fortunati, Schizzi di progetto (6). Come racconta nella stringata introduzione il libro nasce non su commissione ma da una lontana attività personale di ricerca “sul campo”, mossa da passione e interesse nei confronti dell’architettura più recente: soprattutto il Movimento Moderno ma non solo. Attività che lo spinge nel corso degli anni a raccogliere informazioni, materiale d’archivio, documenti fotografici riguardanti sia le opere già consacrate dalla critica ufficiale sia quelle “notevoli ma sconosciute”. È durante queste ricerche che ha modo anche di dimostrare la paternità di Giuseppe Pagano del progetto dell’idroscalo sul fiume e di portare con alcune pubblicazioni(7) a conoscenza di tutti l’esistenza di progetti iconici, come quello del quartiere residenziale di Alvar Aalto.
Tutto quel lavoro viene ora riorganizzato e restituito in quest’opera poderosa per ampiezza documentale e considerevole per contenuto critico. Nelle oltre quattrocento pagine, di un formato di 22x22 centimetri, si possono trovare foto d’epoca e dello stato attuale – a cura dell’autore stesso – disegni a schizzo e tecnici (piante, sezioni, prospetti, prospettive) riguardanti in ordine cronologico opere suddivise in due sezioni: Pavia città e Pavia provincia. Il titolo Viaggio nell’architettura moderna del Novecento testimonia la presenza, in apertura, di architetture realizzate negli anni Trenta e Quaranta (con l’esclusione di quelle Liberty o Art Decò), ma il suo corpo principale è costituito da quanto realizzato dal dopoguerra sino alla fine del secolo scorso e primo decennio di questo. La parte finale di ciascuna delle due sezioni contiene le opere di cinque progettisti locali. Un interesse particolare è riservato ai progetti non realizzati ritenuti “tanto importanti quanto i progetti costruiti” nella convinzione che il libro possa rappresentare anche “un viaggio mentale”, capace di rispondere al “bisogno di conoscenza completa delle istanze di un progettista nel contesto della propria epoca storica”. L’importanza del libro sta proprio nella capacità di testimoniare l’esistenza di un patrimonio storico spesso sconosciuto agli abitanti del territorio e persino, purtroppo, agli amministratori. Patrimonio da salvaguardare con scrupolosa attenzione per evitare che possano succedere episodi come quello recente della demolizione, a Milano, del Palazzo dell’Agricoltura di via Gattamelata progettato da Ignazio Gardella e inaugurato nel 1961.
Sono molte le opere riguardanti l’architettura moderna di una circoscritta realtà territoriale se non di una singola città. Prendiamo, per l’Italia, Milano e due libri tra loro molto distanti, anche cronologicamente: Milano. Guida all’architettura moderna, l’iconico “Grandi e Pracchi”(8), per generazioni considerato dagli studiosi il punto di riferimento più autorevole, e L'architettura di Milano. La città scritta dagli architetti dal dopoguerra a oggi(9). Il primo contiene sedici capitoli, in ordine storico ma non rigoroso, illustrati da immagini anche con disegni di progetto e planimetrie soprattutto a scala urbana conclusi ciascuno da pagine con piccole numerose foto in bianco e nero corredate da brevi didascalie. Si va dai giardini di Porta Venezia alle opere realizzate ai margini del Comune e anche in alcuni comuni della città metropolitana alla fine degli anni Settanta(10). La “trama” è descritta negli impegnativi saggi introduttivi, riguardanti non singole opere ma temi caratterizzanti che rappresentano il filo rosso storico del racconto. Il secondo comprende due saggi introduttivi dei curatori e 150 schede di edifici appartenenti a quattordici aree territoriali in cui è suddiviso il comune, ciascuna con un testo, di natura perlopiù letteraria, di autore diverso e illustrata da belle foto in bianco e nero di Sosthen Hennekam accompagnate della pianta ridisegnata di un piano tipo. Vanno dal PAC di Gardella alle opere dei primi anni Venti di questo secolo. Due modi di raccontare l’architettura, specchi fedeli del mutamento avvenuto in meno di mezzo secolo della città e della stessa idea di come rappresentarla: il primo, fermo alle soglie delle poderose trasformazioni post expo e strutturato come esito di un approfondito e impegnativo lavoro di ricerca, da studiare anche con una certa fatica a causa della densa veste grafica. Il secondo, che va dalla fine della guerra a oggi - con le architetture del “nuovo miracolo milanese” prodotto dai fondi d’investimento, della Milano ipermoderna lontana parente di quella moderna raccontata da Gio Ponti(11) – restituito da foto suggestive, ma mai degli interni, a seguito di un lavoro principalmente di selezione delle opere da inserire: un’elegante vetrina di cose belle, da sfogliare in poltrona soprattutto per vedere chi c’è e chi non c’è.
Rispetto a queste due pubblicazioni il libro di Vittorio Prina si posiziona in modo molto distante dal secondo, si avvicina in qualche modo al primo, ma al tempo stesso ne rappresenta l’evoluzione dal punto di vista della completezza della documentazione. Ogni opera è illustrata da un impegnativo testo critico, da fotografie a colori e in bianco e nero sia d’epoca che attuali (scattate dall’autore), dai disegni originali (piante, sezioni, viste prospettiche, planimetrie). I testi sono interpretativi e a volte descrittivi, aggiungono informazioni – per esempio sui materiali – non deducibili dalle immagini e contengono racconti: sulla origine del progetto e sulle eventuali successive trasformazioni, oltre alla relativa bibliografia. Interessante è la ricerca di “parentele” tra opere dello stesso autore o di possibili fonti di ispirazione.
Il panorama restituito è vastissimo e di indiscutibile interesse non solo per gli studiosi. Lavori come questo dovrebbero essere assunti dalle Amministrazioni comunali come stato dell’arte imprescindibile in vista di operare qualsiasi operazione di trasformazione del territorio con l’obiettivo di tutelarne il patrimonio esistente e dalle Sovrintendenze per cominciare a rivedere il concetto di bene storico e architettonico.
La scelta dell’autore è stata di aggiungere alle opere delle figure di fama riconosciuta anche quelle di architetti meno noti ma altrettanto rappresentativi di un modo coerente di esercizio del mestiere. Sono 280, non tutte dello stesso interesse (12) tuttavia nell’insieme rappresentative dell’architettura di una parte significativa del territorio italiano e delle sue trasformazioni da città delle fonderie a città post-industriale e dei servizi nel corso di quasi un secolo. Una documentazione che colma anche il vuoto d’informazione lasciato dal sito della Regione Lombardia “Architettura in Lombardia dal 1945 a oggi” con una trentina soltanto di opere e con la clamorosa omissione della fabbrica Necchi, capolavoro di Marco Zanuso, sulla quale da anni incombe il pericolo di una sua parziale o totale demolizione che mi auguro sia assolutamente impedita.
La parte su Pavia città si apre con due gioielli: uno schizzo di Piero Bottoni e uno di Giuseppe Terragni, che ritraggono dettagli di monumenti pavesi. Tra le prime opere compare l’interessante hangar sul fiume, oggi abbandonato e in gravi condizioni di conservazione, di Giuseppe Pagano. Un “avanzo”, come mi piace chiamare queste architetture dimenticate (13), con delle straordinarie potenzialità di rifunzionalizzazione. Segue una serie di opere sorprendenti del ventennio fascista. Alcune di autori di chiara fama, come lo sfavillante cinema di Portaluppi, il misurato progetto di concorso per una scuola di Albini, l’istituto tecnico di Ridolfi e Frankl, altre di autori meno noti ma significative della varietà di approcci progettuali presenti in quel periodo: come palazzo Lardera di Codebue, il padiglione sanatoriale, purtroppo rimaneggiato, di Bellani, la torre di Cuzzi. Nel dopoguerra spiccano, tra le opere dei “grandi”: il lecorbusieriano progetto di Lingeri di una villa, mai realizzato a causa del parere contrario di Emilio Aschieri(14) presidente della commissione edilizia, i due palazzi di Ulrich, l’elegante albiniano quartiere INA-casa di Vito e Gustavo Latis, la chiesa di Muzio, la Necchi di Zanuso, l’università di De Carlo, alle quali si aggiungono architetture di qualità, come il complesso residenziale di Magnaghi e Terzaghi, la storicistica centrale SIP di Cassi Ramelli e gli eloquenti progetti non realizzati del complesso residenziale di Aalto e della scuola dei BBPR. Chiudono la parte sulla città gli approfondimenti su alcune figure significative che hanno operato prevalentemente a livello locale, lasciando opere di sicuro interesse come la caserma della guardia di finanza di Carlo Alberto Sacchi e, soprattutto, i raffinatissimi restauri di Bruno Ravasi, figura di assoluto valore, varesino di nascita ma operante soprattutto in territorio pavese.
Anche nella sezione relativa alla provincia sono presenti numerose architetture d’autore: dalla centrale idroelettrica di Portaluppi, all’asilo di Baldessari, alla casa del fascio di Eugenio e Carlo Mollino, alle case coloniche di Asnago e Vender, alla loosiana villa Crespi di De Finetti, al terragniano progetto di casa del fascio di Lingeri, tutte quante relative al periodo antecedente la guerra con la casa del viticultore, gioiellino neorealista di Gardella, a fare da spartiacque. Accanto ad esse diversi esempi di architetture eloquenti, tra cui il complesso di edifici pubblici di Filippo Pozzi a Landriano e il palazzo dell’impero di Faludi. Dal 1945 operano in provincia di Pavia alcuni dei più importanti architetti italiani, con interventi riguardanti spesso il tema dell’abitare a livello sia privato che pubblico: dalle ville di BBPR e di Gregotti, ai palazzi di Gio Ponti, alle case di riposo di Ulrich e di Gardella, ai complessi residenziali pubblici dei BBPR, di Vito e Gustavo Latis, di Baldessari, alle case a schiera di Aldo Rossi e di Giotto Stoppino. Da scoprire sono l’altra villa Crespi, di Guglielmo Mozzoni, dove Pasolini ambienta alcune scene di Teorema e, tra le realizzazioni più recenti, l’innovativa palazzina di Remo Dorigati a Casteggio. Tra le opere di architetti che hanno operato soprattutto in ambito locale si segnalano quelle di Mario Bonzanini, in particolare la wrightiana casa Biffignani a Vigevano.
Anche in questo caso la sezione si conclude con una rassegna delle architetture di cinque professionisti locali ritenuti dall’autore rappresentativi di un modo intelligente e coerente di esercizio del mestiere di architetto con cui termina il viaggio. Un viaggio pieno di sorprese e di conferme della vitalità di un territorio che merita di essere esplorato alla scoperta di un passato recente che ha ancora molto da raccontare.
Luciano Crespi
Note 1) Cfr. S. Holl, Parallax. Architettura e percezione, Postmedia Books, Milano 2005 2) Cfr. P. Portoghesi, Progettare il mutevole, lectio magistralis tenuta il 14 dicembre 2016, sala Guido Reni, Maxxi, Accademia Nazionale di San Luca, Roma 3) Cfr. A. Branzi, Ritratti e autoritratti di design, Marsilio, Venezia 2010 4) Cfr. B. Reichlin, Dalla soluzione “elegante” all’”edificio aperto”. Scritti attorno ad alcune opere di Le Corbusier (a cura di A. V. Navone), Mendrisio Academy Press, 2013, p.235 5) Ibidem 6) Cfr. V. Prina, Schizzi di progetto, Edizioni dell’Ossimoro, Pavia 2022, Edizione fuori commercio 7) Cfr. in particolare V. Prina, Pavia moderna. Architettura moderna in Pavia e provincia, 1925-1980, Edizioni Cardano, Pavia 2003 8) Cfr. M. Grandi, A. Pracchi, Milano. Guida all’architettura moderna, Zanichelli, Milano 1980 (prima ed.), dal 2011 edito da Lampi di stampa 9) Cfr. M. Biraghi, A. Granato, L'architettura di Milano. La città scritta dagli architetti dal dopoguerra a oggi, Hoepli, Milano 2021 10) Mi colpisce, per ragioni sentimentali, trovare Gescal di Vimodrone progettato, tra gli altri, da Alberto Seassaro e Ugo La Pietra 11) Cfr. G. Ponti, Milano oggi, Milano moderna, Milano 1957 12) È capitato recentemente anche a me di curare una pubblicazione analoga, Atlante dell’architettura e dei paesaggi in provincia di Varese. 200 luoghi da non perdere, Silvana 2003, nella quale la scelta delle opere è stata più selettiva, pur avendo adottato lo stesso criterio di associare alle opere degli architetti già legittimati dalla critica anche quelle di autori, soprattutto locali, comunque ritenute significative di un modo intelligente di fare architettura 13) La copertina del mio Regeneration of Abandoned Spaces. A new Design Approach (Bentham 2024) ha in copertina una bella foto dell’hangar, oggetto di un recente concorso di progettazione 14) Emilio Carlo Aschieri, architetto pavese operante soprattutto nell’ambito del restauro. Cfr. Emanuele d: Vicini, Emilio Carlo Aschieri architetto pavese, in “Bollettino della società pavese di storia patria”, 2016
N.d.C. Luciano Crespi, architetto, è riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale come caposcuola di un approccio progettuale “allestitivo”, che definisce design del non-finito, alla rigenerazione degli “avanzi”. Già professore ordinario di design al Politecnico di Milano, è tra i fondatori, poi presidente dal 2009 al 2015, del corso di laurea di Design degli interni alla Scuola del Design del Politecnico di Milano. È stato membro del Collegio del Dottorato di ricerca in Design, direttore del Master in “Exibition design”, membro del Comitato direttivo della Società Scientifica di Design. Nel 2000 è stato tra i curatori della mostra Marco Zanuso Architetto alla Triennale di Milano.
Ha partecipato a concorsi di progettazione di spazi urbani conseguendo premi, tra cui: Tre Piazze a Sesto San Giovanni (primo premio); Piazza Gramsci a Cinisello Balsamo (secondo premio); Spazi pubblici a Novara (terzo premio), Mariano Comense (terzo premio), Verbania (terzo premio); Museo Santa Corona e piazza a Vicenza (segnalato); Piazza Gambara a Milano (ammesso al secondo grado); piazza Castello, Milano 2017 (secondo premio). Ha progettato piazza Soncino a Cinisello Balsamo e, nello stesso comune, la riqualificazione di villa Forno come sede di alta formazione dell’Università Bicocca.
Tra i suoi libri: a cura di, Città come / City as (Maggioli, 2011); Da spazio nasce spazio. L’interior design nella trasformazione degli ambienti contemporanei (Postmedia books, 2013); a cura di, Design Innovation for Contemporary Interiors and Civic Art (IGI Global, 2016); Da spazio nasce spazio (Postmedia Books, 2017); Manifesto del design del non-finito (Postmedia Books, 2018); con L. Tedeschi, A. Viati Navone, Marco Zanuso. Architettura e design (Officina Libraria, 2020); Design of Unfinished (Springer, Cham 2021); con B. Di Prete, Martí Guixé. Interior and Exhibition (Corraini, 2022); Design del non-finito. L’interior design della rigenerazione degli “avanzi” (Postmedia books, 2023); a cura di, Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023), Regeneration of Abandoned and Forgotten Spaces. A New Design Approach (Bentham Science Publisher, 2024); Stop City Now. Progetti di architettura dal finito al non-finito (LetteraVentidue, 2025).
Sui libri di Luciano Crespi, v. in questa rubrica: Manlio Brusatin (15 giugno 2023); Roberto Tognetti (6 ottobre 2023); Vittorio Prina (19 aprile 2024); Gian Luca Brunetti (17 luglio 2025); Luigi Trentin (5 settembre 2025); Alessandro Colombo (3 ottobre 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 28 NOVEMBRE 2025 |
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